Isola di Gorgona, 5 giugno 2020
Un elicottero NH-90 con le insegne dell’Esercito Italiano sorvolava a bassa quota lo specchio blu del Mar Tirreno. Il pilota era ormai in vista dell’Isola di Gorgona, meta finale del viaggio. Dall’abitacolo riconobbe la struttura della colonia penale che sorgeva sull’isola. Effettuò una virata e iniziò ad approcciarsi alla piazzola stabilita per l’atterraggio. Dopo pochi minuti i pattini del velivolo toccarono terra.
La rampa di accesso posteriore fu abbassata mentre le pale del rotore stavano ancora girando. Per primo scese un colonnello con indosso una tuta mimetica nuova di zecca. A seguire smontarono altri dodici uomini che si impegnarono subito a scaricare dell’attrezzatura. I distintivi li identificavano come appartenenti al 6° Reggimento Genio Pionieri.
Il colonnello si allontanò dall’elicottero calcandosi il basco sulla testa con una mano. Andò incontro a un gruppetto di persone che lo stava aspettando a margine della piazzola. Uno di loro, che indossava un elegante completo scuro, tese la mano verso il nuovo arrivato.
«Buongiorno, colonnello Chiesa, ben arrivato!» esordì a voce alta per farsi sentire sopra il rumore delle turbine dell’NH-90.
«Buongiorno al lei, sottosegretario» rispose l’ufficiale stringendo la mano.
Ferruccio Zadro, sottosegretario del Ministero dell’Interno, presentò i componenti del comitato di benvenuto. Tra loro, il sindaco di Grosseto, la Presidente della Regione Toscana e il direttore della colonia penale.
«E questi signori sono il conte Italo Sanesi, famoso storico, e Ottavio Regolo, che ha permesso a tutti noi di essere qui oggi» completò le presentazioni Zadro.
«Piacere di conoscervi.» Il colonnello strinse altre due mani. Si soffermò un attimo di più con quella di Sanesi. «Complimenti, ho letto tutti i suoi libri. Mi è piaciuto soprattutto quello sulla campagna di Russia.»
«Ne sono onorato, colonnello» rispose sincero lo studioso.
«Bene» riprese il sottosegretario «ora che abbiamo finito la fase dei convenevoli, credo che possiamo raggiungere il luogo dello scavo. Ci sono dei fuoristrada che ci aspettano.»
Dieci minuti dopo una colonna di cinque fuoristrada arrancava su uno stretto e ripido sentiero. I mezzi raggiunsero uno spiazzo erboso sulla sommità di una collinetta.
Il conte Sanesi era euforico. Aveva effettuato il tragitto insieme al colonnello e tra i due si era già creata una bella intesa.
«In base ai ricordi del sottocapo Regolo, abbiamo stabilito che il punto esatto dovrebbe essere da queste parti.» Sanesi si allontanò dal fuoristrada camminando con l’ausilio di un bastone. «Nel Dopoguerra furono fatte delle ricerche ma non si trovò nulla perché nessuno sapeva esattamente dove scavare. Inoltre, all’epoca, i metal detector non erano ancora troppo sofisticati.»
«Stia tranquillo che, se qui c’è qualcosa, con gli strumenti in nostro possesso lo troveremo di sicuro» ribatté Chiesa.
I genieri prepararono l’attrezzatura e si misero all’opera. Il colonnello era stato di parola. Dopo poco più di un’ora la strumentazione rilevò una consistente quantità di metallo sepolta a circa due metri di profondità nei pressi di un gruppo di castagni. I soldati iniziarono a scavare fino a quando una delle pale sbatté tintinnando su una superficie dura. Sanesi e il colonnello sorrisero quando constatarono che si trattava proprio di una cassa. I soldati montarono una carrucola e si prepararono al recupero. Sollevare la cassa richiese la forza di quattro uomini che tirarono una robusta corda di canapa. Il pesante contenitore fu appoggiato sul terreno. Uno dei militari si asciugò la fronte imperlata di sudore con un fazzoletto. La maglietta color verde oliva era chiazzata sotto le ascelle e sulla schiena. Anche se soffiava una profumata brezza marina, la giornata era comunque piuttosto calda. Il geniere liberò il contenitore dall’imbragatura, cosicché uno dei suoi compagni potesse recidere con delle tronchesi il lucchetto che chiudeva il coperchio. Era arrivato il momento della verità. Intorno alla cassa si era formato un capannello di persone.
Il colonnello si avvicinò al contenitore e sollevò il coperchio. Alcuni fotografi, convocati per immortalare l’evento, erano pronti. L’ufficiale si chinò a terra quasi non credendo ai suoi occhi. Con delicatezza recuperò uno dei lingotti, soffiandoci sopra per rimuovere un leggero velo di polvere. Quando si rialzò in piedi partì una salva di flash.
«Ancora non riesco a crederci!» sussurrò Ottavio Regolo.
Sanesi fece un passo avanti. Il colonnello gli consegnò il lingotto. L’anziano studioso lo osservò con cura, dopo aver indossato un paio di occhiali. Si soffermò in particolare su un’incisione che ne identificava la provenienza.
«Come sospettavo» annunciò «questo lingotto apparteneva a re Pietro II di Jugoslavia. Il sovrano cercò di nascondere il suo tesoro poco prima che la Germania conquistasse il Regno di Jugoslavia. Stiamo parlando di circa 60 tonnellate di oro, oltre a monete antiche e banconote. Gli italiani lo trovarono nel 1942 e ne organizzarono il trasporto segreto a Roma. Il tesoro fu restituito alla Jugoslavia nel 1947 ma all’appello ne mancavano circa 20 tonnellate. Signori, oggi abbiamo scoperto che fine ha fatto una parte del tesoro mancante.»
Posò il lingotto nella cassa e appoggiò una mano sulla spalla di Regolo. «E grazie a questo giovane potremo anche cercare di capire la storia di questa scoperta.»
I presenti fecero partire un applauso, Regolo sorrise imbarazzato.
«Vieni, Ottavio, qui abbiamo finito, ora spostiamoci al rinfresco.» Il conte prese il ragazzo a braccetto e si incamminò con calma verso i fuoristrada. «Sai, questo carcere è l’unico in Europa dove i detenuti possono lavorare. Tutto quello che mangeremo è stato prodotto da loro, tra cui anche un buon vino.»
«Ho letto qualcosa su internet, se finissi in carcere vorrei venire qui.»
«Perché mai dovresti finire in carcere?» domandò il conte corrugando la fronte.
Regolo rise. «Stia sereno, non ho intenzione di commettere qualche reato. Era per dire che questo carcere mi sembra un buon posto, dove si può trovare ancora umanità. Comunque, secondo lei, cosa ne faranno dell’oro?»
«Lo trasporteranno in elicottero a Roma e poi penso che lo restituiranno ai legittimi proprietari.»
«Mi sembra un po’ difficile, considerando che la Jugoslavia non esiste più.»
«Be’, vorrà dire che lo divideranno tra i vari Stati.»
«Giusto. Speriamo che lo usino per il bene della gente.»
«Non ci contare troppo. Ormai dovresti sapere come funzionano le cose nel mondo. Finirà in qualche caveau a prendere polvere senza che nessun cittadino ne tragga alcun beneficio.»
«Forse ha ragione, ma sperare non costa nulla.»
«Ben detto, ragazzo. Ben detto» ridacchiò Sanesi.
I due uomini si allontanarono dal luogo dello scavo mentre i militari si apprestarono a recuperare la seconda delle cinque casse.