Roma, Quartiere Monteverde, 3 maggio 2020

1619 Parole
Roma, Quartiere Monteverde, 3 maggio 2020 Sdraiato su un lettino da spiaggia, Matteo Tagliaferro osservava la donna che sguazzava tranquilla dentro la sua piscina. I lunghi capelli neri erano raccolti con una pinza di plastica. Le forme rotonde erano a malapena contenute in un bikini leopardato. Sulla spalla sinistra c’era un tatuaggio che rappresentava una farfalla nell’atto di spiccare il volo. La sua Teresa. Quando, trent’anni prima, l’aveva sposata, era una ragazza molto carina, anche se un po’ stupida. All’epoca la mancanza di cervello era compensata dalla dolcezza. Con il passare del tempo, però, il fisico aveva iniziato ad appesantirsi, mentre il cervello era rimasto lo stesso. La giovanile dolcezza era ormai un lontano ricordo. Per quello e per altri motivi, Tagliaferro da anni non provava più niente per sua moglie, preferendo consolarsi tra le braccia di svariate amanti e sgualdrine occasionali. Sospettava che lei sapesse la verità ma che non dicesse nulla perché in fondo non gliene importava. Spostò una gamba facendo cigolare il lettino e consultò il Rolex d’oro che portava al polso abbronzato. Era tempo di andare, doveva sbrigare alcune faccende prima dell’ora di pranzo. Si alzò provocando un altro cigolio e recuperò un accappatoio di lino sul quale erano ricamate le sue iniziali: MT. A sessant’anni appena compiuti, Matteo Tagliaferro era il boss criminale più potente di Roma e provincia. Suo padre Amilcare, ucciso vent’anni prima in un agguato, era stato a capo di una banda di delinquenti che operava nello spaccio di droga. Alla morte del genitore, Matteo aveva preso il suo posto al comando riuscendo a incrementare gli affari. Al contrario di Amilcare, che era sempre stato impulsivo e poco prudente, lui aveva scelto di mantenere un profilo basso pur conservando con il pugno di ferro il suo potere. «Amò, ’ndo vai?» gli chiese Teresa senza smettere di nuotare. Tagliaferro le lanciò un’occhiata torva. Inspirò una boccata d’aria che sapeva di erba appena rasata e si costrinse a non insultarla. «E ’ndo voi che vado a quest’ora?» le rispose. «A lavorà?» «Brava, hai vinto cento punti.» «Vabbè, ciao!» La donna pose fine alla scarna conversazione. «Sì, ciao» ricambiò infastidito il marito. Richiuse la cintura dell’accappatoio e rientrò in casa, una splendida villa pagata un occhio della testa. Entrò in salotto e raggiunse un mobiletto che conteneva diverse bottiglie di alcolici pregiati. Prima di uscire aveva voglia di farsi un goccio. Tirò fuori una bottiglia di whisky Balvenie del ’52 e se ne versò due dita in un bicchiere dalla forma squadrata. Bevve il primo sorso facendo rimanere il liquido in bocca per qualche istante. Accese la televisione da 65 pollici e si sintonizzò su un telegiornale. Il giornalista stava comunicando la morte di una guardia giurata dopo quasi due mesi di coma. L’uomo era stato ferito in seguito a una rapina a un furgone portavalori. Negli ultimi mesi ce ne erano state ben tre, tutte a Roma e provincia. Mentre beveva un altro sorso di liquore, avvertì dei passi provenienti dalle scale che portavano al piano superiore. Si voltò appena in tempo per vedere suo figlio Kevin, venticinque anni da compiere il mese successivo. Indossava solo un paio di boxer attillati bianchi in netto contrasto con il colore della pelle abbronzata. Il fisico ben tornito lasciava intendere le svariate ore passate in palestra. Mentre scendeva le scale, Kevin sbadigliò rumorosamente grattandosi il cranio rasato quasi a zero. Kevin. Il boss aveva sempre odiato quel nome, imposto dalla moglie. Che razza di nome era? Lui aveva insistito per Amilcare, come suo padre, ma non era riuscito a spuntarla. Aveva ceduto per quello che all’epoca si sarebbe potuto ancora definire amore. Il ragazzo svoltò a sinistra e si infilò in cucina. Il padre lo seguì tenendo il bicchiere in mano. La stanza era ampia, arredata con mobili moderni. Al centro c’era un’isola dotata di ben otto fornelli per cucinare. Il boss pensò con rammarico che sua moglie non ne aveva mai usato neanche uno, a cucinare ci pensava una domestica. Kevin stava tirando fuori una bottiglia di latte da un enorme frigorifero colmo di viveri. «Be’, nun se saluta più?» chiese Matteo Tagliaferro. «Nun t’avevo visto.» «Eh già, a’ sera leoni e a’ mattina cojoni.» «E dai, nun comincià!» «A che ora sei tornato stanotte?» «Che ne so? ’E tre, ’e quattro, chi se ricorda.» Kevin recuperò un piatto con mezza torta al cioccolato e si sedette al tavolo della colazione. «E già, chi se ricorda. Hai fatto quarche cazzata?» «No, sta tranquillo» cantilenò Kevin. Il boss avvertì l’improvvisa voglia di schiaffeggiare quel ragazzo impertinente. Stava per farlo quando una voce lo fermò. «E dai, non stargli sempre così addosso.» Teresa era apparsa sulla soglia della cucina, coperta da un accappatoio rosa shocking. Parlò in modo lento e scandendo bene le parole. Fin da quando Kevin era bambino, la madre aveva imposto che in sua presenza si dovesse usare l’italiano invece del romanesco. Sosteneva che in quel modo non sarebbe cresciuto come un burino. La regola veniva rispettata solo in sua presenza. «Non stargli sempre così addosso» scimmiottò Tagliaferro abbandonando anche lui il dialetto. «È solo una fonte perenne di guai.» «Esagerato.» «Esagerato? Come me lo vuoi chiamare un ragazzo di venticinque anni che passa il tempo a ubriacarsi e fare a botte con il primo che capita?» «Dimentichi che gestisce lo spaccio della tua droga in tutta Roma e provincia» lo difese la madre. «Perché io ho voluto così e mi sa che non ho fatto una buona cosa. Da quando c’è lui il volume d’affari è sceso del 10%.» «Colpa di ’sti cazzo d’albanesi che fanno prezzi stracciati» intervenne Kevin mentre affondava la forchetta nella morbida pasta della torta. Tagliaferro sbatté un pugno sul tavolo. «No, la colpa è tua che non sai gestire la situazione. Senza contare che hai ammazzato il mio uomo migliore. Lui sì che sapeva come si lavora.» «Mi aveva mancato di rispetto!» «Voleva darti solo qualche consiglio, visto che aveva dieci anni di esperienza.» «È il modo che non mi è piaciuto. Mi ha trattato come un demente davanti ai miei uomini. Non potevo fare passare la cosa, sennò nessuno mi avrebbe più rispettato.» «Tu confondi il rispetto con la paura. Con i tuoi metodi porterai la gente a temerti ma non a rispettarti. Questa differenza non la capiva neanche tuo nonno. Pensava di gestire gli affari ammazzando chiunque non fosse d’accordo con lui, ma sappiamo tutti che fine ha fatto.» «Nonno Amilcare era uno con le palle!» «Palle, dici? Ma che cazzo ne sai tu di mio padre? Quando è morto ha lasciato solo una banda di imbecilli che gestiva qualche piazza di spaccio. Sono io che ho preso tutto in mano, creando quello che vedi. Non dimenticarlo mai!» «Mi pare che anche tu ne hai ammazzata di gente» bofonchiò il figlio masticando un pezzo di torta. «Certo, ma non lo facevo per cazzate come fai tu. Per diventare potente non bastano le pistole, bisogna usare anche il cervello. Mi sono alleato con imprenditori e politici per riciclare i soldi sporchi. Solo così ho potuto costruire il mio impero e ho fatto le cose così bene che tutti sanno cosa faccio ma nessuno potrà mai incriminarmi neanche per un divieto di sosta.» «Sì, sì, guarda che la conosco la storia della tua vita. Quello che voglio farti capire è negli ultimi anni ti sei un po’ rammollito. La gente sta perdendo il rispetto per i Tagliaferro.» «E ’sta cosa dove l’hai sentita? Da quei coglioni di amici che ti porti appresso?» Kevin sì alzò di scatto dalla sedia. «L’ho sentita in strada, papà, posto dove tu non metti più piede da una vita. Chiuso nel tuo ufficio dorato, non sai un cazzo di quello che succede là fuori.» Il padre puntò l’indice verso il figlio. «Non permetterti, sai? Credi di potermi insegnare come si gestiscono gli affari? Sei solo un moccioso!» «Sarò anche un moccioso ma quando non ci sarai più sarò io a gestire gli affari di famiglia» sbraitò Kevin sputando gocce di saliva e pezzi di torta. «Se continui così tu finirai per mandare tutto a puttane nel giro di qualche mese!» Matteo Tagliaferro bevve una lunga sorsata di whiskey per cercare di calmarsi. Appoggiò il bicchiere sul tavolo e si avvicinò al figlio. «Kevin, è vero che un giorno erediterai tutto questo, ma fino a che sarò in vita si farà a modo mio. Non ho più intenzione di tollerare le tue cazzate. Intesi?» «Sì, papà. Intesi» rispose poco convinto il giovane. Il boss romano sospirò, realizzando di non poter ottenere niente di più per quella mattina. «Bene, allora io vado.» Lasciò la cucina sorpassando Teresa, che se ne stava impalata davanti alla soglia con le braccia raccolte al petto prosperoso. Ignorò lo sguardo di disapprovazione che gli lanciò la donna. Aveva davvero bisogno di uscire da quella casa che gli procurava solo fastidi. «Ho messo su proprio ’na famiglia de mmerda» borbottò con amarezza. Salì al piano superiore e si fece una doccia tiepida. Cinque minuti dopo, era fuori a sbarbarsi per bene. Raggiunse l’enorme cabina armadio e scelse un completo color antracite. Quando finì di vestirsi, scese di nuovo al piano terra e uscì di casa. Non si curò di salutare né Teresa, né Kevin. In uno spiazzo davanti alla villa era già pronta la sua costosa Lexus LS. Bruno, il suo autista, era in attesa con lo sportello posteriore aperto. L’uomo aveva solo il compito di guidare ma era anche una guardia del corpo addestrata. «Buongiorno, dotto’!» salutò con un accenno di sorriso. «Ciao Bruno» rispose Tagliaferro entrando in macchina. Bruno richiuse lo sportello e si sistemò al posto di guida. Accese il motore e partì senza chiedere dove andare, tanto la destinazione era sempre l’ufficio del suo capo, in pieno centro città. L’automobile imboccò un vialetto fino a raggiungere un maestoso cancello metallico che iniziò ad aprirsi automaticamente, accompagnato da un lampeggiante di colore giallo. La sommità era decorata con le lettere M eT plasmate nel ferro battuto. Gli pneumatici della Lexus scricchiolarono sul vialetto ghiaioso. La berlina varcò la soglia della proprietà. L’autista fece transitare una motocicletta prima di immettersi nella strada. Non riuscì a fare neanche venti metri. Alcuni passanti avvistarono una fiammata provenire dalla mansarda di una villetta che si affacciava sulla strada. Un sibilo precedette una grossa esplosione. In una frazione di secondo la Lexus fu ridotta a un ammasso di lamiera fumante, creando il panico tra i passanti che si dispersero urlando.
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