Chapter 5

1117 Parole
Capitolo IV Quando entrò nello studio, la cosa che lo colpì di più fu la scrivania del dottore. Una più massiccia, più elaborata non l’aveva mai vista. Mogano nero, piano ricoperto in parte da inserti di pelle verde muschio, bambocci scolpiti ai lati: due cassettiere a fare da sostegno. Poltrona nera di pelle capitonné. Un insieme pacchiano e intimidente nello stesso tempo. Non piaceva neanche al capo, lo sentiva brontolare contro il cattivo gusto di quell’uomo. Il dottore, però, fu molto gentile e comprensivo, parlò del padre e di quanto lo stimasse. Gli disse poi di mettersi comodo e di raccontargli di questo suo compagno segreto e di spiegargli perché alla sua età e con il suo curriculum di studi avesse ancora bisogno di un coniglio bianco. Credeva di metterlo in imbarazzo con quella battuta e di farsi chiedere chi era il coniglio bianco. Ma non era così, Harvey, il grande coniglio bianco, lo aveva visto per caso su Youtube. Da allora il suo capo gliene aveva parlato spesso. Sosteneva che quel film voleva dire molto di più di quello che la gente poteva capire. E James Stewart avrebbe potuto essere lui e molti altri ce n’erano in giro per il mondo. Aveva preso quelle parole per una delle solite sparate del capo, ma il richiamo dello psichiatra a quel film lo aveva reso sospettoso. «Perché ha citato proprio il coniglio bianco, saggio e autorevole, con uno sterminato numero di film e libri che parlano della follia?» Alberto non si fidava e non aveva raccontato molto, soprattutto non si era lasciato scappare che da sempre aveva la sensazione che l’altro lo guidasse e lo trattasse come un guscio vuoto da usare. Non era certo gentile come Harvey e questo lo faceva soffrire. Allora decise di dirgli, mantenendo apposta un atteggiamento timido e remissivo, che si trattava più che altro di un’abitudine, residuo della sua solitudine infantile, di quando suo padre non tornava a casa per settimane, perché andava spesso all’estero per lavorare. Anche sua mamma pativa la solitudine e per questo andava fuori con le amiche o le faceva venire da loro. Ma allora lui non poteva uscire dalla sua stanza. «Per non disturbare Olga: a lei non piacciono i bambini» gli diceva. In realtà si vergognava che lui potesse parlare dell’altro. La madre stava fuori anche a cena e qualche volta rientrava tardi. Lui la sentiva perché non dormiva quasi mai. Suo padre e sua madre non andavano d’accordo ed era sicuro che entrambi avessero delle storie di sesso con altri. Ma lui non li aveva mai visti, perché a casa sua di quelle cose non si parlava. I suoi genitori tiravano avanti così in una ipocrisia indolore, per salvare le apparenze, come facevano moltissime coppie. «Ma adesso è solo un vezzo. Veramente, dottore, mi serve anche per scherzare con gli amici e le ragazze» mentì, concludendo il suo monologo interrotto solo da alcuni «Vai avanti, Alberto», «Dimmi tutto quello che ti passa per la mente». Il dottore gli sembrò rassicurato dalle sue affermazioni e non gli prescrisse farmaci, ma lo esortò a liberarsi di quella sua abitudine, che poteva essere scambiata per sindromi ben più gravi e pericolose, disse per rafforzare la sua paura e costringerlo a ubbidirgli. Uscendo aveva sentito il sollievo del capo, perché era stato attento a quello che diceva e perché era riuscito a non farsi dare medicine. Quella sera sembrava quasi che fossero amici. Si era sentito felice. Ma col tempo gli scontri erano diventati più violenti, la sua paura era aumentata e così lo riportarono da Monterchi. Questa volta gli raccontò tutto, anche che aveva mentito, per ordine del capo. Quello si infuriò e gli provocò immediatamente una violenta crisi di mal di testa. Monterchi divenne molto autoritario e, nonostante le proteste sue e le urla dell’altro che gli esplodevano nel cervello, gli disse che non avrebbe potuto curarlo a casa. Telefonò immediatamente a suo padre per spiegargli la gravità della situazione e la decisione da prendere. Un’infermiera, tutt’altro che fragile e femminile, lo bloccò con agilità e il dottore, sempre parlandogli suadente, gli praticò un’iniezione nel braccio. Mentre le onde del sonno soffocavano l’angoscia, sentì il dottore che parlava al telefono. «Forse ce n’è un altro... Te lo mando in ambulanza. È già sedato…» «Un altro chi?» pensò di urlare, ma era già incosciente. Quando si svegliarono lui e l’altro erano lì in quella bella stanza luminosa: in quella maledetta clinica. Sentiva il suo dolore ed era legato ai polsi e alle caviglie. E tutto ebbe inizio. Le due e un quarto. Un rumore: il segnale dell’ascensore che si ferma al piano. Qualcuno attraversa le porte scorrevoli. Il neon ha smesso di gracchiare e la luce si è stabilizzata. Non sono loro. «Non può essere che la Nazzari. La luce si stabilizza sempre quando arriva lei: chissà perché? E chissà che cosa vuole a quest’ora?» «Ludovici.» Una voce sommessa. «È proprio la Nazzari.» «Ludovici, svegliati. Dai, che ormai puoi sentirmi!» «Svegliati e rispondiamole. Lo sai che se sei così io non posso fare niente, mica riesco a comunicare con il pensiero con gli altri come con te!» Alberto non dava segni di ripresa. Silenzio e respiro regolare, ronfante. La dottoressa guardava dallo spioncino il corpo che giaceva immobile, rannicchiato. Gli sembrò che spostasse lo sguardo all’angolo in fondo, dove lui se ne stava dritto. «Non mi vede, non è possibile. Sarà un vezzo: non può vedermi.» Poi un sussulto. «Ludovici, svegliati! Adesso entro e tu devi stare tranquillo.» La porta si apre lentamente. Lentamente la donna entra: tra le braccia un grosso involto. «Meglio controllarlo dall’interno! Non deve agitarsi e spaventarla.» Alberto, ancora mezzo addormentato implora, masticando le parole e ritraendosi contro la parete: «Basta iniezioni, basta!» «Stai tranquillo, io non te ne faccio iniezioni. Sono venuta per portarti via!» «Perché? Io non posso uscire. Il professore dice che non sono ancora guarito, che mi devono fare altre cure.» La guarda sospettoso e ancora insonnolito. «Voglio che parliamo. Ma solo tu e io, in un altro posto… Qui son tutti sicuri della diagnosi e hanno deciso che cosa fare di te. Ma io non sono d’accordo. Non voglio che vadano avanti con la terapia e neanche che ti trasferiscano.» «Ma qui sono al sicuro: mi curi lei qui!» «Se stai in clinica, non posso fare nulla per te, perché gli altri di me non si fidano: specie padre Volpiani.» «Ha gli occhi cattivi, quel prete!» sussurrò Alberto, che qualche volta lo aveva visto anche alle sedute di psicoterapia. La dottoressa rimase in silenzio, ma era d’accordo: «Sì, un po’ fa paura!» Anche il primario non voleva approfondire il caso, ma lei invece doveva capire le cause dei suoi deliri, che sembravano molto più organizzati di quelli degli altri. Per il vecchio la diagnosi era fatta. Durante l’ultimo confronto sui pazienti era presente anche Volpiani. Il primario lo guardava mentre parlava, come se si aspettasse l’imbeccata o stesse ripetendo una filastrocca suggerita. Nazzari era sicura che anche lui ne avesse paura. Aveva parlato della necessità dell’elettroshock per il Ludovici e dell’eventuale trasferimento, se gli insuccessi terapeutici fossero continuati. Volpiani annuiva.
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