Chapter 4

1198 Parole
Capitolo III Le prime ore del giorno erano le più terribili: fuori buio e silenzio. Dentro un affollamento di pensieri, ricordi confusi, disordinati, senza logica: se solo avesse potuto ricordare con chiarezza. Il tempo maledetto offuscava i ricordi, confondeva le immagini, ma prima o poi avrebbe riacquistato la memoria, avrebbe capito che cosa fare con precisione e sarebbe stato di nuovo libero. Ancora mezz’ora e poi lui si sarebbe svegliato: ormai non dormiva più di quattro ore anche con il Talofen. Alberto aveva trent’anni. Laurea in Storia a Torino e master a Bologna: il tutto superato a pieni voti. Bel ragazzo, capelli e occhi castani, bel sorriso, un po’ sfuggente, viso scavato, barba appena accennata. Sguardo febbrile, come se nascondesse qualcosa di cui aveva paura. Naso leggermente aquilino, mascella volitiva. Era molto forte e riusciva bene in ogni sport. In gara con se stesso, si metteva alla prova fino al limite. Quando era fisicamente tanto stanco riusciva ad addormentarsi, nonostante le proteste dell’altro; questo gli dava grande sollievo. Proprio l’insonnia gli permetteva di avere risultati molto buoni negli studi. Di notte, quando i genitori si addormentavano, la voce lo svegliava. Allora, rassegnato, scendeva dal letto, accendeva la lampada da scrivania e lavorava anche fino all’alba. Poi tornava a coricarsi per rigenerarsi un po’, gli diceva l’altro. Ma con sua sorpresa, non era mai veramente stanco. «Merito mio!» si vantava la voce. Fin da bambino era stato studioso e riflessivo: papà e mamma ne erano orgogliosi, benché preoccupati che giocasse troppo spesso con quel suo amico immaginario. Gli parlava, gli raccontava la giornata, ma sovente ci litigava. Quando avevano provato a chiedergli perché lo facesse, lui candidamente aveva risposto che preferiva giocare con “quello”, piuttosto che con i videogiochi. Gli raccontava delle storie molto divertenti che lo facevano sognare. Anzi lo accompagnava anche lì, nei sogni, e potevano volare insieme fino alle nuvole. Era bello. Ma li aveva rassicurati che avrebbe smesso se loro non volevano che giocasse così. Quella risposta gliela aveva suggerita l’altro: «Così se ne stanno tranquilli e noi possiamo continuare a giocare». «In fondo è un ragazzino. Se non avesse quei mal di testa, andrebbe tutto bene.» Ma il pediatra li aveva tranquillizzati: la crescita o forse un po’ di sinusite, oppure la vista affaticata da troppo studio e troppo computer; non se ne era più parlato seriamente. Tanto sembrava che passassero di colpo, senza medicine. Dati i risultati a scuola e il suo buon carattere, i genitori pensarono che semmai gli avrebbero fatto fare quattro chiacchiere con uno psicologo appena ci fosse stata l’occasione. Ma fino alla fine del liceo l’occasione non venne mai e Alberto poté continuare a parlare con il suo amico immaginario. Non gli aveva dato un nome, ma con il tempo aveva incominciato a chiamarlo «Capo», perché l’amico si era fatto sempre più autoritario e pesava sempre di più nelle sue scelte. Persino sulle ragazze pretendeva di dire la sua e non gli permetteva di restare a lungo con chi non gli piaceva. Soprattutto non sopportava che il ragazzo si lasciasse andare a confidenze che lo riguardavano. Diventava una furia, finché non si decideva ad abbandonare la fidanzata di turno. Alberto trascorse gli anni di università appartato, con pochi amici. Cresceva l’insofferenza agli ordini del capo a cui reagiva spesso violentemente, anche in pubblico. Non dava confidenza ai suoi coetanei, si vergognava, e con il tempo, visto che le ragazze non andavano mai a genio all’altro, aveva deciso di starsene da solo. Tanto sperava ancora che prima o poi quel suo ingombrante compagno se ne sarebbe andato per conto suo. In effetti glielo ripeteva: «Appena posso, me ne vado. Ti lascio, Alberto. Me ne vado via. Torno da dove sono venuto. Non sopporto più di stare qui dentro». La laurea era stata un trionfo, come tutto il corso. I professori erano strabiliati dalla sua memoria e dalla sua maturità. Da qualche mese il suo compagno si era fatto più invadente, continuava a raccontargli quelle storie di fughe da posti lontani e lui diventava sempre più nervoso. E in più, se non lo assecondava in qualche cosa, gli faceva venire quelle terribili emicranie che lo costringevano a restare al buio per ore. Poche in verità, poi glieli faceva passare di colpo. Anche perché, gli diceva, ridotto in quello stato neanche lui riusciva a fare quello che voleva. Allora decise di andare dallo psicologo. Quell’incontro che aveva rimandato per anni. Ma adesso incominciava ad aver davvero paura. Suo padre lo indirizzò a un suo vecchio amico. Un noto psichiatra, devoto cattolico praticante, cugino di un alto prelato della Curia, con cui il suo vecchio, architetto ancora sulla breccia, aveva avuto a che fare per la costruzione di parecchie chiese, anche in aree di missione, aggiudicandosene facilmente gli appalti. Erano soci di un circolo culturale che suo padre frequentava ogni primo e terzo martedì del mese: cena e discussioni molto pallose, su argomenti eruditi, morali e mitologici. Ce lo aveva portato qualche volta, ma tra quei parrucconi e quelle porpore cardinalizie, lui non ci si trovava proprio. Solo il palazzo in cui si svolgevano gli piaceva: veramente sfarzoso e carico di storia. Lui si perdeva a immaginare principi e cardinali che in quelle stanze intessevano gli intrighi della Roma del Rinascimento. Periodo che lo aveva sempre affascinato. Fu naturale quindi per suo padre indirizzarlo al dottor Monterchi, perché si prendesse finalmente cura del suo unico figliolo, che proprio normale, nonostante le sue ottime capacità di studio, non lo era mai stato. L’incontro avvenne nello studio del dottore, in Vicolo Santamaria. Al primo piano. Sala d’attesa ovattata, filodiffusione, infermiera molto carina e gentile, poltrone, tappeti, grandi vasi cinesi: aria da ricchi. Alberto stava a disagio, avrebbe preferito andare al servizio di igiene mentale dell’ASL, ma suo padre non aveva voluto sentire ragioni. «Tu non sei mica matto. Ti vuoi mischiare a quelli?» Per “quelli” suo padre, che era in fondo un brav’uomo, non intendeva nessuno in particolare. Per lui “quelli” erano tutti coloro che non appartenevano al suo ambiente. E allora aveva ceduto per non dispiacere al suo vecchio ed era andato da Monterchi. Il capo era molto nervoso quel pomeriggio di aprile e non aveva nessuna voglia di avere a che fare con uno psichiatra. Gli aveva detto: «Che cosa vuoi che capisca. Lui penserà le solite cose… sdoppiamento della personalità, schizofrenia. Se ti va bene, sospetterà una depressione mascherata per carenza affettiva. Ma anche così ti becchi un mare di medicine che ti rincoglioniscono e io non posso più stare tranquillo. Tu che dormi tutto il giorno e io a guardarti senza poter fare niente!» «Non esagerare. È meglio se mi faccio vedere una volta; comincio a essere un po’ preoccupato e in fondo mi piacerebbe vivere come tutti gli altri.» «E tu vivi come tutti gli altri, se ti piace. Ma te li scordi i tuoi bei risultati. Se io taccio, tu ricordi le cose che devi sapere, da uomo normale e addio posto in Facoltà come ricercatore. Tienilo a mente: tu e io siamo legati e qui dentro, nel tuo cervello, comando io! Se stai quieto e non cerchi di fregarmi, va tutto bene e tiriamo avanti. Anch’io ho bisogno di te. Te l’ho detto. Non posso starti troppo lontano, soprattutto di giorno. Ma non mi sfidare, potrei anche mollarti, e temo che la cosa non sarebbe senza conseguenze. È andata così: questo è il nostro destino. Attento a quello che dici allo strizzacervelli.»
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