Chapter 3

1473 Parole
Capitolo II Alberto adesso dormiva. Quando lo guardava in quello stato gli sembrava un oggetto inerte che solo lui poteva rendere vivo. Se avesse potuto fare a meno di quel coso arrogante che credeva di decidere autonomamente della sua vita, si sarebbe sentito felice, avrebbe ricordato tutto e sarebbe finalmente stato libero. Ora quello stava rannicchiato sul materasso che faceva da pavimento alla stanza e lui in piedi in un angolo lo guardava. Veramente non era neanche una stanza. Tre metri per tre: nessuna finestra. Una luce bianca pioveva dall’alto. Pareti, pavimento e soffitto bianchi, ricoperti da quello spesso materasso. Nessun letto, nessuna suppellettile, nessun’altra illuminazione oltre la plafoniera lassù al centro. Musica a basso volume di sottofondo. E quella melodia monotona non smetteva mai. Uno spioncino quadrato, chiuso da un vetro spesso, mostrava la parete verde del corridoio. Di quello che succedeva fuori si sentiva poco, ma qualche rumore filtrava. Dopo l’ultima scenata, lo avevano portato via dalla stanza al piano di sotto e lo avevano accompagnato lì, si fa per dire. Parole dolci all’orecchio, carezze: «Vedrai andrà tutto bene! Non torneranno più! Ti lasceranno stare. Nessuno ti vuole distruggere. Vieni con noi, stai tranquillo, non ti agitare più! Stai tranquillo!» E come avrebbero potuto fare altrimenti, lui e quel coso che lo conteneva. Erano due energumeni grossi come gorilla. Sorridevano, ma stringevano tanto che anche respirare diventava difficile. Uno era bravissimo: riusciva a infilare un ago nel braccio anche in corsa e non sbagliava mai la vena. Lo vedeva il sangue nella siringa, poco prima che si sentisse strano e Alberto smettesse di gridare. Poi gli infermieri se ne erano andati ed era rimasto solo lui a guardare l’altro mentre dormiva. Il tempo passava con una lentezza snervante. Si poteva solo dormire o pensare. Il ritmo delle giornate era scandito dalla somministrazione dei farmaci. «Si è calmato anche stavolta!» diceva il più grosso, lisciandosi la barba e aggiustandosi la divisa, mentre due teste si contendevano lo spazio dello spioncino per guardarlo dormire. «Ormai bastano a mala pena due Talofen in vena, tre volte al giorno» gli aveva risposto il secondo: faccia rotonda e solo un pochino meno grosso, occhi furbi e decisi. D’altronde in quell’ambiente o eri deciso o un calcio in bocca prima o poi te lo prendevi e, se gli restava nelle mani un cucchiaio, qualcuno dei ricoverati era anche capace di sbudellarti. La dottoressa Nazzari, Luisa per pochi, non voleva che li sedassero così profondamente, ma qualche precauzione per difendersi dovevano pure prenderla. Lei col suo visino pulito, gli occhioni azzurri e quei capelli biondi, setosi e sottili che bastava un filo di vento a spettinarli, non doveva lavarli, vestirli e portarli alle visite. Facile fare la dottoressa buona con uno stipendio che era tre volte il loro. Carina era carina: alta almeno uno e settanta, nasino alla francese, bel corpo, bel seno, qualche pensiero te lo faceva fare, per forza. Solo pensieri, però, perché in quel posto un po’ di libertà potevi prendertela solo di notte, quando non c’era gente in giro. Ma lei era la figlia del maggior finanziatore e turni di notte ne faceva pochi, anzi quasi nessuno. Veramente era un po’ strana, ogni tanto si incantava e guardava per aria, specie quando andava da quelli nelle camere speciali. Forse perciò non la facevano lavorare di notte, avevano paura che crollasse: magari non sopportava la tensione di quel reparto. In quel momento ce ne erano solo due di loro, per fortuna. Ma nei mesi precedenti ne avevano avuti fino a sette e non si viveva più. Sembrava un’epidemia, peggio dell’influenza, che quell’anno era stata tosta e gli aveva dimezzato l’organico e allora sì che era stato un problema. Quando si agitavano, uno da solo non li teneva fermi. Se erano già nelle stanze speciali, non era così grave: li si lasciava lì e basta. Ma se erano ancora al piano di sotto, capitava di dover cambiare anche il mobilio. Quei disgraziati si assomigliavano tutti: erano noiosi. Certamente prevedibili nelle loro inutili cantilene. Quando non erano Napoleone, qualche grande uomo o un santo o Gesù, il ritornello era sempre quello: «Le voci, le voci, le sento nella testa; i nemici mi vogliono uccidere, la fine del mondo, la stella esplode; pericolo, pericolo; dobbiamo scappare su un altro pianeta, arriva la fine del mondo. Dobbiamo uscire da qui, non ne posso più di stare chiuso qui dentro!» Tutta la serie delle solite baggianate. E se si provava a ragionare, a calmarli, era peggio. Finché non gli passava, erano proprio violenti. E allora giù di Talofen, altrimenti non si dormiva più e l’indomani non c’era nessuno a sostituirti. «Senti Giovà, io vado a sdraiarmi un po’ e tu cerca di fare lo stesso, tanto dalle camere speciali non possono uscire, dormono tutti e due tranquilli e sotto il Silenzio è suonato da un pezzo!» Il corridoio, illuminato dalle luci di emergenza, ora era deserto. Si sentiva solo il ronfare basso e regolare del condizionatore. Fuori la pioggia scrosciava e tirava un vento forte e freddo, ma dentro si sentiva un ovattato brusio che in altri luoghi avrebbe conciliato il sonno e cullato i sogni. Maledetto marzo, non sa mai da che parte stare: inverno o primavera. Per ora la primavera sembrava proprio non voler arrivare. La clinica Mater Misericordiae era immersa in un profondo silenzio. Sul pianerottolo del piano, proprio sopra la porta dell’ascensore, un neon gracchiava, accendendosi e spegnendosi. Erano mesi che faceva così e nessuno in direzione si decideva a cambiarlo con i nuovi led che facevano più luce e consumavano di meno. E poi erano anche ecologici. Ma a quelli del Consiglio di Amministrazione non gliene fregava niente, non parliamo alla suora caposala. A lei bastava la luce divina. Lui nell’angolo stava pensando: «Con tutto quel Talofen, per forza si è spento. Ma meglio così, preferisco ragionare con calma, senza le sue interferenze. Finché lui dorme, come dicono quegli altri, io posso starmene per conto mio, anche se non posso allontanarmi. Almeno non ancora. Ma devo trovare il modo per scappare da qui dentro». Doveva fuggire da lì. Doveva aiutare il giovane a non avere più paura di lui. «Devo essere più gentile, ma in questi ultimi mesi mi sono saltati i nervi. Devo tranquillizzarlo, così non lo riempiono di calmanti. Ora lui è troppo agitato: ho fatto male a raccontargli i miei ricordi e i miei piani. Si è terrorizzato. Devo cercare di farlo collaborare. È rozzo, come tutti i suoi simili. Vorrei farne a meno. Ma mi serve: non posso negarlo. Qui dentro sono tutti orrendi: dottori, infermieri, preti e suore. Sono tutti d’accordo, maledetti. Forse si salva la dottoressa Nazzari. A volte sembra quasi che mi guardi, quando viene da lui. Ma questo non è davvero possibile. Lei sta dall’altra parte e non può capire, non può sapere.» Fuggire: facile da dire. Ma, a parte la sorveglianza della clinica, poi dove sarebbe andato? A casa di Alberto non ci poteva tornare: il padre lo avrebbe riportato indietro. E poi ammesso che fosse riuscito a uscire, con quel braccialetto elettronico che gli avevano messo, avrebbero saputo sempre dov’era. Toglierlo non era possibile. Era fatto molto bene, se si cercava di manometterlo partiva una scarica elettrica così forte che lasciava il soggetto da contenere tramortito, in uno stato di semincoscienza. Nello stesso tempo veniva iniettata dalla scatola sul bracciale, una specie di cassa da orologio, una dose per cammelli di Talofen e addio fuga. L’aveva visto anche lui quel giorno alla mensa quando un altro ci aveva provato. Sentiva ancora le sue urla nelle orecchie. Con quel sistema di controllo e contenzione, finché se ne stavano tranquilli, li lasciavano anche girare per la clinica e persino uscire nel giardino. La centrale di controllo doveva essere da qualche parte all’ultimo piano. Dall’allarme alla reazione passavano quindici secondi: troppo poco per escogitare qualsiasi cosa. Un meccanismo primitivo, ma senza dubbio efficace. Per renderlo innocuo ci sarebbe voluta la guaina schermante che bloccava contenzione e georeferenziazione. La davano soltanto a quelli che uscivano per i lavori socialmente utili di pulizia dei giardini pubblici in città e lungo il Tevere. Le vibrazioni del lavoro manuale potevano attivare il meccanismo e non sarebbe stata una buona pubblicità per la clinica dover soccorrere operai e giardinieri rotolati per terra, prima urlanti e poi incoscienti. Qualcuno avrebbe potuto pensare che il sistema di contenzione fosse davvero eccessivo e gli attivisti dei diritti umani avrebbero gridato allo scandalo. Forse la pensavano così anche quei cardinali e vescovi, che erano venuti due volte da quando era stato ricoverato lì per controllare che tutto fosse a posto e che i malati stessero bene e fossero trattati con tutta la dovuta considerazione. Dicevano proprio così: «Con la dovuta considerazione». Non gli era mai piaciuto come lo dicevano, quando passavano davanti ad Alberto e sostavano sorridendo. Poi gli poggiavano una mano sulla fronte e lo benedicevano. Diventava furioso. Comunque fosse, quando uscivano lavoravano lontano dalla gente, con la loro bella guaina al braccio, ma con i sorveglianti molto attenti. Non erano teneri e tutti loro lo sapevano.
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