M’ha detto, quasi aspramente: “Avresti potuto avvertirmi: ho un ufficio in via d’Onfroy. Qui sono soltanto accampato. La casa è ignobile”. Io l’ho abbracciato. Ha avuto un accesso di tosse. Credo che fosse più commosso di quanto volesse sembrarlo. I resti del pranzo erano ancora sulla tavola. “Debbo nutrirmi” ha ripreso con pungente gravità “e disgraziatamente ho poco appetito. Ricordi i fagioli del seminario? Il peggio è che bisogna cucinare qui, nell’alcova. L’odore del grasso fritto mi dà sui nervi, m’è odioso. Altrove, divorerei.” Ci siamo seduti l’uno accanto all’altro; stentavo a riconoscerlo. Il suo collo s’è allungato smisuratamente e la sua testa, là sopra, sembrava piccolissima; pareva la testa d’un topo. “Sei stato gentile a venire. Per parlarti francamente, sono stato sorpreso

