CAPITOLO 1: IL VICOLO
Sofia
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L'locale esala effluvi di birra stagnante e sudore maschile, quell'odore particolare degli uomini che non hanno altra occupazione se non consumare le loro serate nell'alcol. Riconoscerei questa fragranza tra mille, l'ho respirata per dieci anni in troppe città diverse. Eppure, qui, assume una dimensione più opprimente. Ogni nota porta un nome, un volto, un ricordo che ho passato un decennio a tentare di seppellire.
L'anta di legno gemeva già quando ero bambina. Geme ancora. Nessuno ha intrapreso la minima riparazione in questa località. Nessuno ha mai restaurato nulla da nessuna parte, qui.
Procedo verso il bancone, i miei tacchi risuonano sul pavimento impregnato di sporcizia. Alcuni volti si girano. Sguardi che mi sfiorano, mi giudicano, mi valutano. Li ignoro. Ho acquisito una padronanza consumata nell'arte di fare fiato agli sguardi.
— Un whisky. Liscio.
Il taverniere, un individuo che non conosco, mi serve senza proferire parola. Porto il bicchiere alle labbra. Il fuoco liquido scende lungo il mio esofago. Le mie falangi tremano impercettibilmente attorno al recipiente. La stanchezza del viaggio, mi dico. Nient'altro.
Poi l'atmosfera si modifica.
Sarei ben incapace di spiegare questo fenomeno. Come se la pressione barometrica crollasse bruscamente. Così come prima del temporale. I peli dei miei avambracci si rizzano. Un calore improvviso invade la mia schiena, scivola tra le mie scapole, scende lungo la mia colonna vertebrale.
So che è lui prima ancora di effettuare la rotazione.
Mathéo.
È appoggiato al bancone, all'estremità opposta, una bottiglia di whisky che pende all'estremità delle sue dita come un'estensione naturale del suo essere. La luce sordida del bar scavai suoi tratti, esaspera le cicatrici che ornano le sue nocche, fa scintillare le sue pupille come frammenti di vetro rotto.
Mi contempla.
No. Mi divora. Mi squarta. Mi riduce in cenere senza abbozzare il minimo movimento.
Dieci anni.
Dieci anni che ho fuggito questo borgo marcio. Dieci anni che ho abbandonato dietro di me la mia genitrice, i miei ricordi e lui. Lui che allora era solo un adolescente goffo, con occhi troppo grandi e pugni troppo pesanti. Lui che mi seguiva ovunque come un cane smarrito. Lui a cui avevo promesso, una sera d'estate, che non me ne sarei mai andata.
Ho mentito.
Il suo sguardo mi comunica che non ha dimenticato. Che non ha dimenticato nulla. Che ogni giorno di questi dieci anni è inciso da qualche parte nel suo petto, e che dovrò espiare.
Sostengo il suo sguardo. Non sono più l'adolescente che fuggiva. Ho imparato a difendermi anch'io.
Posla la bottiglia. Il rumore del vetro che urta il legno risuona nel silenzio che è calato sull'assemblea. Tutti hanno capito. Tutti trattengono il respiro.
Attraversa la sala.
Ogni falcata è misurata, precisa, inesorabile. Le sue spalle larghe fendono la folla che si scarta istintivamente. Le sue mani pendono lungo il corpo, ma osservo i muscoli dei suoi avambracci sporgere, pronti a colpire. Una cicatrice taglia il suo sopracciglio sinistro. Un'altra, più recente, corre lungo la sua mandibola.
Si ferma davanti a me. Percepisco il suo odore. Cuoio, tabacco freddo, sudore, e quell'essenza più selvaggia, più animale. Un profumo d'uomo, semplicemente. Un profumo che sconvolge le mie viscere in un modo che mi ispira al tempo stesso disgusto ed eccitazione.
— Sofia.
La sua voce. Grave. Raucca. Consumata dall'alcol e dalle notti d'insonnia. Una voce che ha imparato a infliggere dolore.
— Mathéo.
Il mio nome nella sua bocca mi attraversa come una scarica elettrica. Odio il modo in cui suona. Odio il modo in cui il mio organismo risponde.
Le sue dita si avvolgono attorno al mio bicipite. La sua presa è ferma, quasi dolorosa. Mi solleva dallo sgabello come se fossi priva di peso.
— Usciamo.
Questa non è una domanda. È un ordine. E la parte peggiore di me stessa, quella che credevo di aver annientato in città, prova il desiderio di obbedire.
Mi trascina attraverso la sala. I miei tacchi raschiano il pavimento. Potrei dibattermi, potrei urlare, potrei conficcare le mie unghie nei suoi bulbi oculari. Non faccio nulla. Lo seguo.
L'anta sbatte dietro di noi. L'aria gelida della notte mi frusta il viso. Il vicolo è angusto, malamente illuminato da un unico lampione che crepita. Cassonetti dell'immondizia allineati contro la parete. Odore di urina e di terra umida.
Mi schiaccia contro il muro.
La mia schiena colpisce la pietra con un tonfo sordo. L'aria viene espulsa dai miei polmoni. Le sue mani imprigionano le mie spalle, le sue dita si affondano nella mia carne. È troppo vicino. Il suo viso a pochi centimetri dal mio. Il suo alito tiepido sulle mie labbra.
— Hai un bel coraggio a tornare.
La sua voce vibra di una rabbia contenuta. Osservo i muscoli della sua mascella sporgere sotto la pelle.
— Ne avevo il diritto.
— Il diritto? — sputa. — Il diritto?
Mi scuote. Il mio cranio colpisce la pietra. Il dolore esplode nel mio cervello, ma è una sofferenza netta, una sofferenza che mi ravviva, che mi ricorda che esisto ancora.
— Sparisci senza una parola. Dieci anni. Dieci dannati anni senza dare il minimo segno di vita. E ricompa ri come se niente fosse, con i tuoi stivaletti cittadini e la tua aria di sapere tutto?
— Non ti devo nulla.
— Nulla?
Emette una risata. Una risata priva di gioia, una risata spezzata, che somiglia più a un singhiozzo.
— Mi devi tutto, Sofia. Tutto.
La sua mano libera la mia spalla. Si alza, si affonda nei miei capelli, li afferra alla radice. Tira la mia testa all'indietro, costringendo il mio viso ad avvicinarsi al suo. Il dolore è pungente. Sento le lacrime affiorare, le trattengo.
— Ho contato i giorni — mormora —. Le ore. I minuti. Ogni dannato secondo in cui non c'eri.
Il suo sguardo si tuffa nel mio. Ci sono così tante cose nei suoi occhi. Rabbia, certamente. Ma anche sofferenza. Un dolore così immenso, così antico, che mi stringe la gola.
— E tu? Mi hai guardato una sola volta nello specchietto retrovisore mentre fuggivi?
Non rispondo. Non posso rispondere. Perché la verità è che sì. Sì, l'ho guardato. Per mesi. Per anni. Nei volti degli altri uomini, nel frastuono urbano, nel silenzio delle mie notti.
Lo colpisco.
La mia mano parte spontaneamente. Lo schiaffo schiocca nel silenzio del vicolo. La sua testa ruota di lato. Un marchio scarlatto appare sulla sua guancia.
Resta immobile. Un secondo. Due secondi.
Poi lentamente gira il viso verso di me. I suoi occhi sono due braci. E invece della collera che anticipavo, vi scorgo qualcos'altro. Qualcosa che somiglia al desiderio.
La sua bocca schiaccia la mia.