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Il grande mistero di Bow

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Trafiletto

Londra. Alle prime luci dell’alba, in una giornata di fittissima nebbia, nel suo letto viene trovato il cadavere di Arthur Constant, un giovane uomo che viveva da solo in una misera camera presa in affitto. È morto all’istante, qualcuno gli ha tagliato brutalmente la gola. L’enigma pare irrisolvibile: la stanza è sprangata e chiusa a chiave dall’interno, non ci sono ingressi comunicanti, le finestre sono sbarrate, il camino presente nella camera è impraticabile. E l’uomo ha le mani giunte dietro la testa, quindi non può essersi suicidato. Tutto questo è “Il grande mistero di Bow”, un classico, lucido capolavoro di Israel Zangwill. Sulla scia del grande predecessore Edgar Allan Poe, uno dei più originali e appassionanti “delitti in una camera chiusa” della storia del giallo.

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Primo capitolo
Primo capitolo In una giornata indimenticabile, ai primi di dicembre, Londra si svegliò avvolta da un gelido mantello di nebbia grigia. Ci sono giorni in cui il Re delle Nebbie raccoglie le particelle di carbonio in schiere serrate, altri in cui le distribuisce un po' qua e un po' là in periferia, consentendo così al vostro treno di correre tranquillo dall’alba fino al tramontare del sole. Ma l’effetto delle strategie avversarie, quel giorno, era più deprimente del solito. Infatti, da Bow fino a Hammersmith1 si stendeva sulla città una foschia triste e grigiastra. Per solidarietà, i barometri e i termometri si dividevano la depressione, e il loro morale, se l'avevano, era sotto le scarpe. Il freddo era tagliente come la lama di un coltello. La signora Drabdump, residente a Bow, al numero 11 di Glover Street, era una delle rare persone a Londra a non deprimersi quando vedeva la nebbia. Continuava a lavorare senza allegria, come faceva sempre. Era stata tra i primi a intuire l’arrivo del nemico, l'aveva intravisto nel buio, non appena aveva aperto le imposte della camera da letto e si era trovata davanti la triste sorpresa di quella giornata invernale. Aveva capito che la nebbia era arrivata per rimanere almeno per un giorno e che la bolletta trimestrale del gas avrebbe battuto tutti i record. L'aveva capito anche perché aveva lasciato che il suo nuovo inquilino pagasse uno scellino alla settimana per il gas, anziché fargli pagare ogni volta una parte della spesa dell’intera casa. Questa volta i meteorologi si sarebbero salvati la faccia se solo avessero potuto vedere prima la bolletta della signora Drabdump, magari evitando di prevedere “neve” come fenomeno più probabile invece di “nebbia” ovunque. Ma quel giorno la nebbia era dappertutto, anche se la donna non si attribuiva alcun merito per le previsioni. Al contrario: lei non si attribuiva meriti di alcun genere e proseguiva stancamente per la sua strada, percorrendo a fatica la vita, come un nuotatore sfinito che cerca di raggiungere a bracciate la linea dell’orizzonte. Che le cose le andassero male come aveva previsto non la rendeva minimamente felice. Era vedova, la signora Drabdump. E vedove non si nasce, lo si diventa, nel caso che aveste pensato che lei lo fosse sempre stata. Madre natura le aveva regalato una corporatura alta e magra e un viso lungo, pallido, con le labbra sottili, e quei capelli lisci e fini che vengono sempre collegati alle vedove delle classi meno abbienti. Perché solo alle donne delle classi più elevate è permesso perdere il marito e continuare ad essere attraenti. Il povero signor Drabdump si era tagliato a un pollice con un chiodo arrugginito e anche se la moglie aveva sempre avuto il presentimento che sarebbe morto di tetano, questo non era bastato ad evitarle di dover lottare giorno e notte con la morte, cosa che era già stata obbligata a fare con scarso successo per altre due volte: quando la piccola Katie era morta di difterite e Johnny di scarlattina. La signora Drabdump stava per accendere il caminetto in cucina. Lo faceva scientificamente, conscia ed esperta che il carbone e i ramoscelli possono rapidamente diventare fumo se non sono accesi nella maniera corretta. Come sempre, la scienza trionfò, e la donna si alzò soddisfatta come una sacerdotessa di Parso che avesse compiuto i sacri riti quotidiani. Poi sobbalzò improvvisamente, quasi perdendo l’equilibrio. Il suo sguardo era caduto sulle lancette dell’orologio sulla mensola. Le 6,45. Le operazioni per accendere il fuoco in cucina finivano sempre alle 6,15, nessuna eccezione. Cos’era accaduto a quell’orologio? Nei pensieri della signora Drabdump apparve come un lampo Snoppet, l’orologiaio del quartiere, che teneva il suo orologio per settimane per poi restituirlo quasi riparato, in realtà ancora più danneggiato nei suoi più occulti meccanismi. Questa visione maligna evaporò così com'era arrivata quando sentì il rimbombare delle campane di St. Dunstan che suonavano i tre quarti. Al suo posto giunse il terrore. Il suo istinto aveva fallito. Ora capiva perché si era sentita così inebetita e assonnata. Aveva dormito più a lungo del solito. Confusa e impaurita sistemò velocemente il bollitore sulla fiamma e si ricordò, un attimo dopo, che il signor Constant voleva essere svegliato tre quarti d’ora prima del solito, per fare colazione alle 7, perché doveva parlare ad alcuni tranvieri scontenti in una riunione del sindacato che si sarebbe tenuta nelle prime ore della mattinata. Non perse altro tempo: corse su per le scale verso la camera da letto, in mano una candela accesa. La camera era al piano di sopra. Tutto il “piano di sopra” apparteneva al signor Constant, ma in realtà erano due sole stanze e indipendenti tra loro. La signora Drabdump bussò forte alla porta, gridando: – signore, sono le 7. Arriverete in ritardo, signore. Dovete alzarvi subito –. L'abituale “d’accordo”, pronunciato con una voce impastata dal sonno, non arrivò. Ma siccome lei stessa non gli aveva augurato il buongiorno nel solito modo non si attendeva la solita risposta. Scese di nuovo al piano di sotto, solo preoccupata che tra l’acqua del bollitore e i preparativi del suo inquilino fosse quest’ultimo ad avere la meglio. Sapeva bene che non c’era pericolo che Arthur Constant restasse insensibile al richiamo del dovere, momentaneamente rappresentato dalla signora Drabdump. L’uomo aveva il sonno leggero e, probabilmente, i campanelli dei tram gli risuonavano già nelle orecchie per chiamarlo alla riunione. Ma perché mai, si domandava lei, un uomo come Arthur Constant, un uomo laureato, con le mani bianche e i colletti immacolati, un signore in tutti i sensi, si doveva preoccupare dei tranvieri quando il destino gli aveva concesso la possibilità di avere contatti solo con i tassisti? Forse aveva un'ambizione, rappresentare Bow in Parlamento. Ma in questo caso, pensava, sarebbe stato molto meglio prendere in affitto una camera da un’affittacamere con marito, avrebbe avuto un voto di più. E non aveva neanche tanto senso ostinarsi a lucidare da solo i propri stivali (occupazione in cui peraltro non era dei migliori) e desiderare di vivere proprio come gli operai del quartiere. Era noto che questi non abbondavano nell’uso dell’acqua, non cambiava molto se era acqua da bere, quella della vasca da bagno o della lavanderia. E di sicuro non mangiavano i piatti deliziosi e genuini che preparava per lui la signora Drabdump. Ma la donna non riusciva a sopportare l’idea che l’uomo potesse mangiare cose che non fossero alla sua altezza. Arthur Constant apriva la bocca e ingoiava qualunque cosa gli desse la sua affittacamere e non socchiudeva mai gli occhi come di solito si fa in questi casi, anzi si sforzava di tenerli aperti il più possibile. Per i santi, però, è difficile guardare attraverso la propria aureola e infatti spesso non la distinguono dalla nebbia. Il tè che avrebbe preparato nella teiera del signor Constant, non appena quell’acqua maledetta avrebbe cominciato a bollire, non era la mistura grossolana destinata a sé e al signor Mortlake, che adesso le ritornava in mente mentre preparava la colazione. Il povero signor Mortlake, partito per Devonport senza aver nemmeno mangiato un boccone, più o meno alle 4 del mattino, al buio e nella nebbia di quella notte d’inverno. In ogni caso sperava che la sua trasferta fosse ricompensata e che ci traesse un profitto, un guadagno, come insinuavano maligni i suoi avversari. La donna non provava invidia per lui e i suoi guadagni, e non le importava se, come alcuni sussurravano, le aveva presentato il signor Constant non solo con lo scopo di dare una mano alla sua affittacamere. In fondo le aveva dato un grande aiuto, nonostante il nuovo affittuario fosse un individuo strano. La dedizione del signor Mortlake alla causa del proletariato non provocava nella signora Drabdump alcuna perplessità. Tom Mortlake in passato era stato un tipografo. Quello del sindacalista era ovviamente un lavoro meglio pagato e comportava uno status sociale più elevato. E lui, l’eroe di tanti scioperi, comparso perfino in un manifesto, era senza dubbio superiore al Tom Mortlake di una volta, nonostante il suo nuovo impiego non fosse solo rose e fiori e la donna pensasse che quello non era, in fondo, un lavoro da invidiare. Mentre superava la porta della stanza di lui, stava andando in cucina, decise di bussare piano, ma nessuno rispose. In fondo al corridoio la porta d’ingresso si vedeva bene, e l’occhiata che lei le diede servì a dissipare le speranze della donna che Tom avesse preso la decisione di non compiere il suo viaggio. Infatti la porta non era chiusa con la sbarra e la catenella, e l’unica misura di sicurezza era la serratura a scatto. Si sentì un po' a disagio, anche se, a essere giusti, bisognava ammettere che contrariamente alla maggior parte delle solerti casalinghe lei non si preoccupava mai molto del fatto che i ladri non si fossero mai fatti vedere. Poche porte più in là, di fronte, dall’altra parte della strada, viveva Grodman, il famoso ex investigatore, e questo, ovviamente, contribuiva a rendere molto più sicura la signora Drabdump, come un credente che sente di vivere protetto dalla mano divina. Che qualsiasi essere umano male intenzionato osasse, pienamente consapevole, avvicinarsi ad un miglio di distanza dal fiuto di un così celebre detective le sembrava una cosa impossibile. Grodman era un pensionato, ormai, e ora conduceva una vita tranquilla. Ma addirittura i criminali avrebbero avuto il buon senso di lasciarlo in pace. Così, la stessa signora Drabdump era tranquilla, soprattutto quando, guardando un’altra volta alla porta d’ingresso, si rese conto che Mortlake si era preoccupato di chiudere bene. Sentì ancora un moto di simpatia per quel rappresentante sindacale che andava al porto di Devonport con quel tempo inclemente. Non è che lui le avesse raccontato più di tanto del suo viaggio fuori città... ma la donna, però, sapeva che Devonport aveva un porto perché, tempo prima, Jessie Dymond, che era la fidanzata di Tom, le aveva detto che lì vicino abitava una sua zia ed era chiaro che l’uomo era andato lì per aiutare i portuali che stavano imitando i loro colleghi di Londra. Per sapere una cosa, la signora Drabdump non aveva bisogno di essere informata. Ritornò indietro per preparare il tè speciale per il signor Constant e si chiese sopra pensiero perché in quel periodo la gente fosse sempre così infelice. Però, quando portò su nel salottino del suo inquilino la bevanda calda, il pane tostato e le uova, l’uomo non c’era. Accese la stufa a gas e stese la tovaglia. Quindi tornò sul pianerottolo e bussò alla porta della camera da letto, con più decisione. Solo silenzio, nessuna altra risposta. Lo chiamò per nome, dicendogli che ora era, ma l’unica voce che sentì fu la sua e le suonò in modo strano nella penombra delle scale. Poi, borbottando, pensò: "Poveretto, aveva il mal di denti, ieri sera; forse ha dormito poco. “Sarebbe un peccato disturbarlo solo per quei disgraziati tranvieri. Lo lascerò dormire fino all'ora solita”. Riportò in cucina la teiera, anche se era un po’ triste, perché sapeva che le uova alla coque, come l’amore, diventano fredde in fretta. Arrivarono le 7,30 e la donna bussò ancora. Ma Constant continuava a dormire. La sua posta, che come sempre comprendeva le cose più diverse, arrivò alle 8. Poi, subito dopo, arrivò anche un telegramma. Fu allora che la signora Drabdump si mise a bussare alla porta del suo inquilino, chiamandolo a voce alta. Poi fece passare il telegramma sotto la porta. Il cuore ormai le batteva forte nel petto, le sembrava che fosse stretto in una morsa. Ridiscese al piano terra, girò la maniglia della camera di Mortlake ed entrò senza sapere perché. Dal copriletto comprese che l’uomo si era sdraiato completamente vestito, forse per paura di perdere il treno della mattina. Non si aspettava, nemmeno per attimo, di trovarlo in camera, ma ciò nonostante, per la prima volta, realizzò di trovarsi in casa sola con Constant che dormiva e le sembrò che la morsa intorno al cuore fosse ancora più potente. Aprì la porta d’ingresso e guardò nervosa in su e in giù per la strada. Erano le 8,30. La stradina si perdeva gelida e silenziosa nella nebbia grigia e, in fondo, i lampioni, ancora accesi, facevano una luce fioca. Non c'era anima viva, anche se il fumo aveva cominciato a salire dai camini per mischiarsi alla nebbia. Di fronte, nella casa dell’investigatore, le tende erano ancora tirate, mentre le imposte erano aperte. Quella strada, così familiare, contribuì a calmarla. L’aria umida la fece tossire e chiuse la porta per tornare in cucina e preparare un nuovo tè a Constant, che di sicuro dormiva un sonno profondo. Ma le tremavano le mani. Poco più tardi, senza sapere che fine avesse fatto, non riusciva più a trovare la scatola di tè, mentre bussava con violenza alla porta della camera da letto del suo pensionante. I suoi colpi non ebbero alcuna risposta. Continuò a picchiare alla porta, colpo dopo colpo, in preda a una specie di delirio, sembrava avere dimenticato che il suo obiettivo era, in fondo, solo quello di svegliare l’inquilino, e picchiò così tanto da sfondare, quasi, i pannelli inferiori a calci. A quel punto girò la maniglia e provò ad aprire, ma la porta era chiusa a chiave. Ciò servì a farle riprendere il controllo di se stessa e, per un momento, fu travolta dalla vergogna all'idea che era stata sul punto di entrare in quella stanza. Poi fu presa di nuovo dal terrore. Ebbe la sensazione di essere da sola in casa con un cadavere. Crollò sul pavimento e, tremando, riuscì a fatica a trattenere un grido. Poi si alzò di scatto e scese precipitosamente le scale, senza guardarsi alle spalle, e spalancò la porta, correndo per la strada fino a trovarsi in un attimo davanti alla porta di Grodman, dove cominciò a scuotere con violenza il battente. La finestra del primo piano di una piccola casa simile alla sua si aprì immediatamente. Da sotto un berretto da notte fece capolino l'indistinta fisionomia del viso rotondo e pieno di Grodman, contrariato e insonnolito. Nonostante lo sguardo esplicito dell’ex investigatore, quel viso ebbe su di lei il medesimo effetto che avrebbe avuto il sole su un detenuto rinchiuso in una cella sotterranea. – Cosa diavolo c’è? – chiese con un'aria inferocita. Adesso che non aveva più criminali da inseguire, Grodman non era molto mattiniero. Poteva permettersi di ignorare i proverbi perché la casa in cui viveva era sua, come del resto lo erano molte altre in quella via. Infatti era consigliabile che un proprietario vivesse vicino alle sue proprietà se queste si trovavano a Bow, dove giravano persone ben poco raccomandabili. Forse dipendeva anche dal fatto che voleva godere della sua popolarità presso gli amici, perché era nato e cresciuto in quel quartiere e lì aveva ricevuto il suo primo incarico, quando era ancora giovane, nella polizia locale, guadagnandosi pochi scellini alla settimana come investigatore dilettante. Grodman non si era ancora sposato. Probabilmente lassù qualcuno gli aveva anche riservato una compagna, ma lui non era mai riuscito a incontrarla. Era stato il suo unico fallimento investigativo. Per il resto, era una persona autosufficiente, che preferiva la cucina a gas alla cameriera, ma per rispetto verso gli abitanti di Glover Street e delle loro opinioni, aveva una cameriera dalle 10 del mattino che se ne andava, sempre per rispetto delle opinioni di quelli di Glover Street, alle 22, e non ritornava fino alle 10 del giorno successivo. – Voglio che veniate subito da me – urlò la signora Drabdump – è accaduto qualcosa al signor Constant. – Che cosa? Non sarà stato preso a randellate dalla polizia durante il comizio di questa mattina, spero… – No, no. Non ci è andato. È morto. – È morto? – Il viso di Grodman diventò subito serissimo. – Sì, l'hanno assassinato. – Cosa state dicendo? – quasi urlò l’ex investigatore. – Quando? Come? Dove? Da chi? – Non lo so. Non sono riuscita a vederlo. Ho bussato e ribussato alla sua porta, ma non mi risponde. Il viso dell’uomo s’illuminò, rasserenato. – Siete davvero stupida. Si tratta solo di questo? Accidenti, con questo freddo, mi prenderò un raffreddore! Sarà stanchissimo dopo la giornata di ieri: manifestazioni, tre discorsi all’asilo, una tavola rotonda, un articolo sulla collaborazione nel lavoro. È il suo ritmo lavorativo –. Comunque era anche quello di Grodman. – No – replicò la signora Drabdump, guardandolo seria – è morto. – Va bene, tornate a casa. Non ha senso allarmare inutilmente i vicini. Aspettatemi. Verrò da voi tra cinque minuti –. Grodman non aveva preso troppo sul serio quella Cassandra casalinga. Probabilmente sapeva bene chi era. I suoi piccoli occhi così penetranti avevano un’espressione quasi divertita mentre distoglieva lo sguardo dalla donna e chiudeva con un colpo secco la finestra. La poveretta riattraversò di corsa la strada ed entrò in casa, senza però riuscire a chiudersi la porta dietro le spalle. Le sembrava, facendo così, di ritrovarsi chiusa in casa con il morto. Resto in corridoio ad aspettare. Un’eternità dopo, in realtà solo sette minuti, Grodman arrivò, vestito come sempre. Ma uno sguardo attento avrebbe notato i capelli spettinati e le basette scompigliate. In realtà, non si era ancora abituato alle basette, perché solo da poco tempo erano così cresciute da meritare una qualche attenzione. Quando lavorava, Grodman non aveva mai avuto la barba, come del resto tutti gli appartenenti al corpo investigativo. La signora Drabdump chiuse la porta senza fare rumore e indicò le scale, dandogli la precedenza non per gentilezza ma per paura. L’uomo cominciò a salire, lo sguardo ancora divertito. Quando fu sul pianerottolo bussò con decisione alla porta e disse a voce alta: – Sono le 9, signor Constant, le 9. Allorché ebbe pronunciato quelle parole, non si sentirono rumori né risposte di alcun genere. L’uomo diventò più serio. Girò la maniglia, ma la porta era chiusa a chiave. Cercò di vedere attraverso il buco della serratura ma era ostruito. Provò a scuotere la parte superiore della porta, che sembrava sprangata oltre che chiusa a chiave. L’uomo restò immobile, con il viso contratto. Perché in fondo Constant gli era simpatico e aveva stima di lui. – Potete bussare quanto volete – bisbigliò la donna, pallida - non riuscirete più a svegliarlo oramai. La nebbiolina grigia li aveva seguiti attraverso la porta d’ingresso e aveva invaso le scale, rendendo l’aria umida, sepolcrale. – È chiusa a chiave, sprangata – borbottò Grodman, ricominciando a scuotere la porta. – Buttatela giù – disse la donna sottovoce, tremando in tutto il corpo e incrociando le mani come se volesse respingere un'immagine terrificante. Senza dire altro appoggiò una spalla contro la porta e spinse con decisione. Da giovane era stato un atleta e aveva ancora quella stoffa. La porta scricchiolò e poco alla volta cominciò a cedere. Il legno del catenaccio si ruppe, i pannelli superiori si piegarono all’interno, la grossa spranga in alto si separò dalla forcella e la porta cadde, facendo un chiasso terribile. Grodman si precipitò all'interno. – Mio Dio! – esclamò l’uomo. Alla donna sfuggì un grido. Quello che vide fu troppo spaventoso. Nel giro di poche ore, gli strilloni gridavano: “suicidio orribile a Bow!” e, per la felicità di quelli che non potevano permettersi una copia del giornale, un cartellone del quotidiano “The Moon” diceva: “un filantropo si taglia la gola”.

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