Quella ragazza…per qualche assurda ragione, l’ha messa nella stanza accanto alla mia, e per tutta la dannata notte non ho chiuso occhio a causa dei suoi pianti incessanti. Quel bastardo sta diventando un fottuto pedofilo. Questa volta si è davvero superato. Non so nemmeno quanti anni possa avere. Spero con tutto il cuore che almeno ne abbia diciotto, altrimenti questa volta ha oltrepassato ogni limite. Mi alzo dal letto di malumore. Non che negli altri giorni fosse diverso, ma oggi, in particolare, lo sento ancora di più. Sarà la stanchezza o, più probabilmente, il fatto che odio quell’uomo con tutto me stesso. Ha infangato il nome di mia madre con le sue atrocità, e credo seriamente che lei, ora, si stia rigirando nella tomba. Nessuno gli ha impedito di rifarsi una vita dopo la sua morte, ma ormai tutti conoscono la sua ossessione per le ragazze giovanissime. Un maiale che si presenta ai suoi uomini con ventenni, umiliandole davanti a loro. Le fa ballare e poi le scopa, come se in quel gioco malato ci fosse qualcosa di divertente. Potrebbe esserlo, forse, se quelle ragazze avessero acconsentito, ma non l’hanno fatto. Ecco perché, solo nell’ultimo mese, ne ha uccise due. Come se fossero animali insignificanti.
Dopo una doccia e qualche flessione, sono pronto per uscire e fare i miei giri di controllo nelle lavanderie, giusto per assicurarmi che tutto sia in ordine. Quelle attività, insieme ai negozi alimentari, non sono altro che una facciata per il riciclaggio di denaro dell’organizzazione: la Bratva Morozov. La bratva è tutto ciò che conosco, tutto ciò che mi hanno insegnato da quando ero bambino. Gli allenamenti, l’addestramento, il dolore e la sofferenza sono stati tutto quello che ho ricevuto da quando ho imparato a camminare. 'Gli uomini devono essere forti, non delle femminucce', mi avevano ripetuto così tante volte che ormai quella frase mi perseguita. Per un periodo di tempo, almeno finché mia madre era viva, circa cinque anni fa, tutta quella tortura aveva un senso. Ora sto perdendo la pazienza. Sono l’erede della bratva, e ho quasi trent’anni, l’età giusta per prendere le redini, ma quel bastardo sta troppo bene sul suo trono e non ha alcuna intenzione di lasciarmi al comando. Finché vivrà, io sarò soltanto il suo scagnozzo, il suo burattino.
Sto per uscire dalla camera quando la voce di una cameriera attira la mia attenzione: sta dicendo alle guardie che sta portando il cibo alla ragazza. Poco dopo, un urlo squarcia il silenzio: “ Non lo voglio!” Subito dopo, il clangore metallico di una teglia che si schianta a terra.
Le urla continuano, e la ragazza sembra una belva indomabile. Mi sorprendo quasi a sorridere. Meglio così. Significa che il suo spirito è forte, e ne avrà bisogno per sopravvivere accanto a quel bastardo. Quando entro nella stanza, la cameriera è bianca come un lenzuolo, inginocchiata a terra mentre raccoglie il cibo che la ragazza ha lanciato senza esitazione. Alza lo sguardo verso di me, sgrana gli occhi e indietreggia spaventata, ma non faccio in tempo a dire nulla che la ragazza scatta in avanti. È come una furia, una tempesta di rabbia e disperazione che si abbatte su di me senza preavviso. I suoi piccoli pugni mi colpiscono al petto, alle braccia, ovunque riesca ad arrivare, mentre urla con una voce spezzata ma tagliente: “Fatemi uscire di qui! Non ho fatto niente! Sono innocente! Lasciatemi andare! Voglio vedere la mia famiglia! Dove sono? Cosa avete fatto a loro? Maledetti mostri!” Rimango immobile, lasciandola sfogare. I suoi colpi non fanno male, ma la sua voce, quella sì, colpisce in un modo che non mi aspettavo. Per un istante, un sorriso quasi impercettibile mi sfiora le labbra – c’è forza in lei, una forza che non si piega facilmente. Ma poi noto lo sguardo terrorizzato della cameriera, che sembra trattenere il fiato, e mi ricompongo. “Adesso basta”, tuono, la mia voce un ruggito che riempie la stanza. Lei si dimena, ma la mia presa è ferma come una morsa. Mi chino verso di lei, il mio tono basso, freddo e implacabile. “Urlare non ti servirà a nulla. E smettila di fare la pazza. Sai bene che, con una sola parola, potrei ordinare di ucciderti. È questo che vuoi? Vuoi davvero mettere alla prova la mia pazienza?” E allora si ferma. Il suo corpo smette di dimenarsi, ma i suoi occhi, rossi e stanchi, rimangono sgranati, pieni di una rabbia e una paura che sembrano non voler cedere. Le lacrime, non ancora asciugate, scorrono silenziose lungo le sue guance, tracciando linee sottili sulla sua pelle. Non sono un uomo che empatizza con nessuno, non lo sono mai stato. Ma lei… lei riesce a farmi saltare un battito. Maledizione. È così giovane. Così fragile. E, dannazione, così bella. “Ti prego…”, sussurra, la sua voce spezzata e tremante, quasi un soffio. Lo sguardo implorante si aggrappa al mio come se fossi l'unico appiglio rimasto in un mare di disperazione. “Pagherò… pagherò tutti i soldi che mio padre doveva. Lavorerò sodo, farò tutto quello che volete, ma… ti prego… non lasciarmi qui. Non lasciarmi nelle mani di quell’uomo…non lasciare che mi tocchi.” La sua voce si incrina, e per un attimo sembra sul punto di crollare completamente. Poi, con un filo di voce, aggiunge: “Ho…Ho paura.” Le sue parole mi colpiscono come un pugno nello stomaco. Non dovrebbero. Non possono. Ma c'è qualcosa in lei, nella sua fragilità mista a una forza disperata, che si insinua sotto la mia pelle e mi costringe a guardarla. Maledizione.
Non so perché stia chiedendo aiuto a me. A me, Nikolai Morozov, il figlio del Don. Il principe della Bratva. Sono l’ultima persona a cui dovrebbe rivolgersi. Eppure, eccola qui, con quegli occhi pieni di lacrime e paura, che mi guardano come se fossi la sua unica speranza. Ma anche se lo volessi, anche se in un momento di follia volessi aiutarla, non posso. Rischierei tutto. Il mio rapporto già traballante con lui, mio padre, l’uomo che tiene in pugno la mia vita e il mio futuro. Rischierei la mia eredità, il trono della Bratva per cui ho sacrificato ogni cosa, per cui ho lottato e sanguinato. Ho lavorato troppo per arrivare qui. Non butterò tutto all’aria per una stupida ragazzina. Inspiro profondamente, lasciando che l’oscurità che mi definisce, che mi ha sempre definito, prenda il sopravvento. Mi ricompongo, il viso si indurisce, e ogni traccia di esitazione svanisce. La cameriera, che finora era rimasta immobile a fissare la scena, sbianca ancora di più. Senza dire una parola, si gira e scappa a gambe levate, consapevole che quello che sta per accadere non è qualcosa che valga la pena testimoniare. Rimaniamo soli. Lei ed io. E per un’istante, il silenzio diventa assordante. “Dovresti imparare a tenere la bocca chiusa”, ringhio e sono così vicino a lei che posso sentire il calore che emana dal suo corpo. “Con questo comportamento ti farai uccidere ancora prima dell’altra ragazza. Devi imparare a distinguere con chi parlare e con chi no. E, nel caso non l’avessi ancora capito, quell’uomo è mio padre. Non vado contro la sua volontà. Se sei qui, è perché lui ti vuole.” Il suo viso si sbianca e vedo le sue spalle abbassarsi in avanti, schiacciate dal peso di una sconfitta che non pensava possibile. Io mi sento un dannato bastardo. Sarò anche un criminale, un assassino spietato, ma non traggo alcun piacere dal tormentare ragazzine indifese. “Sarà impegnato e lontano in questi giorni, quindi riposa. Nessuno verrà da te, a parte le cameriere con il cibo. Hai tutto ciò di cui hai bisogno qui. Fatti una doccia, trova un vestito pulito e dormi. Con la mente riposata si prendono decisioni migliori.” Mi volto per andarmene, ma mi fermo sulla soglia, esitante. “Un’ultima cosa…” la guardo sopra la spalla “Più fai rumore, più ti ribelli, più attirerai attenzioni indesiderate. Ricorda, i piani migliori si tessono nel silenzio.”
So che non dovrei parlarle così, non con le guardie ferme dietro la porta, attente a ogni parola. Eppure, vicino a lei, mi sento un po’ meno bastardo. Me ne vado, dicendomi che non è un mio problema, che non lo è mai stato. Ma persino io so che è una bugia. Con le altre non ho mai scambiato una parola, non ho mai oltrepassato quella soglia. Con lei sì.