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1372 Parole
Quando arrivo a destinazione, il cuore rischia di scoppiarmi nel petto. Il taxi mi ferma proprio davanti l'edificio, e per la prima volta nella mia vita mi sento minuscola. È tutti così immenso, che mi sembra di essere una formica in mezzo a un enorme labirinto. C'è questo immenso viale che porta dritto all'edificio universitario, i giardini si espandono da una parte all'altra mentre, da un lato, intravedo in lontananza un grosso e vero e proprio giardino monumentale proprio dell'università. Molto più in là, invece, intravedo un altro grosso edificio diverso dall'istituto; lì, deduco che devono essere i dormitori. Ci sono ragazzi che camminano da ogni parte, ragazzi che sfrecciano su skateboard e monopattini mentre a me sembra di stare volando su un'altra dimensione per quanto sono felice. Tiri fuori il telefono, e decido di scattarmi un selfie con l'enorme edificio situato a qualche metro da me dietro le mie spalle, e l'immenso dei giardini. La invio a mia madre, a Stella, a Harry... Poi i miei occhi si soffermano sul nome di Lauren, ed ecco che avverto di nuovo quella brutta sensazione alla bocca dello stomaco. Non mi ha scritto un messaggio, né una chiamata per scusarsi per non essere venuta in stazione a salutarmi. Sono tre giorni che non si fa viva, in realtà, da quando abbiamo litigato... Ma non avrei mai pensato che questo mutismo selettivo sarebbe durato ancora così a lungo, tanto da rinunciare a raggiungermi in questo giorno per me così speciale. Ed è proprio con questa delusione che chiudo w******p, e lascio perdere: non devo scusarmi di niente, perché io non mi sarei mai comportata in questo modo con lei. E lei lo sa fin troppo bene. Metto a posto il cellulare, non prima di aver scritto a mia madre che va tutto bene e che le voglio bene, afferro le valigie e continuo la mia marcia verso il mio futuro. Non saprei da dove cominciare, perciò decido di prendere la brochure, nonostante io l'abbia imparata ormai a memoria. C'è una mappa di questo immenso posto, e mi accorgo che l'edificio situato qualche metro più avanti dell'istituto è il palazzo dove sono situati tutti i dormitori. L'unica cosa che non mi entusiasma è che sia i dormitori maschili che quelli femminili sono situati nello stesso palazzo in comune, così come le docce: anche quelle sono in comune, mentre ero convinta invece dell'esatto opposto. Non mi capacito di come io non l'abbia notato prima, ma poco importa: saprò cavarmela, in un modo o nell'altro. «Scusami», mi volto e chiamo un ragazzo che sta salendo i gradini che portano all'ingresso di questo immenso istituto: è enorme. E anche gli scalini sono tanti, purtroppo. «Ti serve una mano con quelle?» Il ragazzo mi indica le due enormi valigie, e noto che lui non ne ha invece nemmeno una. Ha un buffo capello di lana bianco sulla testa con le orecchie da unicorno e il corno dorato sempre da unicorno in mezzo alla testa, un paio di piercing sparsi sul viso, un ciuffo viola che ricopre totalmente la fronte e un paio di dannati occhi verdi. Mi chiedo se sia una tortura... Annuisco: «sì, grazie!» «Non devi preoccuparti, è tutto normale», dice non appena i gradini finiscono e ci ritroviamo fuori l'enorme porta d'entrata. «Anch'io non sapevo cosa portare con me il primo anno, e infatti ho portato sei valigie con me!» Dice, ed entrambi scoppiamo a ridere. «Sono Michael», mi porge la mano, e noto solo ora quanto sia più alto di me: è addirittura più alto di Harry, però più in carne. Sorrido. «Camila. Ma puoi chiamarmi Camz», gli dico. «Che dici, andiamo a scoprire il tuo programma universitario e il tuo dormitorio, soprattutto?» Michael mi fa un cenno verso l'entrata, per poi buttare di nuovo l'occhio sulle mie valigie. «Così puoi lasciare quelle, e non trascinarsele fino a oggi pomeriggio.» «Oggi pomeriggio?» Ridacchia. «Certo: il primo giorno le lezioni cominciano solo a metà pomeriggio, ma è più una spiegazione del programma che ci aspetterà durante tutto l'anno, che delle vere e proprie lezioni.» Mi spiega, e io annuisco. Certo che è abbastanza strano... Ma sono appena arrivata qui con un anno d'anticipo, quindi tutte queste cose nuove e strambe non dovrebbero sorprendermi, in effetti. «In effetti, avrei abbastanza fame», ammetto. «Ma sulla brochure non ci sono cafè, ristoranti e tutto quello che è al di fuori delle lezioni, insomma. Possibile non ce ne siano, in un posto così grande?» Apro di nuovo la brochure, e mentre perlustro per l'ennesima volta la gigantesca mappa ecco che Michael me la sfila via da sotto il naso. «Ei!» Protesto, ma lui appallottola la brochure e la getta via a mo di canestro in un cestino. «Prima regola: niente roba da secchioni, o non farai mai amicizia con nessuno. La vita del college devi viverla sulla tua pelle, scoprirla... Non studiarla su una dannata cartina!» «Hai appena gettato via la mia brochure!» Strillo, mentre fisso ancora allibita il cestino poco distante da noi. Vorrei andare lì per metterci la mano dentro e riprenderla, ma solo il pensiero mi fa venire il volta stomaco. Michael, invece, se la ride. «Non ti servirà!» Apro le braccia, indicando quello che ci circonda. «Fai sul serio?! Questo posto è enorme!» Ma lui mi ignora, e in poche falcate mi ha già sorpassata per aprire la porta. Mi fa un cenno con la testa mentre mi sollecita ad entrare, e io sbuffo mentre vorrei soltanto sbattere i piedi a terra come una bambina capricciosa. Mi sorride quando lo sorpasso, ma io alzo gli occhi al cielo e lo ignoro. Se fuori pensavo che il posto fosse gigantesco, dentro devo ricredermi: è addirittura più grande! E mi chiedo come sia possibile. «Buongiorno, Judith! Passate buone vacanze?» Mi volto, e noto Michael salutare una donna di mezza età, perfettamente truccata e pettinata, dietro una grossa e alta scrivania in mogano. Noto un grosso sorriso divertito sul volto di Michael, ma lo stesso non posso dire per la donna dietro la scrivania: sembrerebbe contrariata, quasi scocciata, proprio come chi ha l'aria di chi vorrebbe essere ovunque in questo momento, tranne che qui. O forse è solo Michael che le urta il sistema nervoso, non saprei. «Cosa c'è, Michael? Sai già dov'è la tua stanza», la donna alza gli occhi al cielo mentre continua a digitare qualcosa al computer. Michael mi fa cenno di avvicinarmi. Non mi ero accorta di essere stata in disparte finora. Quando mi avvicino vengo investita da un forte profumo di zenzero: mi ricorda quegli oli che usa mia madre per massaggiare la schiena a quelle sue amiche che si lamentano sempre. «Infatti non devi aiutare me», esclama Michael. E per la prima volta la donna alza lo sguardo dalla tastiera; ha dei piccoli occhi castani. Forse un po' troppo truccati e marcati, ma nel complesso non è così sgradevole. «Come ti chiami?» Mi chiede, per poi ritornare di nuovo a digitare qualcosa sulla tastiera. «Camila», mi schiarisco la voce. «Camila Caballero.» Michael mi sorride, mentre il rumore dei tasti riempie il silenzio nell'aria. Passano due minuti appena, e subito dopo la donna passa un foglietto appena stampato a Michael. «Qui c'è il suo programma universitario con le aule assegnate, gli orari e il numero della sua stanza.» Poi si rivolge a me. «Dividerai la stanza con due compagne», mi informa. Poi ci fa un cenno con la mano, e Michael ricambia con un cenno del capo. Mi afferra le valigie per l'ennesima volta, e gliene sono grata: comincio ad avvertire le braccia indolenzirsi, e lo stomaco che comincia a brontolare. Non sono riuscita a fare colazione stamattina: ero troppo nervosa e mi faceva male lo stomaco per l'ansia, e adesso per poco non rischio di svenire a momenti se non manderò giù qualcosa. «Dove stiamo andando?» Gli urlo dietro, e mi chiedo come riesca a camminare così velocemente con quei due pesi da trascinare. Io invece sono esausta. «A posare queste, e poi andremo a mangiare giapponese!» Urla, continuando a correre. Ma la frustrazione passa in secondo piano facendo spazio all'euforia: non conosco questo tizio, eppure sono felice perché sto andando a mangiare giapponese. Con questo tizio strambo. Hanno ragione: il college è davvero folle.
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