Chapter 2

2021 Parole
Peppino, il ragazzo di stamperia, ritto innanzi alla scrivania di Paolo Joanna, teneva sempre le bozze in mano e guardava in aria, seguendo il volo delle mosche. Il giornalista gli prese le bozze e chinò il capo sul tavolino, a lavorare di nuovo. In silenzio Peppino andò via. Riccardo aveva posato il berretto sopra una scansia, sopra un fascio di opuscoli tutti polverosi, e piano piano girava per la stanza, come a cercarvi qualche cosa di nuovo. Ma era sempre la medesima stanza, con due scrivanie che si prospettavano, massicce, profonde di cassetti, due monumenti; con certi scaffali pieni di libri buttati a caso, pieni di opuscoli, di carte vecchie, di fasci di giornali ingialliti; alle mura una carta geografica dell’Italia, un vecchio orario generale delle ferrovie romane, una vecchia réclame dell’esposizione marittima di Napoli, un cartellone rosso con cui il Tempo annunziava ai suoi lettori la pubblicazione del romanzo di Montépin: La Marchesa Castella. Ma su tutto questo una polvere fitta, come se ci fosse piovuta, una polvere che mangiava il colore della carta, che appannava la vernice del legno, che si depositava, a solchi, nella paglia delle sedie, che copriva i libri e gli Atti del Parlamento di uno strato molle, che disegnava delle ombre sugli ondeggiamenti della carta geografica e dei cartelloni. Insieme al costante odore d’inchiostro di stamperia, questa volta un po’ rancido, si univa l’odore secco e aspro della polvere: se ne indovinavano dei monticelli negli angoli dimenticati, dietro gli scaffali, nei cantucci oscuri: Riccardo procedeva con una certa diffidenza, avanzando il nasino, indietreggiando il corpo, per la paura d’insudiciarsi. Sopra un tavolinetto vi era un bicchiere con un po’ di limonata in fondo: accanto una vecchia testata del Tempo, tutta nera d’inchiostro, tutta corrosa dalla polvere. Per cavare da uno scaffale un fascio d’Illustrazioni italiane Riccardo sollevò un nugolo di polvere, tossì: Paolo levò il capo, si baloccò con la penna. “Che cosa scrivi, papà?” “Scrivo che il prefetto è un cattivo, nino mio.” “Gliene dispiacerà al prefetto?” “Sì, nino.” “Imparerà a esser cattivo,” disse imperiosamente il bimbo, con l’intonazione di un piccolo tiranno. E si mise a sfogliare le Illustrazioni, senza parlare. Aveva subito imparato a non discorrere in ufficio, a non chiedere nulla, a non far rumore, a stare lungo tempo immobile, seduto, curvo sopra un giornale illustrato, sempre i medesimi giornali, senza seccarsi mai, come un bimbo precoce e saggio. Non si accostava neppure al balcone che dava sulla Piazza dello Spirito Santo, quasi alla fine di Via Toledo, donde veniva un grande rumore di carrozze e di persone: ogni tanto, quando una persona attraversava la stanza, Riccardo levava gli occhi, curioso, ma timido. Quella porta, quella stanza di là, dove sedeva e troneggiava il proprietario-amministratore del Tempo, sembrava a Riccardo un tempio: non vi si entrava mai, bisognava chieder permesso, le persone vi restavano lungamente e certo parlavano a voce bassa, di cose importanti, perchè niun rumore ne veniva: il proprietario non riconduceva mai nessuno, era un piccolo uomo panciuto, con una testa di foca e gli occhi grigi e falsi dietro gli occhiali. Ogni tanto, Paolo Joanna scompariva anche lui dietro la porta del tempio: Riccardo restava con gli occhi fissi su quella porta, un po’ inquieto. Verso le cinque il proprietario andava via, senza guardarsi intorno, senza salutare, con l’occhio spento dietro gli occhiali, chiuso in sè. Giammai aveva detto una parola a Riccardo, giammai aveva fatto mostra di aver notata la sua presenza: e Riccardo, il piccolo principe, si sentiva pieno di rispetto e pieno di paura per quel breve uomo ventruto, dal mustacchio troppo corto e troppo rado. Quando qualcuno veniva a chiedere del proprietario, domandava sempre se vi era il signor cavaliere, senz’altro: Paolo Joanna, parlando di lui a tavola, a teatro, diceva sempre il signor cavaliere, e questo titolo pareva a Riccardo qualche cosa di misterioso, di grande. Talvolta nella stanza di là le voci si elevavano. Paolo tendeva l’orecchio un minuto, poi diceva a Riccardo di andar a giocare in anticamera. Quest’ordine, per Riccardo, era una liberazione. Quel giorno, precisamente, l’ordine non veniva: e Riccardo si accostò alla scrivania di suo padre, senza dirgli nulla. Costui continuava a scrivere e non si accorse di nulla: ma levando gli occhi, vide la testa ricciuta di suo figlio accanto a lui: “Vuoi qualche cosa?” “Vorrei andare in anticamera.” “Va: non t’insudiciare.” “No, papà: mi porti al trattore questa sera?” “.... Sì.” “A quale?” “.... Non so, vedremo, nino mio.” “Mi fai mangiare la ragusta, papà?” “.... Se ce n’è, nino.” “Voglio anche il dolce, papà.” “.... Sì, sì,” mormorò il padre chinando il capo. Il bimbo guardò bene suo padre, con un occhio così indagatore, così acuto, che parea quello di un vecchio. “Se non abbiamo quattrini non importa, papà,” disse Riccardo, scotendo il capo. A Paolo salirono le lagrime agli occhi, ma rispose allegramente: “Ne avremo, ne avremo, piccolino, non dubitare.” Riccardo scappò fuori, tutto felice; l’anticamera, una stanzetta quasi buia, la cucina formavano la sua felicità. Nell’anticamera, innanzi a una scrivania, sedeva don Domenico, un vecchissimo e piccolissimo gobbetto, tutto bianco, tutto grinzoso, con certi occhietti vivi, il gerente responsabile del giornale, che teneva anche il registro degli abbonati e faceva i conti. Don Domenico era grande amico di Riccardo, lo lasciava scherzare col timbro colorato tutto umido d’inchiostro azzurro, gli regalava le ostie colorate, rosse, turchine, gialle: facevano insieme, il gobbetto antico e il bambino, certe conversazioni lente, a voce sommessa, a riprese: “Dove sta vostra moglie, don Domenico?” “È morta, signorino.” “Ah!” Qui un silenzio: il gobbetto continuava a scrivere in quei suoi libroni. “Che avete fatto, don Domenico, quando è morta vostra moglie?” “Che dovevo fare? Niente.” “Papà ha pianto quando mammà è morta, a Milano,” diceva il bambino, con un accento da trasognato. “Mammà vostra doveva essere bella.” “Era bella assai, bella assai,” continuava il piccolo, con la sua aria di sonnambulo. Quando entrava un signore per prendere un abbonamento, Riccardo taceva, mentre il gobbettino scriveva con la sua larga e chiara calligrafia, staccava la ricevuta nettamente e salutava con un sorriso il nuovo abbonato. Quel giorno don Domenico era in collera con una macchia d’inchiostro cascata sulla pagina bianca di un registro, e col capo abbassato, con la gobba quasi fatta più prominente per l’attenzione, strofinava, strofinava con la gomma per cancellare quella macchia. E tutto preso dalla sua smania di pulizia, il gobbetto non gli dava retta, a Riccardo, che gli voleva raccontare come il papà di Giroflè, al Circo Nazionale, rassomigliava a lui, don Domenico. “Don Domè?...” disse Riccardo. “Ah?” fece quello, senza levare la testa. “Don Domè, non vi voglio più bene.” “Aspettate, aspettate, signorino mio, ora parleremo.” Ma Riccardo si era seccato: aveva voltate le spalle e se n’era andato nella stanzetta semibuia, dove stava l’altro suo amico, Francesco. Era un giovanotto alto e forte, che prima aveva fatto il mestiere del fabbro nell’arsenale di Napoli e guadagnava tre franchi al giorno, essendo bravo: ma un giorno, battendo col martello sul ferro incandescente, una scintilla gli era schizzata in un occhio e gli aveva bruciata la cornea: lo avevano tenuto cinque mesi all’ospedale dei Pellegrini, alle mani del primo oculista di Napoli, ma aveva perduto l’occhio: all’arsenale non avevano voluto riprenderlo, egli si era acconciato in quell’ufficio di giornale, lavorando dalle otto della mattina sino alle nove della sera, per cinquanta lire il mese. Chiuso dalla mattina in quella stanzetta oscura, dove si accendeva il gas alle tre, seduto sopra un alto seggiolone, innanzi a una grande tavola, con un forbicione in mano, Francesco tagliava le fasce, lentamente, con un moto uniforme, con uno stridío regolare delle forbici. I larghi fogli di carta dove gli indirizzi erano stampati, sotto le cesoie di Francesco diventavano tante strisce piccoline tagliate precisamente, e gli si ammonticchiavano accanto. Più tardi, quando aveva finito, Francesco disponeva le fasce a scaletta, in tanti mucchi bene ordinati, pronti a essere bagnati di gomma, pronti a stringere il giornale nel loro legame. Riccardo era un grande amico di Francesco, lo andava sempre a trovare nella cameretta buia, dove non entrava mai nessuno, dove il forte fabbro dall’occhio bianco passava le giornate, inchiodato sul seggiolone. Riccardo lo guardava a tagliare, per intieri quarti d’ora, senza dire nulla, e il tagliatore dava prova di maestria, tagliando con una certa grazia, arrotondando il braccio, con un colpo quasi volante delle cesoie. “Don Domenico pare un gatto che raspa, oggi,” osservò Riccardo. “Certi giorni pare uno scimmiotto,” rispose Francesco, con un accento profondo. “Mi fai tagliare un poco, Francesco?” “Vi potete far male.” “No, no, non mi faccio male.” “Mi taglierete storte le fasce e poi mi gridano.” “Ti gridano spesso, Francesco?” “Non sono molto buono per questo mestiere, signorino,” mormorò l’ex-fabbro. “Ti piaceva meglio l’altro, Francesco?” “Sicuro.” “Raccontami come ti successe la disgrazia,” disse il bimbo, sedendosi sopra uno sgabello e incrociando le mani. L’aveva intesa raccontare cento volte, quella storia della scintilla ardente che era schizzata nell’occhio di Francesco e glielo aveva bruciato: ma Francesco amava di narrarla la storia della sua disgrazia, il più grande avvenimento della sua vita. Cominciava sottovoce, brandendo le sue cesoie, facendole stridere attraverso i fogli di carta, mentre il bimbo lo fissava coi suoi grandi occhi azzurri, tutti intenti: ma pian piano Francesco si riscaldava, alzava un po’ la voce, non tagliava più, gesticolando con le cesoie, la cui lama lucida brillava: una emozione strozzava le parole del fabbro, un pallore si mescolava alla tinta bruna del volto — quando arrivava a dire come dalla barra di ferro arroventato si staccasse la fatale scintilla. Francesco si fermava, tutto commosso, non potendo più parlare. Il piccolo Riccardo ascoltava senza batter palpebra, senza interrompere, preso anche lui da una emozione: e quando taceva il tagliatore, anch’esso taceva, un silenzio regnava nella stanzetta semibuia. “Ti fece molto dolore?” disse, dopo una pausa, il bambino. “Un dolore immenso.” “Bruciava?” “Assai, assai bruciava.” “Povero Francesco!” disse, sottovoce, il piccolo Riccardo. “Volete tagliare, signorino?” esclamò il tagliatore, con un moto di entusiasmo. E gravemente, stringendo le labbra, Riccardo afferrò le cesoie e si diede a tagliare le fasce. “Quante saranno le fasce, Francesco? Un milione?” “Sono tremila.” “Più di un milione?” “Meno.” “Tu non sai leggere?” “No, signorino.” “E non sai a chi vanno queste fasce?” “Non lo so.” “Non vorresti saperlo?” “Che me ne importa?” “È vero, che te ne può importare?” soggiunse il bimbo, col suo tono di persona ragionevole. Ma le cesoie gli stancavano le piccole dita, le depose. Una voce di fuori lo chiamò. “Riccardo?” “Eccomi.” Fuori vi era il cronista, un giovinottone lungo e magro magro, con le spalle curve, il collo esile, le guance rossastre del tisico: un Veneziano dalla dolce pronuncia, dai modi dolcissimi, perduto in quel vasto Napoli, tossicchiante appena veniva l’autunno, povero, sempre allegro, che scriveva presto presto un italiano pieno di errori di ortografia che Paolo Joanna doveva correggere e per cui Alessandro Dolfin non si offendeva mai, quando lo riprendevano. Riccardo era il suo prediletto, aveva sempre in tasca per lui un paio di soldi di confetti, un giocarello di pochi centesimi. Entrava in redazione tutto scalmanato, col respiro affannoso, avendo troppo camminato, dalla Questura alla Prefettura, agli ospedali, sempre in giro sino alle tre, e si buttava a scrivere come un disperato, con una calligrafia grande e informe di ingegno mediocre: a un certo punto, domandava:
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