III
“Cosa sappiamo del nostro uomo?”.
Verso l’una di notte la squadra Crema si ritrovò, come spesso accadeva, intorno alla scrivania del commissario. Sergio, mentre rientrava in ufficio, aveva inviato un w******p alla moglie per segnalarle che sarebbe rientrato tardissimo. Maria accolse quella notizia senza particolari reazioni. Era abituata a quel marito dagli orari variabili. Gestiva in maniera pressoché autonoma la fase del metti a letto i figli. Anche quello faceva parte del suo mestiere.
“Antonio Donatiello, 58 anni, viveva di una piccola pensione d’invalidità. In passato ha fatto il rappresentante di prodotti per parrucchieri, poi il bidello. Non era sposato e non aveva figli. Risiedeva in via Nichelino, nei pressi di corso Traiano. Fedina penale pulita, linda come il culetto di un bambino”.
Il sovrintendente Ansaldi espose, con la solita precisione, i dati di cui era venuto in possesso. Il taciturno Marini lasciò, come al solito, a lui la parola, continuando ad annuire a ogni frase che il collega completava.
“Patente di guida?”, domandò Crema, appena “il dotto” terminò di parlare. Ci pensava dal momento stesso in cui avevano trovato il biglietto del pullman nella tasca del cappotto della vittima.
“Mai presa”, replicò prontamente Ansaldi.
“Che vita di merda”, considerò platealmente Quadrini.
Come darti torto, pensò, ma non disse, Sergio. Non voleva dare il la a un eventuale monologo comico dell’ispettore.
“Ha fatto il volontario per le Olimpiadi invernali del 2006. L’abbiamo scoperto attraverso il suo profilo f*******:”, aggiunse, sorprendentemente, Marini.
“Cosa pubblicava sui social?”, Crema sapeva che quell’aspetto era diventato ormai fondamentale in qualsiasi indagine d’omicidio perché permetteva di tracciare il profilo umano e professionale di una persona attraverso le sue pubblicazioni. Era una testimonianza virtuale assai preziosa, un elemento fondamentale per gli inquirenti.
“Come già detto aveva un profilo f*******: e uno su i********:, ma devo dire che era colui che io definisco un dormiente”.
“Un dormiente?”, domandò Quadrini.
“Sì, uno di quei soggetti che stanno sui social soprattutto per farsi gli affari altrui più che per mettere in piazza i fatti propri. Pubblicava e condivideva pochissime cose anche se aveva qualche migliaio di amici, un numero consistente per uno così”.
Ansaldi si concesse una pausa perché sapeva che Crema sarebbe intervenuto.
“Quindi, se ho ben capito, era un tipo che accedeva spesso a quella merda anche se non si esponeva in prima persona”.
Sergio non aveva ancora un profilo f*******: personale e mai l’avrebbe avuto.
“Sì, diciamo che se aveva tutte quelle amicizie di tempo lì ne trascorreva, soprattutto, però, come osservatore”.
“Era uno spione, in sostanza?”.
“È una cosa non così rara, commissario”.
Ansaldi era abituato a perlustrare i social e lui stesso era diventato uno spione, ma almeno lo faceva per professione.
“Abbiamo anche le prime foto della Scientifica. Guarda che telefonino di merda aveva il nostro amico”, Quadrini s’intromise in quella discussione mostrando al suo superiore quei fotogrammi che immortalavano un Nokia antidiluviano.
“Di certo non navigava nell’oro, strano non si sia potuto permettere nemmeno un cellulare dignitoso”, considerò il commissario mentre passava da una mano all’altra la stessa foto.
“A momenti dovremmo avere i tabulati telefonici del suo telefonino”, lo rassicurò Ansaldi
“Ok, immagino che la Bonamico ci farà dare un’occhiata a casa sua per capirci qualcosa di più. Domani mattina noi due faremo qualche domanda anche ai suoi vicini, qualcosa sapranno”.
Sergio indicò Marco per esplicitare il concetto di “noi due”. Da sempre loro quattro si muovevano in quel modo: Crema e Quadrini da una parte, Ansaldi e Marini dall’altra. Poi si confrontavano sui risultati ottenuti nelle loro indagini parallele e facevano una sintesi.
“E adesso?”, domandò l’ispettore dopo aver guardato l’orologio.
“Stacchiamo solo per qualche ora. Domani sarà un giorno molto lungo”.
Il commissario ruppe le righe e iniziò a dirigersi verso casa. Sapeva che difficilmente sarebbe riuscito a dormire perché le immagini di quel cranio fracassato avrebbero trasformato i suoi sogni in incubi.