Capitolo Primo: Il gioco dei pellegrini-2

2365 Parole
— Credo che continuerai a recitare finché potrai indossare le lunghe vesti bianche con i capelli sciolti e i gioielli di cartone indosso! Sei la migliore attrice della compagnia e se tu manchi che cosa faremo? Dovremo smettere anche noi — disse Jo — A proposito: bisognerebbe fare una prova stasera; vieni qua Amy, fai un po’ quella scena dello svenimento; stai sempre lì impalata come un pezzo di legno. — Non posso fare meglio di così: non ho visto mai nessuno svenire, e non voglio mica farmi dei lividi come fai tu quando ti butti per terra! Se posso cader giù adagio senza farmi male, allora farò la scena a modo tuo, ma se no, mi lascerò andare su di una seggiola in modo aggraziato e non m’importa nulla se anche Hugo mi minaccia con la pistola! — rispose Amy, che non era portata per il teatro, ma che era stata scelta a far quella parte perché era abbastanza piccola e l’eroe del dramma poteva, senza troppa fatica, trasportarla in braccio fuori della scena. — Fai così: congiungi le mani e trascinati per la stanza gridando con terrore: «Roderigo, salvami, salvami!» — e Jo attraversò barcollando la stanza e cacciò un grido melodrammatico che strappava il cuore. Amy cercò di imitarla, ma congiunse le mani in avanti e camminò come un automa, ed il suo “oh” prolungato sembrava provocato dalla puntura di uno spillo piuttosto che dal terrore e dall’angoscia. Jo, emise un gemito sconsolato, Meg rise di cuore e Beth lasciò bruciare il pane, tanto era interessata a seguire la scenetta divertente. — È tutto inutile! Fai meglio che puoi quando arriva il tuo momento e se il pubblico ride non prendertela con me! Vieni Meg – disse Jo. Le cose andarono allora un po’ meglio, perché Don Pedro sfidò il mondo intero con un discorso di due pagine che recitò senza un solo sbaglio: Hagar, la strega, cantò con grandissimo effetto un terribile incantesimo mentre faceva bollire i rospi nel suo pentolone; Roderigo strappò le sue catene e Hugo finì la sua vita tra gli spasimi dei rimorsi e dell’arsenico, esalando l’ultimo respiro con un selvaggio “Ah! Ah!” — È la miglior recita che abbiamo mai fatto — disse Meg, mentre il morto si rialzava e si stropicciava i gomiti. — Non so come fai a recitare e a scrivere delle cose tanto belle Jo! Sei proprio come Shakespeare — esclamò Beth, convinta che le sue sorelle fossero dei veri geni in tutte le cose. — Beh…non proprio! — rispose Jo modestamente — Credo però che «La Maledizione della strega» sia uno dei miei migliori scritti: ma mi piacerebbe tanto provare il Macbeth, se solo avessimo una botola per Banquo! Vorrei tanto fare la parte dell’assassino: “È un pugnale quello che vedono i miei occhi?” – mormorò Jo, stralunando gli occhi come aveva visto fare a un attore famoso e stringendo il pugno quasi volesse afferrare qualcosa nell’aria. — No, è la forchetta tostata con la pantofola di mamma invece del pane perché la scena ha incantato Beth — gridò Meg, e la prova finì in una grande risata. — Sono contenta di vedervi così felici, bambine mie — disse una voce allegra alla porta. Attori e pubblico corsero a salutare una signora dalla figura slanciata e materna con uno sguardo delizioso che sembrava dire “posso aiutarti?”. Non vestiva elegantemente, ma era una donna dal nobile aspetto e le ragazze credevano veramente che il vecchio mantello grigio e il cappellino fuori moda, coprissero la donna più splendida del mondo. — Bene, care, come avete passato la giornata? C’era così tanto da fare per preparare i pacchi da spedire domani che non ce l’ho fatta a tornare per cena. Ha chiamato qualcuno, Beth? Come va il tuo raffreddore, Meg? Jo, sembri stanca morta. Vieni a darmi un bacio, piccola. – Mentre faceva questa piccola indagine materna, la signora March si tolse il mantello bagnato, infilò le pantofole calde calde e, sedendosi in poltrona, prese Amy sulle ginocchia preparandosi, così, a passare l’ora più piacevole della sua giornata. Le ragazze intanto le si affaccendavano intorno cercando di renderle tutto confortevole, ognuna a modo suo; Meg sistemò la tavola per il thè, Jo andò a prendere la legna e mise a posto le seggiole urtando, picchiando e rovesciando tutto ciò che toccava; Beth trotterellava avanti e indietro tra il salotto e la cucina silenziosa e indaffarata ed Amy dirigeva il movimento generale standosene tranquillamente seduta sulle ginocchia della mamma, con le mani in mano. Mentre si radunavano intorno al tavolo, la signora March disse con un’espressione molto felice: — Ho una sorpresa per voi dopo cena. – Come un raggio di sole, un sorriso veloce brillò sui volti delle ragazze; Beth applaudì, incurante del biscotto caldo che teneva in mano e Jo sventolò per aria il tovagliolo gridando: — Una lettera, una lettera! Tre hurrah per papà! – — Sì, una bella e lunga lettera. Dice che sta bene e che spera di passare l’inverno meglio di quanto potessimo sperare per lui. Ci manda ogni sorta di amorevole augurio per il Natale ed un messaggio speciale per voi ragazze — disse la signora March toccando leggermente la tasca come se possedesse un tesoro. — Presto, presto, finite di cenare! Amy, non t’incantare a guardare il mignolo con quella smorfia! — disse Jo quasi soffocando nel suo thè e facendo cadere il pane imburrato col burro sul tappeto, per la fretta di ricevere la sorpresa. Beth non riuscì più a mangiare e, mentre le altre finivano, si ritirò nel suo cantuccio buio, pregustando la gioia che avrebbe provato. — Mi pare una cosa bellissima che papà, essendo troppo vecchio e debole per fare il soldato, sia andato nell’esercito come cappellano — disse Meg calorosamente. — Come mi piacerebbe essere un tamburino, un vivan… come si chiamano? o un’infermiera, per potergli stare vicina e aiutarlo — esclamò Jo con un profondo sospiro. — Deve essere molto scomodo dormire sotto una tenda, mangiare ogni sorta di robaccia e bere in un bicchiere di stagno — sospirò Amy. — Mamma, quando tornerà papà? — domandò Beth con un leggero tremito nella voce. — Dovrà stare laggiù ancora molti mesi, a meno che non si ammali. Egli vorrà compiere il suo dovere lealmente fino all’ultimo e noi certamente non gli chiederemo di tornare finché avranno bisogno di lui. Ora venite qui, che vi leggo la lettera! – Le ragazze si avvicinarono al fuoco: la mamma in poltrona con Beth ai suoi piedi, Amy e Meg si appollaiarono sui due braccioli e Jo appoggiata dietro, dove nessuno avrebbe notato segni di emozione se la lettera fosse stata toccante. Quasi tutte le lettere scritte in quei tempi difficili erano commoventi, specialmente quelle che i padri mandavano alle loro famiglie. In questa, invece, non si parlava molto delle difficoltà, dei pericoli affrontati o del desiderio di tornare a casa; era una lettera allegra, piena di speranza, piena di vivaci descrizioni della vita militare, delle marce e delle notizie di guerra; e solo alla fine il cuore di chi scriveva traboccava di amore paterno e parlava del gran desiderio di rivedere e riabbracciare le sue bambine. – Dai a tutte loro il mio amore ed un bacio. Di’ loro che sono sempre nei miei pensieri e che la notte prego per loro e che in ogni momento il loro amore è il mio unico conforto. Dover aspettare un anno prima di rivederle, mi sembrerà un’eternità ma ricorda loro che mentre aspettiamo, possiamo tutti lavorare in modo da rendere utili questi lunghi giorni di attesa. Io so che ricorderanno tutto quello che ho detto loro, saranno delle amorevoli figlie, svolgeranno fedelmente i loro doveri, lotteranno coraggiosamente contro i loro nemici interiori e li conquisteranno con tale audacia che quando tornerò, io sarò soddisfatto e più orgoglioso che mai delle mie piccole donne. – A quel punto ci fu una corale soffiata di naso; Jo non si vergognava della grande lacrima che le cadeva dalla punta del naso ed Amy dimenticò i suoi boccoli per nascondere il viso sotto il braccio della mamma e singhiozzare – Sono una ragazza egoista ma cercherò di migliorarmi così quando papà tornerà non rimarrà deluso. – -– Tutte lo faremo – esclamò Meg – io penso troppo al mio aspetto e odio lavorare, ma cercherò di migliorare, se posso! – Jo, convinta che tenere a freno un temperamento come il suo fosse molto più difficile che combattere contro i ribelli giù nel sud, pensò — Cercherò di diventare «una piccola donna» come lui mi chiama e di non essere furiosa e selvaggia, ma di fare il mio dovere qui invece di voler essere sempre da qualche altra parte. – Beth non disse nulla, ma si asciugò gli occhi con la calza blu dell’esercito e cominciò a lavorare a maglia con grande impegno, senza perdere tempo nel fare il suo dovere e proponendosi, nella sua piccola anima tranquilla, di fare tutto il possibile perché il padre non rimanesse deluso nelle sue speranze. La signora March ruppe il silenzio che era seguito alle parole di Jo dicendo con la sua voce allegra: — Vi ricordate quando da piccole giocavate al “gioco dei Pellegrini”? Come vi divertivate quando vi legavo addosso il sacco che chiamavate il vostro fardello, vi davo il cappello, il bastone e un rotolo di carta e vi facevo passeggiare per tutta la casa, cominciando dalla cantina, che chiamavate la “Città della Distruzione”, per arrivare su, su fino al solaio, dove mettevate tutti i vostri tesori per costruire una «Città Celeste». — Ah, come ci si divertiva! — disse Jo – Specialmente quando passavamo vicino ai leoni, dove sconfiggevo Apollyon e passavamo per la vallata dei Goblin! – — A me piaceva il posto dove lasciavamo cadere i pesi dalle spalle e li facevamo rotolare giù in fondo alle scale — aggiunse Meg. Beth sorridendo, come se il passato rivivesse davanti ai suoi occhi, disse — Il momento più bello per me, era quando salivamo su in cima e uscivamo sul terrazzo dove c’erano i nostri fiori, le piante e tante belle cose e stavamo là in piedi a cantare insieme sotto il sole! — — Io veramente mi ricordo poco di tutte quelle cose; tranne che avevo una grande paura della cantina e dell’entrata buia e che invece ero molto contenta quando si mangiava il dolce con il latte, su nel solaio! Se non fossi ormai troppo grande per questi giochi, quasi quasi mi piacerebbe giocarci di nuovo! — disse Amy che parlava di rinunciare ai giochi puerili alla veneranda età di dodici anni. La signora March disse — Non siamo mai troppo vecchi per questo gioco, bambina mia, perché è un gioco che in un modo o nell’altro facciamo per tutta la vita. Abbiamo sempre i nostri fardelli da portare, la nostra strada è davanti a noi ed è la ricerca del benessere e della felicità a condurci attraverso le difficoltà e gli sbagli fino alla pace che è la nostra “Città Celeste”. Ora, mie piccole pellegrine, supponiamo che ricominciate il vostro gioco, non per scherzo, stavolta, ma sul serio e vediamo quanta strada ognuna di voi può percorrere prima che ritorni papà! – — Davvero, mamma? Ma dove sono i nostri fardelli? — domandò Amy che prendeva sempre le cose alla lettera. — Tutte avete detto poco fa quali erano i vostri fardelli…. eccetto Beth, ma credo che ella non ne abbia alcuno – disse la madre. — Oh, altro che se ne ho! I miei sono: i piatti da lavare, i cenci da spolverare, invidiare le ragazze che hanno bei pianoforti e avere paura delle persone! – I pesi di Beth erano così buffi, che tutti avevano una gran voglia di ridere, ma non lo fecero, temendo di offendere la sua grande sensibilità. —E va bene, facciamolo — disse Meg pensierosa — È solo un altro modo per invogliarci a cercare in noi la bontà e forse il gioco può aiutarci, perché noi ci proviamo a diventare migliori ma è un lavoro duro e spesso ce ne dimentichiamo senza impegnarci fino in fondo! – Jo, che colorava con la fantasia e un po’ di romanticismo anche la strada difficile e noiosa del dovere, disse: — Stasera eravamo cadute tutte nell’Abisso della Disperazione, ma è venuta la mamma a tirarci fuori come fece Aiuto in quel bel libro che abbiamo letto. Dovremmo però avere un libro di istruzioni, come aveva Christian. Come faremo ad averlo? — — Guardate sotto cuscini la mattina di Natale e troverete il vostro libro di istruzioni— rispose la signora March. Continuarono a parlare dei loro nuovi progetti, mentre Hannah, l’anziana domestica, sparecchiava; poi tutte e quattro si affrettarono a prendere i loro cesti da lavoro e si misero a cucire le lenzuola per la zia March facendo volare gli aghi. Era un lavoro noioso, ma quella sera nessuna brontolò. Anzi, adottarono la proposta di Jo, di dividere le lunghe cuciture in quattro parti chiamandole con i nomi dei continenti, parlando delle capitali e parlando dei diversi paesi mentre li cucivano. Alle nove smisero di lavorare e, come al solito, cantarono prima di andare a letto: soltanto Beth era capace di suonare quel vecchio pianoforte; aveva un tocco così dolce e leggero sui tasti ingialliti che era un piacere sentirla accompagnare le semplici canzoni che cantavano. Meg aveva una bella voce flautata e, insieme alla madre, dirigeva il piccolo coro. Amy cantava come un grillo, e Jo faceva sempre dei gorgheggi e delle variazioni a modo suo attaccando sempre fuori tempo e guastando, con una stecca, la più soavi melodie. Avevano sempre cantato fino dal momento in cui, piccine, avevano incominciato a balbettare «Brilla brilla piccola stella» ed ora era diventata un’abitudine cantare prima di coricarsi perché la madre era una cantante nata. La prima cosa che le ragazze udivano, appena sveglie, era la sua voce e l’ultima, prima di andare a letto, era ancora quella adorabile voce, perché le ragazze non diventarono mai troppo grandi per la loro familiare ninna nanna.
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