Capitolo Secondo: Un Natale felice-1

2155 Parole
CAPITOLO SECONDOUn Natale felice Jo fu la prima a svegliarsi in una grigia e fredda alba natalizia. Non vide calze appese al caminetto e rimase un po' delusa, come quando, una volta trovò la sua piccola calza in terra perché troppo ricolma di dolci. Poi, ricordandosi la promessa della mamma, cercò sotto il cuscino, dove trovò un piccolo libro rilegato in rosso. Lo riconobbe subito, perché vi era l’antica e meravigliosa storia della miglior vita che sia mai stata vissuta e Jo capì che quella era una vera guida per ogni pellegrino sul cammino della vita. Svegliò Meg con un «Buon Natale!» e la invitò a cercare sotto il cuscino. Meg trovò un libretto rilegato in verde con le stesse illustrazioni e, sulla prima pagina, alcune parole affettuose scritte dalla loro mamma, ed era questo che rendeva il dono così prezioso. Di lì a poco anche Beth ed Amy si svegliarono e frugando anch’esse sotto i cuscini, trovarono l’una, un libro color cenere e l’altra un libro blu; si sedettero sui letti per sfogliare i loro doni e parlarne insieme, mentre ad oriente il cielo si tingeva di rosa. Malgrado le sue piccole vanità, Meg aveva un animo dolce e devoto e, senza volerlo, aveva un ascendente sulle sorelle, specialmente su Jo, che l’amava teneramente e che le obbediva, poiché i suoi consigli erano sempre dati con molta delicatezza. — Ragazze, mamma desidera che leggiamo, riflettiamo ed amiamo questi libri e credo che dovremmo cominciare da subito — disse Meg con serietà, posando gli occhi sulla testa arruffata che le stava affianco e sulle due testoline nella stanza accanto: —Una volta lo facevamo sempre, ma da quando il babbo è partito ed è cominciata questa orribile guerra, abbiamo trascurato molte delle nostre buone abitudini. Voi fate pure come volete ma io voglio tenere il mio libretto qui, accanto a me e ogni mattina, appena sveglia, leggerne qualche pagina. So che mi farà bene e mi aiuterà nella mia giornata — Poi aprì il suo libretto e cominciò a leggere. Jo le passò un braccio sulle spalle e appoggiando la guancia a quella della sorella, fece altrettanto, con un’espressione seria e quieta che si vedeva raramente sul suo volto. Beth, a cui i bei libretti e le parole di Meg avevano fatto una grande impressione, mormorò — Com’è buona Meg! Vieni Amy, facciamo lo stesso anche noi! Io ti spiegherò le parole più difficili e se non capiremo qualche frase, la chiederemo a loro. — — Sono proprio contenta che il mio libro sia blu — disse Amy; poi, non si udì che il lieve rumore delle pagine che si voltavano mentre il pallido sole invernale cominciava ad illuminare le quattro testoline e i volti seri e raccolti. — Dov’è la mamma? — chiese Meg quando, mezz’ora dopo, scendeva insieme a Jo, per ringraziarla dei doni. — Non ne ho proprio idea! Un povero diavolo è venuto a chiedere l’elemosina e vostra mamma: senza dire una parola, lei s’è messa il mantello ed è uscita con lui. Non ho mai conosciuto in vita mia una donna più generosa! — rispose Hannah, che, essendo vissuta nella famiglia fin dalla nascita di Meg, era considerata più un’amica che una domestica. — Penso che ritornerà presto! Vai pure a finire i tuoi dolci, Hannah, e tieni pronta ogni cosa — disse Meg, dando un’occhiata ai regali che per il momento erano stati messi in un cesto e nascosti sotto il divano per averli pronti. — Ma dov’è l’acqua di Colonia di Amy? — domandò Meg, non vedendo la boccetta fra gli altri regali. — L’ha portata via lei un momento fa; sarà andata a metterci un nastrino o qualcosa del genere! — rispose Jo, che si era messa le pantofole nuove della mamma e saltava per la stanza in modo da renderle più morbide. — Avete visto come sono belli i miei fazzoletti? Hannah li ha lavati e stirati per me ed io li ho ricamati tutti da sola! – disse Beth ammirando orgogliosa le iniziali, un po' irregolari, che le erano costate tanta fatica! — Benedetta fanciulla! Ha ricamato “Mamma” invece di “M. March”. Che buffo! — disse Jo prendendone uno. — Non è forse giusto? Ho pensato fosse meglio così perché anche le iniziali di Meg sono “M.M.” ed io non voglio che nessun altro usi questi fazzoletti eccetto mamma — disse Beth un po' imbarazzata. — Si, cara, è giusto così: è un’idea graziosa, anzi, direi saggia, così nessuno potrà sbagliarsi. Le piaceranno molto, sono sicura — rispose Meg, lanciando un’occhiataccia a Jo e un sorriso a Beth. — Ecco la mamma! Presto, nascondete il cesto! — urlò Jo, sentendo una porta sbattere e dei passi risuonare all’ingresso. Ma non era la mamma, era Amy che, entrata nella stanza, restò un po’ confusa, vedendo le sorelle che l’aspettavano. Meg, meravigliata nel vedere, che la pigra Amy col cappuccio e il mantello, era uscita così presto disse — Dove sei stata? E che cosa nascondi dietro la schiena? — — Non ridete! Non volevo che nessuno lo sapesse! Sono andata a cambiare la bottiglia piccola e ne ho presa una più grande! Ho speso tutto il mio dollaro perché sto cercando di diventare meno egoista! — Così dicendo, Amy mostrò una bella bottiglia piena di acqua di Colonia, e fece un’espressione così seria e umile allo stesso tempo che Meg l’abbracciò teneramente, Jo si congratulò con lei, mentre Beth correva a raccogliere la sua rosa più bella per adornare la bottiglia. Amy aggiunse — Beh, dopo aver letto quel libretto stamattina, mi sono vergognata del mio regalo, così sono corsa giù alla bottega per cambiarlo; e sono così felice che il mio regalo sia il più bello di tutti! — In quel momento un altro rumore alla porta d’ingresso fece sparire rapidamente il cesto sotto il divano mentre le ragazze si avvicinavano alla tavola mostrando di avere grande appetito. — Buon Natale! Buon Natale mamma! Grazie per i libretti! Ne abbiamo letta già qualche pagina e vogliamo leggerne un po’ tutte le mattine — gridarono in coro le ragazze. — Buon natale! Buon Natale figliole! Sono molto contenta che abbiate già iniziato e spero continuerete! Ma voglio dirvi una cosa prima di sederci a tavola. Non lontano da qui, abita una povera donna con sette bambini, uno dei quali ha appena un mese. Gli altri sei bambini stanno tutti ammucchiati in un letto per riscaldarsi perché non hanno il fuoco. In quella povera casa non c’è niente da mangiare, e il più grande dei ragazzi è venuto qui a raccomandarsi, perché morivano di fame e di freddo. Bambine, volete donare la vostra colazione a quei poveretti come regalo di Natale? — Avevano una gran fame, quella mattina, perché avevano aspettato più di un’ora…. e per un minuto nessuno parlò ma ad un tratto Jo gridò impetuosa: — Sono così contenta, mamma, che tu sia tornata prima che cominciassimo a mangiare! — — Posso aiutarti a portare le cose a quei poveri bimbi? — chiese Beth. — Io porterò la panna e le focacce — aggiunse Amy, rinunciando eroicamente alle cose che più amava. Meg, senza dire nulla, stava già mettendo in un paniere tutto ciò che era sulla tavola. — Ero sicura che avreste fatto questo sacrificio! Mi aiuterete tutte e quando saremo di ritorno, mangeremo un po’ di pane col latte. Poi ci rifaremo a pranzo! — disse la signora March, sorridendo soddisfatta! In pochi minuti furono pronte e la processione si mosse. Fortunatamente era mattina presto e passarono per vie secondarie così nessuno vide quella strana comitiva! Era veramente una catapecchia la stanza dove alloggiava la misera famigliola! Le finestre erano rotte, il caminetto spento, le coperte del letto tutte strappate. In un angolo della stanza una povera donna, malata, teneva al petto un neonato che piangeva e, dall’altra parte, un gruppo di bambini pallidi e affamati stavano rannicchiati sotto una coperta per ripararsi dal freddo. Come spalancarono gli occhi e come sorrisero con le labbra violacee all’apparire delle quattro ragazze! — Ach! mein Gott! Sono gli angeli che vengono a trovarci! — gridò la povera madre, piangendo di gioia. — Angeli molto strani, con guanti e cappello! — disse Jo e tutti risero a questa uscita. Dopo pochi minuti pareva davvero che degli spiriti gentili si fossero messi al lavoro! Hannah, che aveva portato la legna, accese il fuoco; poi, aiutandosi con vecchi cappelli e perfino col suo vecchio scialle, accomodò alla meglio i vetri della finestra che erano tutti rotti. La signora March offrì alla madre del thè e una minestra d’avena che intanto aveva preparato e la confortava con promesse di aiuto mentre rivestiva il bambino più piccolo. Le ragazze, nel frattempo, avevano apparecchiato la tavola e sistemato gli altri bambini vicino al fuoco e ora li imboccavano come tanti uccellini affamati, ridendo, parlando e cercando di capire quello strano linguaggio dall’accento tedesco. — Das ist gut! Ah die Engel-kinder! — dicevano i poveri piccoli mentre mangiavano scaldandosi al fuoco le mani paonazze. Era la prima volta che le ragazze si sentivano chiamare angeli, e ci stavano prendendo gusto, specialmente Jo, che fin dal giorno della sua nascita era stata considerata un diavoletto. Fu una colazione molto felice, anche se le ragazze non la toccarono; e, quando se ne andarono, lasciando nella povera casa un po’ di gioia e d’allegria. Credo non ci fossero in tutta la città fanciulle più felici e contente delle nostre quattro sorelle affamate che avevano donato la loro colazione e che, il mattino di Natale, avevano mangiato solo pane e latte. —Questo significa proprio «Amare il prossimo più di noi stessi» e mi piace — disse Meg mentre sistemavano sul tavolo i doni per la mamma approfittando del momento in cui era salita nella sua camera a preparare dei vecchi abiti per i poveri Hummel. I regali non erano né costosi né molto belli; ma c’era tanto amore in quei pacchettini ed il vaso pieno di rose rosse, crisantemi ed edera, dava un tocco quasi elegante alla tavola. — Eccola, eccola! Suona Beth, e tu Amy apri la porta, tre evviva per la mamma! — gridò Jo, correndo e saltando per la stanza mentre Meg, con grandissima dignità, conduceva la mamma al posto d’onore. Beth suonò la sua marcia più allegra mentre Amy spalancava la porta. La signora March fu sorpresa e commossa, poi sorrise, con gli occhi pieni di lacrime, mentre apriva i regali e leggeva gli auguri che li accompagnavano. Calzò subito le pantofole; uno dei fazzoletti, profumato di acqua di Colonia, fu messo nella tasca del vestito; la rosa fu appuntata sul petto e i guanti vennero dichiarati perfetti. Ci fu allora un momento dolcissimo fatto di risate, di baci e di spiegazioni date con quella semplicità che rende così belle le feste di famiglia e le fa ricordare nel tempo, con tanta dolcezza. Poi si misero tutte al lavoro. Essendo giorno inoltrato, il resto del tempo fu dedicato a preparare la recita serale. Troppo giovani per andare a teatro e troppo povere per comprare le cose necessarie ad una rappresentazione privata, le ragazze dovevano mettere alla prova la loro immaginazione, e, poiché la necessità aguzza l’ingegno, creavano con le loro mani tutto quello che occorreva. Alcune loro creazioni erano davvero geniali: facevano chitarre in carta pesta; lampade antiche con pezzetti di stagno ricoperti di carta argentata; splendidi costumi scintillanti di lamina di zinco con vecchie vestine di cotone; coi coperchi dei barattoli, delle armature rivestite di pezzetti di vetro che potevano sembrare diamanti. Anche i mobili venivano spostati e ricoperti e così la grande stanza diventava di volta in volta lo scenario di quelle innocenti feste. Siccome i maschi non erano ammessi, Jo faceva sempre, con suo grandissimo piacere, la parte dell’uomo, ed era molto orgogliosa di un paio di stivaloni che le aveva regalato un’amica che conosceva un’amica che conosceva un attore. Gli stivali, un vecchio fioretto e un giustacuore malridotto, erano i tesori inseparabili di Jo e comparivano in tutte le occasioni. Una compagnia così risicata, obbligava le due primedonne ad interpretare molti personaggi ed erano molto apprezzate per lo sforzo di imparare tre o quattro parti, cambiando tanti costumi e, nello stesso tempo, dirigere lo spettacolo. Un ottimo esercizio per allenare la memoria, un innocente passatempo, che occupando molte ore, non consentiva loro di oziare né di annoiarsi o frequentare compagnie poco raccomandabili. La sera di Natale una dozzina di ragazze erano stipate su di un letto che, per l’occasione, fungeva da prima galleria ed aspettavano impazienti che la tenda gialla e blu si alzasse. Dietro la tenda si udivano sussurri e fruscii, un vago odor di fumo di candele e, ogni tanto, i risolini soffocati di Amy, nervosa per l’ansia da palcoscenico. Ed ecco il suono di un campanello, la tenda si apre e l’Opera Tragica ha inizio.
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