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Sabato 10 marzo 2012 ore 11:00
La vibrazione del cellulare, singola e secca, la avvisò che aveva appena ricevuto una mail.
Elena Macchi si stiracchiò sulla poltroncina girevole dietro la scrivania del suo ufficio, inarcando la schiena e portando le braccia dietro allo schienale, intrecciando le dita delle mani e tirando con forza verso la parete alle sue spalle. Sentì scrocchiare la colonna vertebrale. Ritornò in posizione eretta, lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e reclinò la testa prima a destra poi a sinistra, infine effettuò una semirotazione del capo all’indietro, prima da un lato poi dall’altro. Avvertì la sensazione di sabbia nel collo, sentendone il rumore fin dentro alle orecchie. Maledetta cervicale! Forse doveva smetterla di caricare l’asta dello squat. Era arrivato il momento di fare i conti con l’età: non era più una ragazzina, tantomeno una giovane donna che poteva permettersi di strafare in palestra, senza troppe conseguenze. Si stava avvicinando al traguardo dei cinquanta, tanto temuto da molte donne. Era un’età che segnava il passaggio dall’essere ancora piuttosto giovane al non esserlo più. Si ritrovò a riflettere sullo scorrere del tempo. Pareva che, negli anni, avesse ingranato la sesta, marcia di riposo. Si sentiva come un’auto di grossa cilindrata che procedeva a velocità di crociera in autostrada. Le energie non erano più le stesse di una volta e il P.M. era stanca di affrontare la vita di corsa. Cinquanta era un’età che faceva pensare. Chissà perché, però, non la spaventava come l’aveva invece spaventata l’idea di compierne quaranta. Ancora ricordava il giorno del quarantesimo compleanno: si era svegliata con addosso un senso di depressione spaventoso. Forse l’idea del giro di boa: i fatidici “anta”. Si era sentita terrorizzata. Poi, senza nemmeno accorgersene, già il giorno dopo, sembrava averci fatto l’abitudine: in fondo era la stessa di sempre, nulla era cambiato. Ora non le faceva né caldo né freddo l’idea di compierne dieci di più. Elena Macchi non aveva un compagno di vita. Frequentava da qualche giorno un uomo, separato in attesa di divorzio, ma la storia era solo all’inizio e faticava a spiccare il volo. Non era facile, del resto, per una come lei, abituata alla libertà, legarsi affettivamente a qualcuno. Se da giovane la cosa non le era mai pesata, ora, però, il vuoto degli affetti pareva affacciarsi alla sua coscienza come consapevolezza di una vecchiaia in solitudine. Il P.M. non era tipo da sentimentalismi, era piuttosto una donna pratica, decisa, con un carattere forte, sicura di sé. Non aveva avuto nemmeno un grande esempio di amore sponsale nei suoi genitori, la cui vita era fatta di bugie, falsità, inganni, tradimenti. Non aveva molta fiducia negli uomini. A dire il vero, non ne aveva nel genere umano: ne aveva viste troppe nella sua lunga carriera.
Si passò una mano tra i capelli. Erano ancora lunghi, forse troppo, per una donna della sua età, ma erano belli, corposi, biondo ghiaccio. Da qualche anno, Elena aveva detto addio al proprio colore naturale, il platino. Le prime ciocche bianche le avevano suggerito una tinta più vicina al colore che la natura stava conferendo alla sua chioma. Aveva notato su una rivista di moda quel colore e aveva chiesto a Paolo, il suo parrucchiere di fiducia, di tingerle i capelli allo stesso modo. Come la modella della foto, aveva mantenuto la lunghezza, scalando appena le punte sul davanti. Un lungo ciuffo le ricadeva sulla fronte. Aprì il cassetto della scrivania e prese un mollettone che giaceva sul fondo, pronto all’uso. Era solita raccogliere i capelli, prima di iniziare a lavorare: non sopportava di averli davanti agli occhi, mentre si accingeva a scrivere al pc o a compilare delle carte. Arrotolò la lunghezza in una crocchia e la puntò dietro la nuca, quindi allungò la mano verso il cellulare, digitò il pin e fece scorrere lo schermo fino a far comparire la busta della mail.
In risalto, in caratteri rossi, spiccava l’inizio di una missiva a nome Galli. Elena Macchi si drizzò sulla sedia: che cosa mai voleva il procuratore capo? Esercitò una lieve pressione con l’indice sul testo e la mail si aprì. Lesse il contenuto del messaggio con un certo stupore: il procuratore capo, ormai prossimo alla pensione, le comunicava che avrebbe avuto piacere che lei prendesse il suo posto. Dopo una serie di convenevoli, concludeva dicendo che avrebbe caldeggiato la cosa con le alte sfere.
Il P.M. posò il cellulare sulla scrivania e sospirò. Una folla di pensieri si presentò alla sua mente, sensazioni contrastanti. Da una parte si sentiva lusingata, dall’altra non le sarebbe piaciuto diventare una burocrate: lei amava l’azione.
Si appoggiò allo schienale della sedia e la fece ruotare leggermente da un lato e dall’altro, come a voler cullare i pensieri. Chiuse gli occhi e rivide un po’ tutta la sua vita, la sua carriera. All’improvviso, nella sua mente, si materializzò la poltrona del procuratore. Elena Macchi si ritrovò a sorridere. Se qualcuno l’avesse vista in quel momento, avrebbe creduto che stesse sognando qualcosa di bello, invece stava semplicemente ricordando qualcosa di buffo: la forma dell’abbondante fondoschiena di Galli stampata sulla seduta della poltrona in pelle, quella sulla quale si era accomodata anche lei. Ritornò a quel momento, nell’estate del lontano 199711, quella del caso Della Torre. Faceva un gran caldo nell’ufficio del procuratore e lui sudava copiosamente. L’aria era irrespirabile. Galli non era certo un uomo affascinante, grassoccio, stempiatissimo, con quel riportino sempre appiccicato sulla fronte, la pelle bianchiccia e l’aspetto decisamente flaccido. Beh, se avesse accettato l’incarico, la procura avrebbe fatto un salto di qualità quanto a rappresentanza. Riaprì gli occhi e smise di sorridere.
Il P.M. si ritrovò a provare una certa nostalgia, nel ricordare quel periodo. Era una giovane donna in carriera, allora, una trentacinquenne ambiziosa, una lady d’acciaio, molto temuta dai suoi subalterni, ma anche molto stimata per le sue qualità e la tempra che la rendevano caratterialmente molto simile a un uomo. Quanto tempo era passato! Si scoprì in un gesto involontario: si stava osservando le rughe intorno agli occhi e alla bocca, seguendone il profilo con l’indice della mano destra, riflessa nello schermo del computer in standby.
Ore 11:30
Il P.M. uscì dall’ufficio, richiudendo la porta alle sue spalle. Aveva lasciato tutto in ordine, come sempre. Non aveva bisogno di raccomandare che l’inserviente non toccasse nulla e si limitasse a pulire unicamente il pavimento. Non sopportava che qualcuno potesse mettere mano alla sua scrivania. Ormai tutti, lì dentro, sapevano quello che dovevano e quello che non dovevano fare. Percorse il lungo corridoio e raggiunse la scalinata. Scese i gradini tirati a lucido e raggiunse il pian terreno. Attraversò l’ampio atrio e passò davanti al piantone all’ingresso, il quale la salutò ossequiosamente.
C’era una luce abbagliante nella piazza. Il sole era particolarmente caldo quella mattina: si sentiva la primavera nell’aria. I tavolini del bar di fronte al tribunale erano quasi tutti occupati da avventori che consumavano l’aperitivo. Elena Macchi scorse qualche collega in pausa.
Attraversò la piazza e imboccò via San Martino. Il profumo della frutta esposta all’esterno del fruttivendolo la investì, solleticandole le narici. Venne attratta da alcuni cestini di fragole. Adorava quel frutto. Indugiò un istante, incerta se acquistarne alcune, poi decise che avrebbe atteso ancora: meglio lasciar crescere la voglia, così avrebbe gustato maggiormente il piacere. Non fece alcuna fatica a resistere a quell’innocente tentazione: era avvezza a una disciplina di ferro.
Passò davanti alle vetrine dei negozietti che si affacciavano sul vicolo, sbirciando con finta noncuranza i capi esposti, quindi sbucò in piazza Carducci. Era affollata di gente seduta ai tavoli dei numerosi bar che davano sulla zona pedonale. Procedette dritta verso corso Matteotti, percorrendolo al centro della pavimentazione in porfido rosso. L’edicolante del corso, sua vecchia conoscenza – nonché ottima fonte di informazioni, in numerose circostanze, un po’ come la portinaia di un palazzo – vedendola passare, le rivolse un sorriso, sollevando la mano in segno di saluto. Elena Macchi corrispose, abbozzando a sua volta quello che a stento si sarebbe potuto definire sorriso. E poi, in quel momento, aveva altro per la testa: nessuna voglia di carinerie. Doveva prendere una decisione importante: accettare o no l’offerta del procuratore capo Galli.
Quando raggiunse la piazzetta del Garibaldino, non resistette alla tentazione di soffermarsi davanti alla vetrina della Libreria Del Corso. Da tanto desiderava acquistare un buon libro da leggere la sera, prima di addormentarsi. Era un’abitudine che aveva perso col tempo, soprattutto per la mancanza di spazi da dedicare a quel genere di attività, la lettura, appunto. Il suo comodino era un ricettacolo di scartoffie che si portava spesso a casa dall’ufficio. Doveva riprendere le vecchie consuetudini, quelle che le consentivano di rilassarsi un po’. Sbirciò la vetrina: c’erano tantissimi libri esposti. Sceglierne uno sarebbe stato come tirare il dado: non era molto informata sulle ultime novità. Forse avrebbe fatto bene a entrare e chiedere consiglio. Ricordava di essere stata seguita in più d’una occasione da una commessa molto preparata e competente. Spinse la pesante porta a vetri e guadagnò l’ingresso. L’odore di legno e carta la investì.
Riconobbe la commessa che stava riordinando alcuni volumi su uno scaffale.
Il P.M. le si avvicinò. «Buongiorno».
«Buongiorno a lei, dottoressa Macchi», disse l’altra. «Posso aiutarla?».
«Direi di sì», rispose il P.M.
«Dica!». La dipendente posò i libri e si dispose a servirla.
«Vorrei che mi consigliasse una buona lettura, qualcosa di leggero, non di impegnativo».
La donna sorrise. Le rughe sottili attorno agli occhi si fecero più marcate. «Quale genere preferisce?».
«Niente politica o fantascienza», rispose prontamente Elena Macchi. «Il resto va tutto bene».
«Mi segua». La commessa, una bella presenza che doveva avere all’incirca la stessa età del Pubblico Ministero, fece strada verso il retro del negozio. «Qui ci sono alcune novità accattivanti», esordì. «Se vuole può dare un’occhiata, a meno che desideri un consiglio diretto: io li ho letti tutti».
Il P.M. si domandò dove trovasse il tempo per leggere tutta quella roba. Decise di concentrarsi sulla quarta di copertina. Se non avesse trovato nulla di particolarmente convincente, si sarebbe affidata al suo consiglio.
«La lascio sola, allora. Io torno di là a sistemare gli ultimi arrivi. Se avesse bisogno, non esiti a chiamarmi».
Elena Macchi ringraziò.
Stava sfogliando un libro con una copertina molto accattivante e un titolo non da meno, quando un flash le attraversò la mente: in quel posto si erano conosciuti e frequentati il pittore Murro e la signora Della Torre. Lì era nata la loro relazione. Ancora il caso del 1997. Pareva che quel giorno tutto la riportasse con la memoria a quella vicenda.
Si concentrò sui libri. Era indecisa tra due: Venuto al Mondo e L’amore bugiardo. Il primo pareva molto profondo, il secondo, inquietante, prometteva notti insonni, ingorde di lettura. Optò per il secondo: chissà mai ci fosse stato qualcosa di nuovo da imparare.
Uscì dalla libreria col sacchetto in mano e tagliò per il Broletto. Attraversò il cortile ciottolato e sbucò in via Veratti. Passò dall’altra parte della strada e si immise in via Sacco, percorrendola fino all’incrocio con via Staurenghi e via San Vito Silvestro, tenendosi il parcheggio dei Giardini Pubblici sulla destra. Sfilò davanti alla chiesa evangelica e finalmente, attraversata nuovamente la strada, giunse a destinazione. Rovistò nella borsa in cerca delle chiavi, le sfilò e aprì il cancello.
L’ascensore era occupato. Non aveva alcuna voglia, dopo la lunga camminata dal tribunale fino a casa, di farsi tre piani di scale e decise di attendere.
In quel momento, il portone si aprì e fece il proprio ingresso nell’atrio una giovane donna.
Elena Macchi si voltò a guardarla. Non l’aveva mai vista prima nel palazzo. Dedusse che doveva trattarsi della nuova inquilina. Aveva notato già da qualche giorno sulla cassetta della posta un nome nuovo. Non poté fare a meno di attribuirle un’età: deformazione professionale che la portava sempre a sondare ogni minimo dettaglio. A occhio e croce doveva avere tra i trenta e i trentacinque anni. Era molto bella, avvenente e aveva l’aria della persona per bene. Si salutarono con tono cortese.
L’ascensore giunse al piano terra. Ne uscì l’inquilino dell’ultimo piano, un giovane single, insieme al suo cane, un Pit bull dall’aria poco rassicurante.
“Ancora senza museruola!”, pensò il P.M. Quante volte lo aveva fatto presente al proprietario, nonché all’amministratore. Guardò il ragazzo con disapprovazione. Inutile fargli presente la cosa: sarebbe stata l’ennesima ripetizione. Elena Macchi aspettava solo che succedesse qualcosa, dopo di ché non gliel’avrebbe lasciata passare. Il giovane abitava da poco tempo nel condominio: evidentemente non conosceva ancora la fama della vicina.
Il P.M. e la nuova inquilina entrarono insieme nella cabina dell’ascensore.
«Salve, mi chiamo Carla Allevi», si presentò la donna, sfoderando un sorriso cordiale e tendendo la mano.
«Elena Macchi».
«Io scendo al secondo piano», si affrettò a precisare, prima che Elena pigiasse il tasto. «Abito qui da due settimane. Occupo il bilocale dell’avvocato Poretti».
«Io sono proprio sopra di lei», la informò il P.M.
L’ascensore si fermò al secondo piano. Carla Allevi aprì la porta della cabina. «È stato un piacere conoscerla», aggiunse. «È la prima volta che incontro qualcuno nel condominio. Io vivo sola».
Elena Macchi si domandò come mai le stesse rivelando tutte quelle informazioni sul suo conto.
Dal piano superiore tuonò una voce maschile seccata, quella del signor Rossi, architetto in pensione, dirimpettaio del P.M., un vecchio brontolone, di quelli con cui sarebbe meglio non avere mai a che fare: «Allora, vogliamo chiudere quella porta?».
Carla Allevi alzò lo sguardo. «Mi scusi!», esclamò. Poi si rivolse a Elena Macchi. «Beh, ancora tanto piacere. Ci vediamo».
Elena ricambiò il saluto e le sorrise.
La cabina raggiunse il terzo piano. Quando il P.M. uscì, il signor Rossi stava ancora sbuffando.
“Quanta fretta! Dove dovrà mai andare!”.
1 Vedi Laura Veroni, I delitti di Varese, Fratelli Frilli Editori, 2016.