PROLOGO
PROLOGO
La ragazzina stava correndo lungo la strada che da Brinzio, dove abitava, portava a Castello Cabiaglio. Si stava allenando intensamente. Aveva appena vinto la maratona ai giochi della gioventù. Ai piedi le scarpe da ginnastica nuove che suo padre le aveva regalato come premio. In mente le parole del suo insegnante di educazione fisica: “Anche se sei solo in prima media, corri più veloce delle tue compagne di terza”. Era stata selezionata per partecipare ai campionati regionali. Da giorni si allenava su quella strada, perché non passavano quasi mai auto e non era costretta a respirare i gas di scarico. Invece si respirava aria buona da quelle parti. Era brava, aveva gambe veloci. Pensava al fratello che da qualche giorno non correva con lei. Si era appena slogato una caviglia, scendendo le scale di casa. “Te la senti di andare da sola?”. Non avrebbe rinunciato per niente al mondo: era determinata a vincere. Già si immaginava sul podio, la medaglia al collo, i flash dei fotografi, le congratulazioni di amici, parenti e conoscenti, la soddisfazione degli insegnanti. Un modello da imitare per tutte le sue compagne. Correva a ritmo sostenuto, si sentiva carica, aveva energie, era motivata. Aveva tutte le carte in regola per salire su quel podio e diventare l’orgoglio di mamma e papà. Fantasticava sul regalo che le avrebbero potuto fare questa volta i suoi genitori. Magari una bici nuova oppure un cagnolino, il suo desiderio più grande, da sempre respinto dalla mamma che non voleva un terzo figlio da accudire, come diceva ogni volta che si affrontava l’argomento. Magari questa volta sarebbe riuscita a convincerla.
Aveva già percorso circa un chilometro, quando avvertì un rumore alle spalle. Si voltò e vide un individuo che correva dietro di lei. Un altro maratoneta, pensò. Ma da dove era sbucato? Chissà se si allenava anche lui per qualche gara o se era uno dei tanti che correvano unicamente per tenersi in forma! Strano, però, correre con felpa e cappuccio in testa. Non era così freddo da giustificare un simile abbigliamento. Chissà come sudava là dentro! Lui avanzava veloce, una falcata da competizione. La ragazzina pensò che a breve l’avrebbe sorpassata. Sarebbe stato da ganzi riuscire a tenergli testa e mantenere la distanza, ma, per quanto forte lei fosse, non poteva certo pensare di competere con un uomo che era il doppio di lei. Si voltò di nuovo, per calcolare lo spazio che ancora li separava. E fu lì che la curiosità si tramutò in terrore: l’individuo aveva un passamontagna calato sulla faccia.
E capì.
Il cuore prese a batterle all’impazzata. Il rumore dei passi che la inseguivano si fece sempre più vicino. Cominciò a correre più veloce, la gola arsa dalla paura.
“Te la senti di andare da sola?” Le parole del fratello le martellavano nelle tempie. Perché, perché non gli aveva dato ascolto e non era rimasta a casa con lui? Lanciò occhiate intorno, nella speranza di scorgere qualcuno, un passante col cane o un’auto che sopraggiungesse, ma la strada era deserta e non c’era un’anima in giro. Aveva già oltrepassato la zona delle villette e delle palazzine. Davanti, solo asfalto; ai lati, solo bosco. I passi dietro di lei erano sempre più marcati. Si voltò un istante e lo vide, così vicino che poteva scorgere uno sguardo feroce, come quello di un felino che stava per raggiungere la preda e già pregustava il suo pasto.
Decise di buttarsi nel bosco: forse, tra la sterpaglia, era più facile sperare di seminarlo. Si infilò nel fitto della vegetazione, senza rallentare la corsa, nonostante i rami degli alberi le graffiassero le braccia che teneva alte, per impedire che le ferissero il viso. Aveva il fiato corto, le bruciava il petto nell’affanno del respiro. Si infilò in un sentiero tortuoso, saltando gli ostacoli dei rami caduti al suolo, dopo il violento temporale della notte. Affondò nel terreno bagnato, le caviglie incerte nel fango che le schizzava le gambe e le imbrattava la tuta. Si voltò. L’inseguitore non c’era più. Rallentò un poco la corsa, incredula. Poi si fermò a riprendere fiato, chinata in avanti, le mani appoggiate sulle ginocchia piegate, il petto che si alzava e si abbassava seguendo il ritmo del respiro affannoso. Lasciò correre lo sguardo tutto intorno: solo piante e silenzio. Si alzò in posizione eretta e si portò una mano al torace, comprimendo il petto, e l’altra alla milza dolente. Il respiro stava tornando poco a poco regolare. “Forse l’ho seminato o forse era uno che si allenava davvero”, pensò.
All’improvviso si sentì afferrare da dietro e sollevare. Scalciò nell’aria, dimenandosi come un’anguilla. Urlò, ma in giro non c’era nessuno che la potesse sentire.
Una mano vigorosa e callosa le tappò la bocca e nello stesso tempo anche il naso. La presa era forte, la stretta violenta. Nell’impatto, si era morsa il labbro. Avvertì il sapore dolciastro del sangue. Le sembrò di soffocare, con quella mano che le impediva il respiro, e continuava a scalciare nel vuoto con tutte le energie che le erano rimaste. “Aiuto”, biascicava nell’incavo di quella mano, ma il suono le ritornava in bocca e lo inghiottì con un singulto. Si sentì scaraventare per terra. Avvertì un dolore lancinante alla schiena. Doveva essere piombata su una radice sporgente o peggio su un sasso. Lui le era sopra. Ora lo vedeva chiaramente negli occhi. Aveva paura. Mamma, papà... la sua stanza, il suo letto, suo fratello, il cane che avrebbe voluto... Mamma, papà... Le ginocchia dell’aggressore le premevano sul costato, stringendole le costole con forza. Le sentì scricchiolare. Le mancò il respiro.
Improvvisamente, nella mano destra dell’uomo comparve un pugnale.
La ragazzina lo fissò con gli occhi pieni di terrore.
«Se stai buona e non gridi, poi ti lascio andare», bisbigliò dura la voce del carnefice.
Decise di assecondarlo: capì che quello era l’unico modo per sperare di salvarsi la pelle. Se avesse fatto come lui voleva, forse non l’avrebbe uccisa. La vista le si appannò: lacrime copiose le scorrevano lungo il viso.