A Roma: incontro con Acilio Glabrione
Publio Elvio si presentò, in una bella giornata di tarda primavera, alla porta della sontuosa abitazione del senatore Acilio Glabrione, nei pressi della via Salaria. Bussò e gli venne aperto da una giovane ancella dall’apparenza fenicia.
“Il senatore Glabrione è in casa?”.
“Sì. Chi debbo annunciare al mio padrone, giovane signore?”.
“Pertinace, da Alba Pompeia. Sono il figlio di Lollia Acilia, una sua cugina”.
L’ancella lo fece accomodare nel vestibolo.
“Vado a vedere se il senatore può ricevervi...”.
Da lì a poco, il senatore apparve, col sorriso sul volto. Era di aspetto ben curato, una barba alla moda dell’epoca, una figura ancora giovanile, anche se si trattava di un uomo maturo sulla quarantina.
“E così tu sei Elvio... disse, stringendogli le mani, in segno di affettuoso saluto”.
“Sì. Penso che i miei genitori ti abbiano annunciato la mia venuta a Roma...”.
“Ma certo! Che diamine. Come stanno? La mia cara cugina?”.
“La madre sta bene. Il padre Successus è sempre molto impegnato”.
“Mi rallegro. Vuole dire che le cose vanno bene. Ma non restiamo nel vestibolo” disse Glabrione, facendo un cenno del capo ad un gruppetto di clienti in attesa che, com’era consuetudine, la mattina venivano a rendergli omaggio ed a sollecitare udienza.
“Adesso ricevo questo giovane parente. Più tardi vedrò ciascuno di voi”.
“A presto, senatore. Buona giornata” risposero in coro quelli in attesa.
Fece strada all’ospite, preceduto da due prosperose ancelle. Superarono l’atrio, che era il centro della vita domestica, con in alto un’apertura triangolare, il compluvium verso cui da ogni parte declinava il tetto, portandovi l’acqua piovana, mentre al centro del pavimento corrispondeva una grande vasca, l’impluvium.
Quella nella casa del senatore era una vasca decorata con gusto raffinato, con statue di delfini ed al centro una raffigurazione del dio Nettuno, circondato da ninfe e da tritoni. Seguendo l’ospite, il giovane venne fatto accomodare nel peristilio, uno stupendo giardino, circondato da un recinto di colonnati.
“Mettiti a tuo agio. Non sentirti in soggezione. Siamo o non siamo parenti? E così sei a Roma per i tuoi studi. Greco e latino, vero?”.
“Esattamente”.
“Hai già trovato un insegnante all’altezza del compito?”.
“Sì. Il mio maestro si chiama Sulpicio Apollinari ed è davvero bravo nelle materie che insegna.”
“E tu sei bravo nell’apprendere?”.
“Abbastanza”.
“Ma dimmi, quando giungesti a Roma?”.
“Beh, circa un mese fa”.
“E vieni a trovarmi solo adesso? Demone di un ragazzo!”.
“Non volevo disturbarti”.
“Nessun disturbo. Ti accolgo con immenso piacere. Parlami dei nostri posti, delle terre degli Acilii...”.
“Non c’è molto da dire. Terre ricche di ogni bene offertoci nel seno di madre natura. Come tu sai Alba è divenuta municipium, in seguito alla legge di Pompeo Strabone. Nelle terre degli Acilii si erge sempre la casa materna”.
Quasi ad anticipare una domanda, aggiunse:”Stavo bene. Ma ho preferito tentare la fortuna a Roma”.
“Hai fatto benissimo. Qui batte il cuore del mondo e per un giovane come te ci sono entusiasmanti prospettive”.
Il dialogo tra i due proseguì con accenti di grande cordialità. Era una parentela che sfociava in una solida amicizia destinata a durare tutta una vita.
Quella sera il giovane restò a cena a casa del parente.
Fu una cena posta al centro del triclinio, vicina ad una meravigliosa esedra, a fianco del tablinium, lo studio privato.
La servitù portava pregiate vivande su coppe argentee ai commensali, distesi sui triclini; una cena rallegrata da danze, dalle note melodiche delle cetre dei musici. Era servita da ancelle molto graziose, nate nei quattro angoli dell’Impero, che vivevano nella casa del facoltoso senatore. Una conversazione brillante, tenuta da alcuni amici togati dell’anfitrione.
Elvio ascoltava, piuttosto intimidito, quello sfoggio di eloquenza in lingua greca come usava nell’alta società romana, dopo che persino il “divo” Giulio Cesare al momento di soccombere sotto i pugnali dei congiurati, lì in Senato, si era rivolto a Bruto proferendo in greco quella frase famosa poi tradotta dagli storici in latino: Tu quoque, Bruti, filii mi.
Lui il greco cominciava a studiarlo; il filo del discorso, per lo più, gli sfuggiva, ma il suo parente per trarlo d’imbarazzo gli traduceva in latino ogni particolare della conversazione tra gli autorevoli invitati.
Dopo quell’incontro, il giovane, compiaciuto della protezione dell’influente personaggio, se ne tornò nella sua insula, nella stanza di una grande casa presa in affitto nella Suburra.
I due si rivedranno spesso. Al senatore, il ragazzo era piaciuto: lo aveva visto energico, pieno di volontà e non scevro – lo aveva dedotto dalla sua concentrazione nell’ascoltare i pareri dei suoi ospiti del Senato – da una sicura ambizione, forse tale da condurlo lontano nel non facile mondo della Roma imperiale. Sì, ambizioni ma anche l’umiltà necessaria per procedere a piccoli passi.
Intanto, Elvio proseguiva gli studi perché intendeva diventare, a sua volta, insegnante. In attesa, almeno così sperava, di quell’ingaggio nelle legioni con un posto di comando. Però quell’incarico marziale tardava a giungere ed il primo obiettivo restava quello di ottenere il titolo di studio per poter esercitare la professione di grammaticus.
Nelle ore libere, non si stancava di scoprire le meraviglie dell’Urbe.
Si recava volentieri a Villa Adriana, sotto Tivoli, dove il grande imperatore Adriano, il cui monumentale sepolcro troneggiava in riva al Tevere, aveva fatto costruire sontuose dimore, raccogliendovi tesori inestimabili, frutto dei suoi viaggi in ogni parte dell’impero.
Qui, lo studente ligure poteva consultare – grazie ad uno speciale permesso ottenuto dal senatore suo parente – l’enorme biblioteca adrianea che l’imperatore scomparso aveva fatto realizzare sul modello della biblioteca alessandrina.
Poi, nelle ore di svago, quando venivano riposti i manoscritti e le tavolette di cera, restava il tempo per qualche distrazione; Roma offriva un panorama impareggiabile di cose da vedere che nessuna città al mondo poteva eguagliare. La neroniana Domus Aurea, costruita sulle rovine di quelle abitazioni che il grande incendio si era portato via. il tempio della dea Venere guardava da una collinetta l’Anfiteatro Flavio, immane montagna di massi di travertino monumento alla umana schiavitù; lì Traiano aveva fatto uccidere, nello spazio di cento giorni, diecimila prigionieri. Altri posti importanti: la via sacra con l’Arco di Tito per celebrare la vittoria ottenuta per domare la ribellione del popolo ebraico, raffigurante il grande candelabro trafugato dal tempio di Gerusalemme; ancora, il tempio di Giove sul Campidoglio, il Palatino con la casa di Livia e di Augusto. Il foro ricordava la Repubblica, il Pantheon, Augusto e Agrippa. Oltre il monte Palatino, la grande città si prolungava con le sue necropoli, tra cui il sepolcro sotterraneo degli Scipioni. E poi vi era la Roma dei cunicoli, le catacombe che, si diceva, corressero persino sotto il letto del Tevere.
Elvio rifuggiva dai passatempi volgari. Non andava mai ad assistere agli spettacoli cruenti delle lotte tra i gladiatori all’Anfiteatro Flavio, che vedeva uscire dopo le lotte e recarsi a trarre sollievo ad una fonte, chiamata la meta sudans, punto centrale della grande città. Il pilastro della fontana era la prima pietra miliare dell’impero e tutte le vie del mondo romano avevano inizio da questo monumento. Egli preferiva le corse di bighe al Circo Massimo, dove poteva ammirare, con occhi da intenditore, i poderosi destrieri che, guidati da abilissimi auriga, si contendevano la vittoria al gran galoppo. Anche lì lo spettacolo poteva riservare risvolti cruenti, quando una biga lanciata a grande velocità si rovesciava, sbalzando il proprio guidatore e trascinando in rovinose cadute i purosangue.
Ma non vi era quell’aspetto di crudeltà gratuita che, invece, contrassegnava le lotte tra i gladiatori con l’esito a volte fatale per il lottatore sconfitto. Scontri molto cruenti, a giorni stabiliti, si svolgevano anche al Circo Massimo. Vi erano combattimenti di singolar tenzone tra cavalieri in armi, ma i destrieri venivano risparmiati ed anche i contendenti il più delle volte finivano nella polvere con qualche curabile ferita. Ben diversi gli scontri all’ultimo sangue tra i gladiatori, tra gli schiavi e le fiere.
Elvio era un ottimo cavallerizzo, perché dalle sue parti cavalcare era essenziale. Sia per la caccia che per percorrere distanze notevoli tra le boscose distese dell’Appennino. La grande folla dei romani, invece, preferiva decisamente le lotte nell’anfiteatro, i combattimenti tra i gladiatori con il secutor ed il retiario in sfida diretta avvinghiati in un confronto faccia a faccia, in cui la posta in palio erano la vita o la morte.
L’imperatore Marco Aurelio decreterà più tardi che le punte delle spade e delle lance dei gladiatori dovessero venir spuntate, ma i giochi del circo resteranno cruenti a lungo. La sola ipotesi di una loro sospensione sarebbe bastata a scatenare rivolte popolari, come infatti avvenne in alcune occasioni. Così i successivi imperatori, volenti o nolenti, mantenevano il triste spettacolo.
Il giovane proseguì con costanza (facendo onore al nome impostogli dal padre che rispecchiava la perseveranza dei Pertinace) i suoi studi di grammatica latina e studiò la lingua greca che tutti gli uomini veramente eruditi di Roma erano tenuti a conoscere. Qualche anno più tardi avrebbe ottenuto la qualifica di grammaticus e cominciato ad insegnare ai pueri di facoltose ed importanti famiglie patrizie dell’Urbe, le uniche che, del resto, potevano consentire degli studi ai propri pargoli, senza neppure pagare troppo cari i maestri.