La Roma di Antonino Pio

1970 Parole
La Roma di Antonino Pio La Roma di Antonino Pio conosceva un periodo se non proprio aureo almeno in apparenza di pace, pur se turbato da frequenti sommosse dei barbari alle frontiere. Finite le conquiste di Traiano, finiti i viaggi in giro per l’impero dell’infaticabile Adriano, l’Urbe poteva apprezzare nella giusta misura le sagge decisioni di un personaggio più tranquillo che trascorreva la propria vita amministrando con oculatezza; senza eccessi, tutto il contrario del primo, grande conquistatore di nuove terre in lontanissime contrade e del secondo, la cui curiosità intellettuale l’aveva spinto a compiere un viaggio dopo l’altro: dai deserti infuocati della Siria e della Mesopotamia alle lande grigie e nebbiose della Caledonia, terra abitata da fieri barbari seminudi, cui non faceva difetto l’ardore bellico e l’impeto irruento, ma mancava del tutto la disciplinata condotta, essenziale dal punto di vista tattico e strategico, che invece distingueva le legioni romane. Da qui la loro progressiva sottomissione, punteggiata da frequenti ribellioni sempre domate; con spietata fermezza ed anche con vere e proprie stragi come quelle che gli eserciti di Traiano avevano compiuto in Dacia. Antonino Pio, comunque, seguiva la politica più prudente voluta da Adriano che, incapace di estendere oltre i confini dell’Impero già allargati dalle conquiste traianee, aveva fissato precisi limiti riducendo, anziché estendere, i limes, i confini. Una politica prudente, dettata espressamente dal grande Augusto, il quale aveva compreso che un impero troppo vasto sarebbe divenuto, un giorno, indifendibile. Solo Traiano aveva fatto eccezione a questa aurea saggezza. Adriano aveva ammesso che oltre non si poteva andare con le conquiste. Anzi, bisognava semmai ritirarsi da certe lontane contrade come la Mesopotamia. Era un personaggio calmo e sereno Antonino detto il Pio, benvoluto dal popolo. Un uomo pacifico e ciò suscitava nella gente romana un senso di sicurezza forse mai conosciuto prima di allora. Epoca positiva quella degli Antonini, innegabilmente. Ma, pur nella quiete, i barbari erano ancora minacciosi alle frontiere del grande impero e Roma veniva funestata periodicamente da qualche catastrofe. Le condizioni della stragrande maggioranza dei cittadini rimanevano ben precarie. Vi era il diffondersi di epidemie, dovute anche all’insalubrità delle insulae dove si ammassava il popolino. La plebe soffriva, in modo davvero inclemente, di non infrequenti carestie, quando i rifornimenti, per le ragioni più disparate, cominciavano a fare difetto o pessimi erano stati i raccolti. A questo si aggiungevano gli incendi e gli incidenti fortuiti. Come accadde quel giorno delle nonae di maggio, quando l’Urbe rimase attonita alla notizia del crollo di un anfiteatro. Elvio stava studiando greco, nella sua abitazione, quando udì il tremendo frastuono e le grida della gente. Nessuno sapeva cosa fosse accaduto, in quella giornata sull’imbrunire, fino a quando i primi testimoni del disastro apparvero nelle viuzze, urlando: “È crollato l’anfiteatro, con tutti gli spettatori dentro!”. Era uno dei circhi minori, ma aveva una capienza abbastanza consistente: duemila persone potevano accalcarsi sulle sue tribune. Elvio corse in strada, incontrando più che soccorritori, uomini, donne, giovinetti e fanciulle, i quali fuggivano atterriti. Si lanciò verso il luogo dove era avvenuta la sciagura. Al posto dell’anfiteatro vi era un cumulo di macerie. Erano accorsi sul posto, oltre ai quattro edili, i quali avevano compito di dirigere i vigili per la sorveglianza urbana (ordine pubblico, mercati, soccorsi in caso d’incendi o di catastrofi, come in questo caso) anche i pretoriani, quelle truppe speciali che vegliavano su Roma e sul palazzo imperiale, dove vi era la guardia armata più vicina all’imperatore. I pretoriani, corpo speciale di quindicimila uomini, avevano la loro caserma, il Castro Pretorio, tra i colli Viminale ed Esquilino. Non erano poi così lontani dal luogo dov’era avvenuto il crollo, forse per una scossa di terremoto, che tuttavia i romani avevano appena avvertito. Più verosimilmente perché la struttura non era fatta per un gran numero di spettatori. Vi si era ammassata una grandissima folla e l’edificio, pur imponente, aveva ceduto, travolgendo i cives che assistevano ai giochi del circo. Lo spettacolo che si presentò agli occhi dei primi soccorritori era davvero spaventoso. Vi erano vittime sotto le macerie che imploravano aiuto. Lo studente, superato il primo istante di sbigottimento e di orrore, cominciò a dare una mano alla gente che stava scavando per estrarre i feriti. Accanto a lui vi era una giovane donna. Senza perdersi d’animo stava facendo la sua parte. Ella gettò uno sguardo di sfuggita a quel giovane di bell’aspetto che si stava dando da fare con grande lena. Era riuscito a prendere in braccio un fanciullo ferito e lo stava portando verso un presidio improvvisato di pretoriani, dove alcune ancelle prestavano le prime cure. Sul calar della notte, i lavori di soccorso procedevano al lume delle torce. Ormai, i vigili (guidati dal loro capo in persona) ed i pretoriani (era accorso anche il loro prefetto) avevano predisposto, con la supervisione degli edili, la strategia per estrarre vittime e feriti dalle macerie e si erano coordinati in modo più razionale. Ma accettavano ben volentieri l’opera dei volontari e di quanti si prestassero a dare aiuto. La giovane Flavia Titiana, questo era il suo nome, apostrofò Publio Elvio, chiedendogli a quale parte dell’impero appartenesse. “Si vede così tanto che non sono un cittadino dell’Urbe?” rispose lui, mal celando una certa sorpresa. “Abbastanza, per la verità” replicò sorridendo la ragazza, che aveva profuso le proprie energie nel curare i feriti ed appariva molto provata. “Sono nato nella IX regione augustea, precisamente ad Alba Pompeia...” precisò. “Italia del nord, dunque; sono bei posti? Non sono mai andata più a nord della VII regione, l’Etruria.” “Foreste, fiumi, e nella parte più a sud, il mare. Ami il mare?”. “Naturalmente. Come si fa a non amarlo?”. “Attenzione – disse Elvio – questo giovane mi sembra davvero in cattive condizioni...”. Chiamarono altri soccorritori e su una lettiga anche il ferito grave venne trasportato in un luogo convenuto dove si udivano strazianti lamenti e dove gli agonizzanti erano coricati, per terra, su giacigli improvvisati messi insieme con la paglia, a fianco di coloro che avevano già esalato l’ultimo respiro. Era ormai piena notte e la giovane donna disse: “È per me l’ora di rientrare. Mio padre sarà inquieto per la mia assenza. Ormai si è diffusa per tutta Roma la notizia di questa disgrazia spaventosa. Potrebbe pensare che sono anch’io sotto le macerie dell’anfiteatro anche se non è un luogo che io frequento abitualmente. Anzi per la verità non ho mai assistito ai giochi dell’arena. Soltanto una volta ho visto una battaglia navale all’interno dell’Anfiteatro Flavio. Ero in compagnia di mio padre, il senatore Flavio Sulpiciano”. “Battaglie navali nell’Anfiteatro!” replicò, meravigliato, il ragazzo. “Sì, non lo sapevi?”. “No. Per Giove!”. “Adesso lo sai – esclamò ridendo Flavia – ora devo proprio scappare. Penso ci rivedremo.” “Lo spero proprio” rispose lui, alzando la mano in segno di saluto e poi continuando nell’opera di aiuto ai pretoriani. La figura di Flavia scomparve nella notte, inghiottita dall’ombra cupa che circondava il posto dove si affannavano i soccorritori. A prestare aiuto alle vittime del crollo vi era anche un giovane ellenico. Elvio l’aveva intravisto alle lezioni di filosofia che seguiva sporadicamente. Si chiamava Claudio Galeno (il suo nome era in greco Klaudios Galenos). Era, infatti, nato a Pergamo. I due erano quasi coetanei. “Dammi una mano a tirar fuori questa donna – esclamò Claudio – spero che possa salvarsi!”. Elvio, solerte, ubbidì all’esortazione. La donna, pur se ferita, venne estratta dai calcinacci e Galeno, prestandole aiuto, sentenziò con fare sicuro: “Questa, grazie agli dei, si salverà!”. Solo all’alba, quando con l’apparire dei primi raggi del sole fu possibile valutare nella sua drammaticità l’ampiezza della catastrofe, Elvio, a fianco del giovane medico greco, venne esortato dallo stesso a concedersi un po’ di riposo. “Mi sembri allo stremo delle forze – gli disse – riposati ché intanto qui il destino si è compiuto. Chi doveva salvarsi si è salvato. Chi doveva morire, è morto”. Tra Pertinace e Galeno, il futuro medico di Marco Aurelio, nacque così un’amicizia duratura. L’imperscrutabile volontà degli dei si era compiuta anche in quella sciagura che aveva funestato il tranquillo regno di Antonino Pio. Vi sarà anche un grande incendio a rendere precaria la vita dei cittadini dell’Urbe in quell’epoca aurea almeno dal punto di vista della politica e della saggia conduzione della res publica. Antonino Pio ricordava la saggezza e il buon governo di Nerva ed i romani ne erano consapevoli; quella era una fase in cui era loro consentito di vivere, nella misura del possibile, in modo abbastanza sereno. Non era così per i legionari, sempre attaccati all’estremo nord dell’Impero, dai barbari. Vi erano agitazioni lungo la frontiera renana e, particolarmente, incursioni frequenti in Caledonia, dove i soldati dovevano sostenere tremendi conflitti con i barbari oltre il Vallo di Adriano. Anche Antonino Pio farà costruire un vallo una trentina di chilometri più a nord di quello del suo predecessore. Era un freddo mese di marzo, il settimo giorno del 161 d.C., quando Antonino morì, suscitando enorme cordoglio a Roma ed in tutta l’Italia, le cui province erano state privilegiate rispetto al resto dell’impero da un uomo che, senza compiere eccezionali imprese, aveva saputo tuttavia governare con equilibrio ed equità. Andava a raggiungere,Antonino, la sua Faustina Maggiore già tumulata nel tempio, accanto alla curia, dedicato ad entrambi. Alla cerimonia funebre, partecipò tutta la popolazione romana, in testa i senatori, i pretoriani, i delegati delle legioni giunti nell’Urbe da ogni parte dell’impero con i loro stendardi. Il feretro preceduto dai littori e poi, nel Foro, di fronte al tempio delle Vestali anch’esse vestite a lutto, la pira su cui venne deposto il corpo del defunto. Assistevano alla mesta cerimonia, la figlia di Antonino, Annia Galeria Faustina Minore che era andata in sposa, sei anni prima, ad uno dei successori già designati a succedere al padre: Marco Aurelio (Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto). Anch’egli ritto in piedi accanto all’altro imperatore designato, Lucio Vero, associato al potere come figlio adottivo del vecchio imperatore. Accanto ai genitori, la prima figlia di Marco, Domizia. In quello stesso anno, quello della morte di Antonino, nascerà a Faustina Minore il figlio Commodo che renderà infausto il destino di Roma. Saranno numerose le doglie di parto dell’imperatrice: darà a Marco, quattordici tra figli e figlie; queste ultime più numerose, l’ultima delle sorelle sarà Vibia Aurelia Sabina. Tutti gli alti dignitari ed i personaggi più in vista dell’impero partecipavano alle esequie di Antonino. Data alle fiamme la salma, le ceneri vennero raccolte dai sacerdoti in un’urna d’oro, tempestata di gemme preziose. Com’era consuetudine alla morte di un imperatore, un’aquila fu liberata sull’urna contenente i resti mortali e si alzò in volo scomparendo nel cielo, incredibilmente terso; così il volo del rapace simbolo della città, poté essere a lungo seguito mentre si dirigeva verso i colli Albani e poi puntava decisamente sulle cime innevate dell’Abruzzo. Elvio aveva assistito, triste e con un groppo in gola, a tutta la cerimonia in mezzo al popolo che alzava il braccio destro in un estremo saluto a colui che aveva contribuito allo splendore della città eterna e che, a sua volta, aveva spiccato il volo verso l’eternità. Forse, a Marco Aurelio, durante il funerale balenava un pensiero che poi avrebbe annotato sulle pergamene e sulle tavolette di cera, poiché in ogni grande circostanza il filosofo che era lui si accostava all’imperatore esordiente e gli suggeriva amare riflessioni, come questa:”Con quanta rapidità tutto svanisce, nel mondo la sostanza stessa dei corpi, nel tempo anche il loro ricordo. Che sono mai tutte le cose sensibili, e soprattutto quelle che il piacere rende attraenti, il dolore terribili, la vanità celebri! Come sono vili, spregevoli, sordide, corruttibili e senza vita. Questo deve considerare la nostra ragione. Un attimo dura la vita dell’uomo, un fluire continuo è la sua essenza, indistinta la sua percezione, corruttibile il suo corpo, un turbine l’anima, imprevedibile il destino, incerta la fama. Tutto è come un fiume; tutto ciò che interessa l’anima, sogno ed illusione. La vita è lotta e viaggio in terra straniera. La fama, dopo la morte, oblio”. Così si rincorrevano i pensieri di Marco, imperatore appena nominato, assieme a Lucio Vero, mentre dava l’estremo addio ad Antonino il Pio. Il dolore guardava un’urna funeraria. Ma il dolore sapeva anche guardare in alto, scrutare il cielo e scorgere il proprio astro che stava nascendo. Il Senato, per rendere allo scomparso i dovuti onori lo proclamerà divino e verrà stabilito che ad ogni proclamazione di un nuovo imperatore, al momento solenne del giuramento, l’eletto si sentirà augurare dal Senato: “Possa tu avere una vita come quella di Antonino”.
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