Da grammaticus a centurione
Ottenuta, dopo gli studi, la licenza all’insegnamento, Elvio aveva cominciato col dare lezioni di latino e di greco.
Ma i guadagni erano ben scarsi ed egli comprese che doveva seguire la propria vocazione: la carriera militare.
Furono alla fine i suoi amici romani, alcuni senatori – Acilio Glabrione in testa – che riuscirono a farlo arruolare, come desiderava.
Glielo annunciò, una mattina d’ottobre, Lollianus Avitus, che si era portato come garante, data la sua dignità consolare.
“Sarai centurione. Bada bene: è soltanto un inizio. Dipende soltanto da te farti valere. Sappi che un centurione può punire i suoi uomini con la frusta. Ma che un generale può anche condannarli a morte, in caso di codardia o di diserzione di fronte al nemico!”.
“Lo terrò a mente. Frattanto, ti ringrazio per aver reso possibile il mio arruolamento – replicò il novello centurione – sono certo che per me l’esercito romano sarà la strada giusta da seguire”.
Eppure, il suo esordio nelle legioni distaccate in Siria, in verità, fu piuttosto deludente. Certo non poteva sperare in una posizione più elevata. Non subito. Capì che dipendeva dai suoi meriti futuri. Come centurione aveva pur sempre il comando di una centuria ed in più lasciava l’insegnamento elementare della grammatica per cui non era davvero tagliato.
In terra siriana, fu protagonista di un incidente con il governatore, Tito Aurelio, il quale, durante un’esercitazione, davanti ai legionari, volle dar prova del proprio talento e accondiscese a misurarsi col legionario di fresca nomina. Il centurione novizio però, riuscì, inaspettatamente, a batterlo, facendogli fare davanti a tutti una ben magra figura. L’alto personaggio non glielo perdonò e, nei giorni successivi, prendendo a pretesto il fatto che Elvio aveva utilizzato il corriere diplomatico senza autorizzazione e senza averne il diritto, per la sua corrispondenza con Roma, lo costrinse a recarsi a piedi da Antiochia al comando cui era destinato.
Fu una bella camminata di una cinquantina di chilometri, sotto un sole cocente e sulle sabbie roventi del deserto siriano. Durante quella marcia forzata solitaria, rimpiangeva le fresche vallate di Alba, i boschi, i ruscelli limpidi, i torrenti impetuosi, gli animali delle sue foreste e, soprattutto, la presenza del suo fido destriero, Neve, così lo aveva chiamato per il mantello bianco, ma anche in onore delle cime appenniniche, ricoperte, in inverno dal candido manto.
Come centurione ebbe occasione di rifarsi da quella prima sfortunata avventura e segnalò il proprio valore a Lucio Vero, in diverse difficili prove: prima di tutto nel conflitto contro i Parti.
Verso la fine dell’anno 161 d.C., quello della morte di Antonino, i Parti si erano convinti, forse anche per saggiare le forze dei due imperatori congiunti ed esordienti, Marco Aurelio e Lucio Vero, che fosse giunta l’ora di tentare la fortuna bellica uscendo dalla Mesopotamia, incoraggiati anche dal fatto che Adriano aveva rinunciato ad alcune terre conquistate da Traiano proprio in quel paese, riconoscendo così implicitamente le difficoltà che incontrava il potere militare romano a controllare del tutto quelle remote contrade.
Così una grande armata dei temibili guerrieri asiatici si era mossa, invadendo l’Armenia e la Siria. Due legioni romane che avevano cercato di contrastare l’avanzata degli implacabili arcieri, erano state sconfitte; la IX Legione Hispana fu talmente colta alla sprovvista da essere quasi completamente annientata. Le frecce degli irriducibili Parti avevano falciato le giovani vite dei legionari romani, ma Roma aveva sempre risposto con la massima energia. Lo fece anche in questa occasione.
Siccome le frontiere del Reno erano insicure a causa delle continue agitazioni dei Germani, Marco convinse Lucio Vero della necessità urgente di assumersi, in prima persona, le iniziative belliche in Oriente. Così l’imperatore in seconda, per così dire, partì alla volta dell’Oriente. Era un comando più che altro nominale; in realtà, Vero era affiancato da abilissimi e consumati generali che dirigevano le operazioni con implacabile fermezza, lasciando onori e gloria all’Augusto, rimanendo volentieri in ombra perché le capacità eccezionali degli strateghi militari erano guardate più con sospetto che con ammirazione dagli imperatori sempre timorosi della possibile ascesa di un comandante troppo bravo e popolare.
Pertinace era presente ad Antiochia all’arrivo di Vero. Personaggio maestoso di bell’aspetto ma un po’ enigmatico; spesso cupo e taciturno, come immerso nei suoi più segreti pensieri; forse presago di una fine prematura. Il fato si era accanito su tutta la sua stirpe. Come una maledizione.
Giunse alla testa di una poderosa armata che ridette fiducia alle legioni minacciate dalle incursioni dei Parti.
Intanto iniziava l’anno 162 dell’era cristiana.*
L’esercito romano schierò nella guerra contro i Parti sei legioni, ciascuna delle quali composta di circa seimila uomini.
Ogni legione era a sua volta suddivisa in dieci coorti e ciascuna coorte in tre manipoli. Ciascun manipolo in due centurie.
Qualcuno a Roma, probabilmente nell’ambito dell’oligarchia senatoria, aveva segnalato a Vero il nome di Pertinace.
Elvio venne nuovamente promosso e da centurione si vide affidare il titolo di prefetto di una coorte. Altri avanzamenti, come l’essere ammesso all’ordine equestre, se li conquistò sul campo con gesti valorosi.
Fin dall’inizio, quando dopo una lunga marcia da Antiochia al confine le truppe si trovarono di fronte le forze dei Parti, partecipò alla pugna, schierato nelle prime linee. i Parti si difesero con accanimento disperato, ma sconfitti al termine di asprissime e numerose battaglie campali in quelle aride zone, dovettero ripiegare verso la Mesopotamia.
Lucio Vero li inseguì, dopo aver riportato una serie di strepitosi successi in Armenia (da allora fece aggiungere al suo nome il titolo di Armenicus); contro i Medi (Medicus) ed infine travolse definitivamente i nemici più ostinati e bellicosi, gli stessi Parti (Parthicus Maximus).
Il tracollo dei ribelli di fronte alle superiori forze imperiali fu totale.
I romani giunsero in vista di Ctesiphone, la capitale.
Ctesiphone fu completamente devastata e messa a sacco.
Le sue vergini violate, le sue ricchezze trafugate. Ma non furono abbattuti i templi; i romani erano estremamente tolleranti verso tutte le religioni e le loro stesse superstizioni mettevano le altre divinità al riparo da rappresaglie. Vi fu, però, la distruzione della città e lo strazio degli abitanti.
La collera degli dei stava, tuttavia, per abbattersi sui legionari romani.
Vero notò, con grande preoccupazione, che un’epidemia si stava diffondendo in mezzo ai suoi soldati.
Febbre altissima, debolezza e sintomi rivelatori di un male grave e misterioso, che cominciava a mietere le prime vittime.
Lasciate le truppe necessarie al presidio dei confini, ormai concluso l’armistizio, il co-imperatore decise che era gran tempo di tornare in patria, a raccogliere l’onore del trionfo predisposto da Marco Aurelio.
A Roma però non vi fu soltanto il trionfo. Il rientro delle truppe vincitrici dal fronte orientale portò con sé la tremenda pestilenza tra i cittadini dell’urbe, i quali, dopo essersi rallegrati per il fortunato esito della guerra, dovettero rammaricarsi per quella postuma vendetta che il morbo, per volere degli dei, aveva concesso ai guerrieri sconfitti. Una sorta di rivincita concessa dal destino allo sconfitto sovrano dei Parti, Vologese, il quale aveva provocato il casus belli, piazzando un suo uomo di nome Pacoro sul trono dell’Armenia, uno dei cosiddetti Stati-clienti di Roma.
La superstizione attribuì agli dei della Mesopotamia il potere di castigare anche i vincitori e ciò ricordò agli orgogliosi romani che nulla poteva opporsi ai decreti misteriosi ed insondabili degli dei dell’Olimpo. I flames, i sacerdoti, compirono numerosi sacrifici, invocando la fine della collera divina ed il perdono di quelle divinità così potenti da consumare Roma con quel tremendo flagello. La popolazione ancora una volta aveva più motivo di dolersi che di rallegrarsi per le strepitose vittorie dei suoi eserciti.
La grandezza di Roma si basava sulla guerra, ma la guerra aveva creato un immenso deserto che i politici avevano chiamato pace.