All’ultima domanda, il piede destro dello scienziato ebbe un pericoloso guizzo in corrispondenza dell’acceleratore. Abbassò di un pelo il finestrino del guidatore solo per potersi sfogare: «Nessuno è stato forzato! La signorina Gray ha agito secondo la sua libera volontà. Non accetterò nessuna calunnia al riguardo sui vostri giornali! Nessuna!».
«Professore, perché lei ha affermato di non essersi ancora sottoposto al trattamento? Ha paura di possibili controindicazioni?»
La prima giornalista a raggiungere la Mercedes, schiacciata contro il finestrino assieme al suo cameraman, lo fissava con sguardo insolente. Wirthmann risollevò prudentemente lo schermo di vetro. “Per non esser costretto ad avere di fronte feccia come voi nei secoli dei secoli”, avrebbe voluto risponderle. In tal caso, però, avrebbe solo alimentato il fuoco distruttivo che da qualche anno alcuni quotidiani gli lanciavano contro con costanza maniacale. Lo odiavano, quando avrebbero dovuto osannarlo e imparare a memoria il suo cursus honorum nelle riviste scientifiche e sui libri di storia.
Un giorno, un giorno lo faranno. Vi saranno costretti.
Finalmente la folla di curiosi e diffamatori iniziò a fendersi. La macchina ricominciò a muoversi, una cordata di agenti con l’aspetto da bodyguard spingeva via dal vialetto d’ingresso i cronisti più agguerriti.
«Professore, farà uno sconto agli affetti da sindromi senza possibilità di cura? Li lascerà morire senza esaudire le loro preghiere?» fu una delle ultime domande che sentì, prima di lasciarsi l’esterno alle spalle. L’elegante e rassicurante clinica Twin Lakes era di fronte a lui. Il suo piccolo regno dei miracoli, uno dei posti più invidiati, chiacchierati, celebrati al mondo.
Lasciò la Mercedes a un custode perché la conducesse al parcheggio sul retro. Entrò nella reception con la valigetta sotto braccio e una mano in tasca per nascondere il pugno ancora serrato. La sua segretaria, bellissima e con un sorriso impagabile, lo aspettava accanto agli ascensori.
«Buongiorno a lei, Catherine. Mi spiace di essere in ritardo.»
«Non si preoccupi, professore. La paziente la aspetta in sala operatoria.»
«Victor è già di sopra?»
«Il dottor Poole è arrivato questa mattina, professore.»
«Benissimo.»
Avrebbe dovuto imparare dal suo ex assistente. Mai sottovalutare l’ora, in un giorno importante come quello. Cominciava ad avvertire la tensione dell’operazione che lo aspettava. Il caos che si era raccolto all’esterno della clinica era solo un assaggio dell’attenzione mediatica che quell’intervento in particolare aveva suscitato. Lara Gray era un idolo nazionale, tutto il mondo aveva contribuito al successo dei suoi film, e continuava a conquistare ammiratori da un angolo all’altro del pianeta. Nessuno pareva resistere ai suoi occhi, gli stessi che lui avrebbe preservato per sempre...
Si concesse un caffè di benvenuto, da solo nel suo studio. Per fortuna l’unica enorme vetrata era rivolta a oriente, sui boschi di quella che un tempo era stata parte dello Yosemite Park: all’orizzonte si scorgevano le tre enormi turbine che ora caratterizzavano il paesaggio. Il governo aveva raccolto ingenti fondi per la costruzione della più grande centrale chimica della California e l’aveva messa a completa disposizione delle geniali intuizioni del professor Wirthmann. Il Congresso degli Stati Uniti non ne era rimasto deluso; checché ne dicessero gli ambientalisti, le sue intuizioni avevano segnato l’avvento di una nuova epoca per il pianeta.
Sulla scrivania del luminare erano poggiate in fila una serie di buste sigillate, sistemate in primo piano dalla meticolosa Catherine perché erano quelle più importanti e “ufficiali”. Carter Wirthmann le spinse automaticamente da parte. Aveva bisogno di rilassarsi. Sorbì un altro sorso di caffè bollente e pescò nella pila di lettere delle sue vecchie pazienti. Amava ricevere posta scritta a mano, e alcune di loro se ne erano fatte un dovere personale. Si concesse un sorriso sotto la folta barba bianca, nel notare il nome di Evelyn Patterson. La sua prima paziente: la più determinata, la più coraggiosa e forse anche la più folle. Aveva settant’anni quando si era presentata nel suo studio privato di San Francisco e l’aveva implorato di usarla come cavia. Era stata un’attrice all’apice del successo parecchi decenni prima, poi implacabilmente tramontata con l’avanzare dell’età. Quando l’aveva ricevuta la prima volta, era pronta a dar via il patrimonio di una vita, in cambio della speranza di sconfiggere il suo terrore di morire. L’arzilla signora Patterson, che aveva spedito l’abituale lettera di ringraziamento al suo “salvatore”, era ora una vecchina di novant’anni che ne dimostrava forse meno di sessantacinque. Un successo, sotto tutti i punti di vista. Wirthmann era ancora assorto nella decifrazione dei caratteri minuti e aggrovigliati della donna, quando rispose ai tre colpi alla porta. Il suo ex assistente alla centrale di Tower Peak, ora uno dei suoi più fidati collaboratori, fece capolino con un sorriso sghembo.
«Credevo ti fossi fermato a lanciare granate contro i manifestanti. Come mai non mi hai chiesto di raggiungerti?»
Il collega si alzò per stringergli la mano, poi ritornò alla scrivania per accartocciare il bicchierino vuoto. «Sono dei criminali. Degli assassini del progresso. Semplicemente, non mi andava di rovinarmi la giornata aizzandogli contro i cani.»
Victor Poole scoppiò a ridere, facendo finta di tenersi la pancia: «Ora sì che ti riconosco, signor premio Nobel!».
Era molto più giovane del professore, con solo qualche filo grigio nella barba bruna e nella chioma crespa che gli arrivava al colletto della camicia. Wirthmann aveva sentito voci di corridoio a proposito di una sua relazione con Catherine e non se ne era stupito più di tanto.
«E poi la paziente che abbiamo oggi meritava qualcosa di più che un professore arrabbiato e coperto di graffi, non credi?» Gli diede una debole pacca sulla spalla accompagnandolo fuori dallo studio.
Victor gli strizzò l’occhio. «E che paziente! Mai visto un simile angelo in mezzo a queste terre desolate. Mi complimento ancora con te per essere riuscita a convincerla, Carter.»
Il professore gli studiò per qualche istante la nuca, prima di rispondere: «Nessuno, Victor. Nessuno è immune alla tentazione del Cryostamen. Potrei scegliere chiunque degli abitanti del pianeta, e costui si precipiterebbe qui per farsi irradiare».
Il dottor Poole continuò a precederlo lungo l’ampio corridoio, voltandosi appena. «A quanto pare, tu lo sei. Immune.»
«Io sono vecchio, Victor. Ne abbiamo già parlato. Se avessi inventato la pillola del ringiovanimento istantaneo, forse...»
«Eh! Questo sì che è chiedere troppo.»
«Tu, invece?» si divertì a stuzzicarlo Wirthmann. Avevano raggiunto la sala dell’infusione, quella adiacente alla sala operatoria dove li aspettava la signorina Gray. Un’infermiera corse alla porta al loro arrivo, per mantenerla aperta finché non fossero passati.
«Io sono troppo brutto, collega. Avessi inventato la pillola dell’abbellimento istantaneo, forse...»
«Eh già, troppo comodo...»
Quello era un piccolo saggio di scambio di battute “terapeutico” prima di ogni trattamento. Li aiutava a rilassarsi, a lasciar cadere la tensione. Wirthmann era più che soddisfatto di aver scelto la collaborazione di Victor Poole. A suo modo era stato un genio insostituibile: l’aveva aiutato ad accelerare i periodi di trattamento e convalescenza col Cryostamen, e grazie alle sue competenze di chimico aveva anche perfezionato la formula del siero per diminuire gli effetti collaterali su pazienti particolarmente reattivi. Era anche vero che non avevano mai avuto una paziente così giovane, e bella, e perfetta come la Gray. Al di là del vetro che faceva da parete di comunicazione, la ragazza giaceva sul lettino, addormentata come una principessa in attesa del suo amato. Carter Wirthmann sorrise senza volerlo, poi si voltò a guardare il collega e si ritrasse imbarazzato, quando scoprì che fissava il lettino con la sua stessa aria imbranata. Tossì per riportarlo alla realtà.
«Allora, dottor Poole. È tutto pronto?»
«Tutte le analisi completate, battito cardiaco monitorato, pressione sanguigna nei valori standard...» cominciò l’altro col tono petulante di chi reciti una lezione imparata a memoria.
«Ha rispettato la dieta?»
«Con qualche capriccio, ma sembra che l’abbia fatto.»
«Bah! Con queste attrici, non si sa mai.»
«E invece è stata una delle pazienti migliori. Docile, entusiasta, educata. Nelle ultime ore le infermiere l’hanno vista un tantino spaventata.»
Poole lo guardava di sottecchi, come aspettandosi una battuta ironica. Il professore lo ignorò e si diresse verso la vasca di miscelazione del Cryostamen. Le infermiere, ormai istruite alla perfezione, avevano fatto un ottimo lavoro. La colorazione del siero era di un azzurro cupo, brillante, appena contaminato da qualche scaglia di violetto acceso. Dietro il cilindro di protezione, due sbarre d’acciaio continuavano ad agitare debolmente la soluzione e a mantenerla stabile.
«Stavolta deve essere tutto perfetto, Victor. Non so per quale assurdo motivo, ma persino la Casa Bianca ha preso a cuore quest’intervento. Dicono che ne va della reputazione del Paese nel mondo. Un effetto collaterale che sfugga al controllo, e ci ritroveremo contro la stampa e qualche sciame di avvocati.»
Wirthmann continuò a fissare la sua creazione, aspettando che l’altro trovasse qualcosa per rassicurarlo.
«Sai perché hanno tutti gli occhi e le antenne puntati sulla clinica. Lara sarà il nostro fiore all’occhiello. Da lei dipenderanno i futuri finanziamenti dei privati. E poi...»
«E poi la fiducia del grosso pubblico. No?»
Sul riflesso del vetro, Poole curvò le spalle.
«Devi ammettere che tutte queste campagne ambientaliste contro il Cryostamen hanno scosso non poco l’opinione dei cittadini. Più del settanta percento dei media sono contro di noi, e vogliono la chiusura della centrale di Tower Peak.»
«Ridicoli. Sii cortese, Victor, chiama le infermiere e fa registrare di nuovo i valori della paziente. Preparala al trattamento.»
Quello era il suo modo di affrontare la questione dei media. Ne aveva avuto abbastanza di tutti i loro cartelli propagandistici, dell’incomprensione e dei pregiudizi nei confronti della scienza, e dell’invidia di quanti non potevano permettersi il suo “elisir di lunga vita”, come all’inizio era stato definito dai magazine d’ampio consumo. Osservò Victor Poole entrare nella stanza accanto, con tre infermiere al seguito. Queste ultime si divisero i compiti per spogliare Lara Gray, misurarle la frequenza cardiaca, tenere sotto controllo l’attività polmonare. Non c’era nulla di anomalo, perché il dottor Poole alzò il pollice verso il vetro. Quando le infermiere si allontanarono, Wirthmann vide la Gray distesa sul lettino, completamente nuda, in tutta la sua bellezza. Non preservare tanto splendore sarebbe sembrato un delitto persino al più cinico degli ambientalisti. A chi poteva importare di modesti livelli di inquinamento da solfuri nelle falde acquifere e nell’atmosfera sopra Tower Peak? Nei suoi lunghi e duri anni di esperienza, il luminare aveva imparato che piccoli sacrifici sono necessari per grandiosi risultati. E dopo l’eternità che avrebbe regalato alla signorina Gray, nessuno avrebbe osato opporsi al trionfo del Cryostamen.
Pochissimi ne conoscevano la formula. Wirthmann stesso ci era arrivato solo per caso, quando ancora dirigeva la sua prima, piccola equipe di ricerca in un laboratorio chimico alle dipendenze del governo. Aveva dedicato buona parte della vita all’interazione tra metabolismo cellulare e terapia del freddo. Era palese che a bassissime temperature la mitosi poteva essere rallentata o bloccata... e che la vita di qualsiasi organismo unicellulare veniva stoppata a tempo indeterminato. Ma era davvero possibile continuare a vivere agendo crio-terapeuticamente soltanto su alcuni tipi di tessuti? Migliorando e alterando costantemente la soluzione base delle prime infusioni (le sue cavie preferite erano stati prima insetti e anfibi, poi piccoli roditori), era arrivato alla prima versione del Cryostamen, composta essenzialmente da estratti di tessuti di origine embrionale, un derivato della fluorite azzurra e gel refrigeranti mantenuti a bassissime temperature. Il siero, fatto straordinario di cui si era accorto solo dopo innumerevoli infusioni, aveva cominciato ad alterare non solo il metabolismo delle cellule connettivali, ma anche quelle dei tessuti adiacenti. I corpi delle cavie erano come ibernati, ma non al punto da inibire le normali funzioni muscolari, volontarie o meno. Le cellule smettevano di crescere, riprodursi, invecchiare: il loro era uno stato di perpetua attività vitale, con effetti deterioranti ridotti al minimo grazie all’aumentata resistenza delle membrane proteiche ai danni ambientali. Le basi per l’invenzione del secolo erano poste: l’apporto del dottor Poole aveva soltanto permesso di adattare il Cryostamen alle più specifiche esigenze dell’organismo umano.
Il ritorno del collega lo distolse dai suoi pensieri. Un’infermiera lo aggirò cautamente per prelevare il primo campione del siero da iniettare alla paziente. Da quel momento in poi, le quantità di Cryostamen immesse endovena sarebbero state sempre maggiori a ogni infusione, finché la composizione stessa del plasma sanguigno avrebbe cominciato ad assestarsi su valori accettabili per le fasi seguenti di immersione e irradiazione. Wirthmann fece appena un cenno del capo, autorizzandoli a procedere. Era sicurissimo che anche quell’operazione si sarebbe trasformata in un successo; aveva già abbastanza casi alle spalle. Tutte le sue pazienti (esclusivamente donne, per il momento) erano in contatto con lui e gli raccontavano di come la loro vita fosse cambiata. Di come il tempo si fosse fermato dal giorno dell’irradiazione, di come avevano finalmente sconfitto la loro paura di invecchiare. Altro che chirurghi plastici, diete drastiche, esercizi aerobici. La verità era sempre stata una sola, nonostante quello che sbraitavano da decenni igienisti e salutisti di ogni credo: col passare del tempo la pelle decade, le ossa si indeboliscono, la massa muscolare si assottiglia. Niente può riportare indietro il tempo, nessun trattamento, nessun trapianto. La chirurgia plastica era stata soltanto una spina nel fianco della vera medicina, un parassita che per di più aveva calamitato l’attenzione del pubblico (e i loro soldi) per quasi un secolo. Ora finalmente aveva trionfato la ricerca, la passione per la scienza, il sogno di donare all’uomo delle basi fisiche per un’illusione che prima era stata soltanto poetica o utopistica.