Capitolo 6: La sofferenza e la scelta prima dell'alba

1673 Parole
L'acre miscela di erbe medicinali e il tanfo di grasso di pecora impregnavano lo spazio angusto, fondendosi con l'odore di muffa, polvere e sangue in un tanfo complesso, soffocante e nauseabondo. Sebas ondeggiava nell'abisso della febbre alta e del dolore. La sensazione di fresco intenso delle erbe era come un sottile strato di ghiaccio sopra la fiamma che gli bruciava la ferita; la copertura oleosa del grasso di pecora isolava parzialmente l'aria, smussando un po' il dolore lacerante. Ma questo breve sollievo era come bere veleno per placare la sete. Dentro di lui ardeva una fornace, ondate di calore rovente assalivano la sua coscienza, ogni respiro era caldo e secco, come se stesse per sputare fuoco. Il sudore freddo gli inzuppava gli indumenti leggeri e la paglia sotto di lui, evaporando poi per la febbre alta, diventando appiccicoso e gelido, una tortura infernale. Scivolò in uno stato di profonda incoscienza frammista a deliri. Incubi frammentati si alternavano come diapositive impazzite nella sua mente bollente: Il Rasoio Carlo ghignava, il machete grondante sangue in mano, la lama che rifletteva la luce fredda dell'applique dorata nel ristorante della villa, avanzando minaccioso:*I soldi, Sebas... o la tua mano! Entrambe le mani! Gli occhi gelidi e senza pietà dell'assassino si ingrandivano nel buio, le pupille che riflettevano la sua stessa faccia terrorizzata. Il coltello d'argento luccicava con un bagliore mortale, che lentamente si avvicinava... Poi, la scena cambiò nell'enorme armadio di mogano. Gli occhi azzurro mare di Erica lo fissavano attraverso la fessura, le lacrime che sgorgavano copiose, un grido muto di disperazione:*Salvami!* Cercò di lanciarsi, ma il corpo era di piombo, immobile. Un serpente attorcigliato strisciava fuori dall'oscurità, la lingua vermiglia che sibilava, le squame fredde che sfregavano il terreno con un fruscio, avvolgendosi attorno al suo braccio, stringendo sempre più forte. La testa del serpente gli si avventò contro la ferita nel palmo! Hhh... no... via... Sebas si contorceva nel dolore sul mucchio di paglia, emettendo parole incomprensibili, la mano destra che agitava inconsciamente, come per scacciare demoni invisibili. Il suo corpo a volte tremava violentemente, a volte si irrigidiva. Sebas? Sebas! Leo e Marco vegliavano ansiosi accanto a lui, impotenti mentre lo vedevano lottare contro la tortura della febbre alta. Leo non poteva far altro che continuare a tamponare la fronte e il collo ardenti di Sebas con uno straccio bagnato d'acqua fredda, ma quel po' di fresco svaniva in un istante. Marco, accovacciato nell'angolo con le braccia intorno alle ginocchia, lo sguardo vuoto, era ormai schiacciato dalla paura e dalla disperazione, ridotto a un'attesa apatica. Il tempo trascinava nell'agonia. Fuori, la pioggia finalmente cessò del tutto. Rimase solo il suono delle gocce residue che cadevano dalle foglie sul terreno,*drip... drip...*, sinistramente chiaro nel silenzio che precede l'alba. L'oscurità fitta iniziò a diradarsi. Attraverso i buchi nel muro del capanno e le fessure della porta, filtrava una luce grigiastra, estremamente fioca. Stava albeggiando. Quella tenue luce dell'alba non portò speranza, ma fu come un secchio d'acqua gelida sul cuore di Leo e Marco. La luce significava esposizione! Significava che non potevano più nascondersi in quel rifugio angusto! Significava affrontare la realtà: Sebas in fin di vita, il debito con Carlo, e la tempesta sanguinosa nella villa che poteva esplodere da un momento all'altro! Sta... sta albeggiando... La voce di Marco era secca, roca, carica di paura incontrollabile. Noi... noi cosa facciamo? La polizia... di sicuro perquisiranno le colline di giorno! Sembrava già sentire le sirene. Leo guardò il volto arrossato di Sebas, il respiro affannoso, poi le sue stesse mani sporche di fango e sangue, lo sguardo pieno di conflitto. Il debito con Carlo era una spada di Damocle sulla testa; il massacro nella villa era una bomba legata al corpo. Con un ferito grave in coma, dove potevano andare? Come nascondersi? Come sopravvivere? La disperazione gli serrò la gola come un artiglio di ferro. Con rabbia, sferrò un pugno contro il muro di pietra umido e freddo. Il dolore alle nocche non riuscì a scacciare la sensazione di impotenza. Cazzo... cazzo! Ringhiò, come una bestia intrappolata. In quel momento, Sebas ebbe un violento accesso di tosse, il corpo che si inarcò per poi ricadere senza forze. Respirava con difficoltà, estremamente debolmente. Le palpebre gli tremarono, e nella febbre alta e nel delirio persistenti, riemerse brevemente un barlume di coscienza, infinitesimale. Aprì a fatica le palpebre pesanti. La vista era sfocata, tremolante. Per prima cosa vide la luce grigiastra del primo mattino che filtrava dalle fessure delle travi marce del tetto del capanno. Poi, due volti giovani, vicini, segnati dall'ansia e dal terrore: Leo e Marco. Sebas? Sei sveglio? La voce di Leo tradiva un'incredulità speranzosa, ma soprattutto preoccupazione. Le labbra di Sebas si mossero. La gola gli sembrava piena di carta vetrata, incapace di emettere suoni chiari. Cercò di mettere a fuoco, ma la vertigine della febbre alta faceva tremare tutto come attraverso l'acqua. Il dolore lancinante dalla mano sinistra gli ricordava la crudele realtà. Istintivamente cercò di sollevare la mano sinistra, ma il movimento scatenò solo un dolore straziante che gli fece emettere un gemito soffocato. Il sudore freddo gli imperlò istantaneamente la fronte. Non muoverti! La tua mano... Leo lo trattenne rapidamente. Sebas rinunciò. Ruotò faticosamente gli occhi verso Leo, poi verso Marco, rannicchiato poco distante, il volto bianco come un lenzuolo. Vide la paura, la disperazione, l'impotenza nei loro occhi. Vide il pericolo estremo della sua situazione. Carlo... polizia... mafia... inseguimento... ferite gravi... Ogni parola era un macigno. Doveva prendere una decisione. Per se stesso, e per quei due compagni che lo avevano trascinato fuori dall'inferno - anche se adesso sembravano più un peso. Sebas raccolse tutte le sue forze, inspirò. L'aria rovente gli bruciò la gola. La sua voce era debole come un filo al vento, ma carica di una determinazione inconfutabile: Andate... separate... andate... Leo e Marco rimasero di sasso. Separati? esclamò Marco, la voce rotta. Sebas! In queste condizioni... Ascol...ta... Lo interruppe Sebas, ogni parola consumava le sue residue forze, ma lo sguardo era ostinato. Io... un peso... vi prenderanno... tutti... Ingoiò a fatica, continuando, la voce spezzata: Leo... tu... svelto... cerca... di tornare... in città... da Gobbo Luigi... digli... che io... gli devo... un favore... questa volta... lo saldo... Gobbo Luigi era un vecchio che gestiva un negozio di alimentari nei bassifondi di Palermo, da giovane si diceva avesse fatto parte della malavita, e la gamba storpia era il risultato di una rissa. Aveva contatti, era ben informato. Soprattutto, doveva al padre alcolizzato e defunto di Sebas un vecchio favore non ben definito. Sebas una volta aveva aiutato Luigi a scacciare dei teppisti che gli davano fastidio, e il vecchio allora si era battuto il petto promettendo aiuto in futuro. Era l'unica conoscenza vagamente utile a cui Sebas poteva pensare adesso. Gobbo Luigi? Leo aggrottò le sopracciglia, chiaramente pensava che fosse una speranza vana. Che può fare? Digli... che io... sto morendo... il debito... con Carlo... ansimò Sebas, lo sguardo fisso su Leo. Chiedigli... di trovare... un modo... per prendere tempo... o... indicare... una via d'uscita... Era una tattica dilatoria, una scommessa disperata. E tu? Sebas! Marco era disperato. Lo sguardo di Sebas si spostò su Marco, con una lucidità quasi crudele. Tu... Marco... fifone... ma... veloce... Fece una pausa, raccogliendo le forze. Verso... est... nel bosco... fitto... trova un... posto... più nascosto... nasconditi... aspettami... Sapeva che Marco, da solo, poteva essere più al sicuro. Stare con lui, ferito, o con Leo in città, era morte certa. Aspettarti? Marco era confuso. Aspettarti cosa? Sebas non rispose, o non ne ebbe più la forza. Chiuse di nuovo gli occhi, le ciglia folte che proiettavano ombre sulle guance arrossate, il corpo che tremava leggermente per il dolore e la debolezza. Ma la mano destra, che stringeva forte il gemello di onice nera, non si aprì. Le nocche erano bianche per lo sforzo, come se fosse l'unica tavola di salvezza afferrata mentre sprofondava nell'abisso. Nel capanno scese un silenzio tombale. Solo il respiro affannoso e caldo di Sebas e il *drip... drip...* delle gocce dalle foglie fuori. La luce grigia dell'alba, filtrando dalle fessure, scacciava lentamente il buio dentro il capanno, ma non l'ombra di disperazione ancora più cupa che incombeva sui tre. Leo guardò il volto sofferente di Sebas, ancora in coma, poi gli occhi terrorizzati e impotenti di Marco. I denti gli scricchiolavano. Il piano di Sebas era pieno di buchi, incerto, li mandava praticamente a tentare la fortuna separati. Ma... restare lì, era morte certa. Il giorno era arrivato. I passi degli inseguitori potevano già riecheggiare tra gli alberi, non lontano. Leo si alzò di scatto. Il volto sporco di fango gli si indurì in un'espressione feroce e risoluta. Gettò un ultimo sguardo a Sebas, raggomitolato nella paglia, tra la vita e la morte, poi lanciò un'occhiata feroce a Marco, che ancora tremava. Marco! Fa come ha detto Sebas! Trova un posto e nasconditi! Che nessun cazzo ti veda! Ringhiò, la voce roca. Sebas... resisti, cazzo! Aspetta mie notizie! Senza esitare, spalancò con forza la porta malconcia. L'aria umida e gelida del mattino, carica dell'odore di terra e vegetazione, si riversò dentro. La figura magra di Leo non esitò un attimo. Come un lupo solitario braccato, si lanciò tra gli ulivi immersi nella nebbia mattutina e pieni di pericoli, scomparendo rapidamente nella luce grigia. Nel capanno, rimasero solo l'affanno di Marco e il respiro pesante e caldo di Sebas. Marco guardò il varco aperto della porta, poi Sebas incosciente. L'enorme paura e la solitudine quasi lo travolsero. Cosa doveva fare? Abbandonare Sebas e scappare? Or... Sebas, nella sua incoscienza, parve avvertire la partenza di Leo. La mano destra che stringeva il gemello si serrò ancora più forte, inconsciamente. L'onice nera gelida scottava la pelle rovente del palmo, come a ricordargli che questa fuga, iniziata nel sangue e nella disperazione, era ben lontana dall'essere finita. La luce grigia che entrava dalla porta aperta illuminava la paglia insanguinata e il volto di Sebas, segnato dalla febbre, un'immagine di fragilità crudele nel silenzio carico di minaccia del nuovo giorno.
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