Il gemello di onice nera, gelido, scottava il palmo ardente di Sebas. La sua superficie liscia e gelida era come un serpente vero che gli si attorcigliava alle dita. La fugace visione del bagliore argentato a forma di serpente nella villa, lo sguardo glaciale dell'assassino, l'ordine “estirpare le radici“ al telefono... Tutti i frammenti turbinavano nella sua mente confusa dal dolore e dalla perdita di sangue, portando un gelo più profondo, quasi divorante. Non era la fine. Era solo l'inizio. Non erano capitati in un semplice omicidio, ma sul bordo di un mondo oscuro, vasto, gelido e pieno di zanne velenose.
Che... cos'è quello? La voce di Marco tremava nel buio. Aveva intravisto qualcosa che luccicava nella debole luce, stretto nella mano di Sebas.
Niente... la voce di Sebas era roca, debole. Istintivamente, strinse forte il gemello, nascondendolo nel palmo. Quell'oggetto era troppo pericoloso, come un ferro rovente. Non potevano saperlo. Avrebbe solo causato più panico. Un... un sasso rotto... che ho raccolto...
Leo sembrò non farci troppo caso, tutta la sua attenzione era sulla mano di Sebas e sulla dannata pioggia fuori. Sebas, la tua mano... sta ancora sanguinando? Si avvicinò, cercando di individuare nel buio la posizione della mano sinistra di Sebas. La fasciatura approssimativa fatta con stracci della maglietta, inzuppata di pioggia e fango, aveva un colore spaventosamente scuro.
Sebas mosse faticosamente le dita. Un dolore lancinante lo trafisse, facendogli trattenere il respiro. F-freddo... I denti gli battevano più forte, il corpo tremava incontrollabilmente. La paglia ammuffita che lo copriva sembrava inutile. Il freddo da perdita di sangue gli usciva dalle ossa, come innumerevoli aghi di ghiaccio che gli trafiggevano il midollo. E la ferita alla mano sinistra bruciava come una fornace accesa, calda, gonfia, pulsante. Ogni battito del cuore era come un tizzone ardente conficcato nella carne.
Cazzo! Ha la febbre alta! Leo tese una mano, sfiorò la fronte di Sebas. Il calore intenso lo fece ritrarre di scatto. L'infezione... sicuro! Dobbiamo... trovare delle medicine... Si agitò nel buio, tastando intorno come se cercasse un inesistente kit di pronto soccorso.
Medicine? In questo posto di merda non c'è neanche un filo d'erba decente! Dove le trovi le medicine? La disperazione era nella voce di Marco, rotta dal pianto. Siamo spacciati... Sebas sta morendo... moriremo tutti qui... presi dalla polizia... o trovati da quella gente... La paura lo sommerse, si rannicchiò, la testa tra le mani, singhiozzando represso.
Zitto! Marco! Se continui a piangere ti butto fuori! Leo, esasperato dal suo crollo, ringhiò furioso, ma la sua voce tremava di impotenza. Guardò Sebas raggomitolato nel dolore sul mucchio di paglia, tremante, ascoltò i suoi gemiti soffocati. Un'enorme sensazione di impotenza lo afferrò. Il debito con Carlo, il massacro alla villa, le ferite mortali di Sebas... erano come tre montagne pesanti che lo schiacciavano. Si tirò i capelli con rabbia, strappandoseli dolorosamente.
Il tempo strisciava tra dolore, freddo e disperazione. Fuori, la pioggia sembrava diminuire, ma continuava a scrosciare, picchiettando sulla porta marcia e sulle foglie, un suono monotono e opprimente. La coscienza di Sebas ondeggiava tra il dolore lancinante e la febbre ardente. A volte si sentiva affondare in un mare gelido, circondato da un buio senza fine e da una pressione soffocante; altre volte era come arrostito sul fuoco, la mano sinistra in fiamme, la gola riarsa. Frammenti di sogni confusi si intrecciavano: il Rasoio Carlo che sghignazzava alzando un machete, gli occhi gelidi dell'assassino nella villa, il terrore congelato negli occhi azzurro mare della bambina, e quel serpente onnipresente, con la lingua biforcuta...
Hhh... acqua... Sebas emise di nuovo un gemito dalla gola riarsa, le labbra screpolate.
Leo sospirò, irritato. Aprì di nuovo lo spiraglio nella porta, raccolse nel palmo un po' d'acqua piovana relativamente pulita e la fece bere a Sebas. L'acqua fredda gli scivolò lungo la gola infuocata, portando una breve stimolazione e un falso sollievo.
Così non va... borbottò Leo, guardando le guance arrossate di Sebas e gli occhi chiusi dal dolore. Si alzò di scatto, il movimento sollecitando le costole ferite. Fece una smorfia di dolore. Marco! Tu stai con lui! Io esco... cerco di vedere se c'è qualche casa vicina... o... o di trovare qualche erba medicinale! Non poteva guardare Sebas morire lì.
Sei pazzo?! Marco alzò la testa, terrorizzato. Fuoriè buio pesto! Se becchi la polizia o quella gente...
E allora che facciamo?! Lo guardiamo morire?! Leo ringhiò. Nel buio, i suoi occhi brillavano per l'eccitazione e la paura. Restare quiè aspettare la morte! Io... torno subito! Tu stagli addosso! Sembrava aver preso una decisione. Ignorò le proteste di Marco, aprì con cautela la porta cigolante. La sua figura magra fu inghiottita dalla notte ancora fitta e dalla pioggerellina fitta, scomparendo.
Nel capanno rimasero solo i respiri affannosi di Sebas, i suoi gemiti di dolore e l'affanno di Marco, terrorizzato. Il buio e il silenzio sembravano avere un peso, premendo sui loro cuori. Marco si spostò vicino alla porta, spiando ansioso attraverso la fessura. Nient'altro che buio infinito e fili di pioggia. La paura, come un rampicante gelido, lo stringeva sempre più forte. Guardò Sebas, rannicchiato nella paglia, incosciente, poi la porta buia. L'enorme impotenza lo fece quasi crollare.
Il tempo passava, secondo dopo secondo, ogni istante lungo un secolo. Le condizioni di Sebas sembravano peggiorare. I suoi gemiti si fecero intermittenti, i tremori meno violenti, ma la febbre era spaventosamente alta. Marco cercò di dargli da bere come aveva fatto Leo, ma Sebas quasi non deglutiva, l'acqua gli colava giù dagli angoli della bocca.
Leo... Leo, bastardo... torna indietro... Marco imprecò con voce piangente, la paura e la solitudine quasi lo facevano impazzire. Non osava immaginare cosa avrebbe fatto, da solo, con Sebas morente e quel buio infinito, se Leo non fosse tornato, o se gli fosse successo qualcosa fuori.
Proprio quando i nervi di Marco stavano per cedere, si udirono dei passi frettolosi e leggeri fuori dalla porta, accompagnati da respiri repressi!
Il cuore di Marco gli balzò in gola. Si ritrasse terrorizzato dietro la porta, irrigidito, il respiro sospeso! Era Leo? O... gli inseguitori?
La porta malconcia si aprì cautamente di uno spiraglio. Una figura fradicia vi scivolò dentro agile, portando con sé una ventata d'aria fredda e l'umidità della pioggia.
S-sono io! La voce di Leo era roca, affannosa, con una nota di eccitazione appena percettibile. Chiuse rapidamente la porta, appoggiandosi allo stipite ansimando pesantemente, la pioggia che gli colava dai capelli arruffati.
Leo! Marco stava quasi per piangere, l'enorme paura che si trasformava in sollievo per essere sopravvissuto. Mi hai fatto morire di paura! Hai trovato qualcosa?
Leo non rispose. Si affrettò ad accovacciarsi accanto a Sebas, estraendo alcuni oggetti da sotto la felpa. Alla fioca luce che filtrava, Marco riconobbe: un mazzetto di erbe verdi, sporche di fango, che emanavano un odore pungente e acre, e un piccolo involto di straccio che conteneva qualcosa di scuro, simile a grasso.
Presto! Marco! Aiutami! La voce di Leo era concitata, concentrata. Prese le erbe dall'odore pungente e se le ficcò in bocca, masticandole furiosamente. La sua faccia si contorse per l'intenso sapore acre. Le erbe masticate divennero una poltiglia che emanava un forte odore, simile a menta mescolata a terra. Con cura, applicò quella poltiglia sulla pelle gonfia e rovente intorno alla ferita della mano sinistra di Sebas.
ARGH—! Il contatto del composto freddo con la ferita infuocata provocò una violenta scossa a Sebas, semi-cosciente. Emise un grido breve e straziante, il corpo che si contorceva disperatamente.
Tienilo fermo! urlò Leo. Marco gli si gettò addosso, usando il corpo per bloccare le spalle di Sebas.
Leo continuò. Svolse lo straccio, rivelando un grumo giallastro, simile a grasso di pecora solidificato, che emanava un odore indescrivibile, misto di animale ed erbe. L'ho trovato in un angolo di un ovile quasi crollato, laggiù nel bosco... Grasso di pecora... sembra che i vecchi pastori lo usassero per curare le ferite... spiegò, intanto che con le dita prendeva un po' di grasso. Sopportando il tanfo, lo strofinò tra i palmi per scaldarlo, poi lo stese con cautela sopra la poltiglia di erbe. Infine, usò una striscia di stoffa strappata dai suoi vestiti, leggermente più asciutta, per rifasciare strettamente la ferita.
Finito, Leo crollò esausto a sedere, appoggiandosi al muro di pietra freddo, ansimando pesantemente. Sudore (o forse pioggia) gli imperlava la fronte. Nel capanno si diffuse un tanfo complesso: l'acre odore delle erbe, la puzza di grasso di pecora, la muffa e l'odore di sangue.
Dopo lo shock iniziale del dolore, Sebas sembrò calmarsi un po'. Il fresco intenso delle erbe e l'effetto occlusivo del grasso sembravano aver temporaneamente soppresso il dolore bruciante. Le sue sopracciglia aggrottate si rilassarono leggermente, il respiro affannoso si fece un po' più regolare. Anche se il corpo era ancora rovente e i tremori non cessavano, almeno non emetteva più quei gemiti strazianti. Scivolò in un sonno più profondo, o forse in uno stato comatoso causato dalla febbre alta.
Marco, vedendo Sebas temporaneamente “calmo“ e Leo quasi svenuto per la fatica, si rilassò un minimo, ma l'ombra della paura restava fitta. F-funzionerà? Ha ancora la febbre alta...
Non lo so... La voce di Leo era stanca, smarrita. Guardò il volto indistinto di Sebas nella penombra.È... nelle mani del destino. Si appoggiò al muro di pietra freddo, chiudendo gli occhi. Il dolore alle costole e la stanchezza del corpo lo travolsero come un'onda. Fuori, il suono costante della pioggia sembrava diventare una colonna sonora eterna. L'oscurità non se n'era mai andata davvero; era solo in agguato, aspettando il momento per inghiottirli di nuovo. La luce dell'alba, chissà quando avrebbe squarciato la fitta cortina di pioggia e la cupa nube che gravava sul loro destino. Il gemello di onice, nascosto nel pugno ancora stretto di Sebas anche nell'inconscio, sembrava pulsare con un calore sinistro, un presagio del futuro imperscrutabile e della fragilità della loro esistenza.