Prologo
PrologoErano passati circa sei mesi dal giorno in cui il mio corpo aveva iniziato a rivivere.
Ero uscito dall’ospedale e stavo decisamente meglio dentro la mia nuova vita. Avevo fatto passi da gigante: riuscivo a camminare, a parlare, ero persino tornato a lavoro. E finalmente avevo detto a Chiara ciò che provavo per lei. Avevamo deciso di tornare insieme, questa volta per sempre. Ci eravamo trasferiti nuovamente a casa di sua nonna, nel centro del nostro piccolo paese.
Ero in casa da solo, seduto sul divano a leggere un libro, mentre i raggi del sole cercavano di entrare sgusciando tra i fiori delle tende cucite a mano, appese alle finestre. Era uno di quei giorni in cui la mente vaga senza sosta tra passato e presente, quei giorni dove tutto torna per essere messo in discussione. Ripensavo alla mia vita, alla fortuna che avevo avuto, rivivevo quei momenti che negli ultimi mesi erano diventati incubi ricorrenti.
Spesso sognavo di essere bloccato in auto con le serrature chiuse. Le porte erano come saldate e io non riuscivo ad aprirle. Avevo in bocca un sapore amaro, di ferro, gli occhi mi bruciavano e non potevo muovermi. Sentivo delle urla intorno a me: qualcuno mi chiedeva come stavo, ma io non rispondevo. Avvertivo un frastuono assordante, un continuo viavai di sirene e colpi sulla carrozzeria, che sembravano sferrati con dei martelli.
Poi, il silenzio della mia stanza.
Mi svegliavo di colpo, con la paura che rendeva il respiro affannoso. Volevo uscire prima possibile da quel sogno che si ripeteva quasi ogni sera, poco dopo aver chiuso gli occhi.
Mi alzai di scatto dal divano, indossai un paio di scarpe e andai verso l’uscita. Presi le chiavi dal tavolino a lato dell’ingresso, aprii la porta e la tirai dietro di me. Imboccai le scale sperando di trovare Marino. Quando era in casa era facile intuirlo, perché l’audio della tv rimbalzava per tutto il condominio. Avrei voluto parlare un po’ con lui, ma quel giorno non c’era. Camminai senza sosta con una voglia matta di essere investito dal profumo di salsedine, di capire dove iniziasse o finisse quella linea inesistente tra cielo e mare, di nascondermi dentro l’irrazionalità di quel paesaggio così pieno di bellezza e privo di ragione.
Arrivai in spiaggia, tolsi le scarpe e i calzini.
Il mare era quasi piatto, c’erano solo lievi increspature in superficie. Mi ritrovai seduto sulla riva con i piedi in acqua e gli occhi immersi nel cielo. Il vento scompigliava i miei capelli che mi frustavano il viso. Cominciai a respirarmi dentro, sentivo una strana sensazione nelle vene.
Stranamente ero felice.
E non capitava spesso dopo ciò che era accaduto.
La felicità, per me, era sempre stata una parola a cui non avevo trovato un significato. L’avevo incontrata nelle vite degli altri, l’avevo rubata e stretta a me fino a renderla mia, anche quando non lo era. Quel giorno, sulla spiaggia, capii che la felicità non era altro che la sensazione di sentirmi unico, grazie alle scelte che ero tornato a fare, alle parole dette, ai sentimenti che provavo. Accanto a lei ero lontano dalle paure, libero di mostrare il mio cuore. Ero diventato dipendente della sua pelle.
Chiara e Veronica mi salutarono da lontano, non appena mi videro.
Per Chiara doveva essere stato facile riconoscermi, perché indossavo la maglia che mi aveva regalato lei per il mio compleanno, bianca con le cuciture rosse e la scritta Italia in verde nelle spalle. Si avvicinarono a passo svelto.
«Che fai?», mi chiese.
«Avevo voglia di prendere un po’ d’aria e sono venuto qui ad ascoltare il mare», risposi.
«Voi?».
«Dopo il lavoro siamo andate al supermercato», disse Veronica, «e prima di tornare a casa abbiamo deciso di fare una passeggiata per parlare un po’. Non ci vediamo da quasi un mese».
«Immagino che abbiate molte cose da raccontarvi dopo tutto quello che è successo», dissi. «Non riesco ancora a crederci, mi sembra tutto assurdo».
«L’importante, Gabriel, è che tu sia vivo, questa è la cosa che veramente conta».
«Hai ragione ma non sai quanto vorrei poter tornare indietro, Chiara ha sofferto troppo per causa mia».
Se avessi potuto, avrei voluto cancellare tutto, a partire dal giorno in cui ero andato a recuperare il mio amico Lorenzo in un casolare sperduto, in mezzo alle campagne.
PARTE PRIMA