Essere curiosi (e andare ai concerti) allunga la vita-2

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Siamo abituati a pensare “musicale” in tantissime esperienze. John Dewey (1859-1954, filosofo, pedagogista e scrittore statunitense) acutamente osservava: «La musica … ci offre l’essenza stessa del calare in basso e del crescere in alto, dell’avanzare e del ritirarsi, dell’accelerare e del ritardare, […] della spinta improvvisa e del graduale insinuarsi delle cose. L’espressione è astratta […] mentre al tempo stesso è intensamente diretta e concreta […] Senza le arti, e la musica in questo caso, l’esperienza di volumi, masse, figure, distanze e direzioni sarebbe piuttosto semplice e rudimentale, imparata in modo vago e difficilmente in grado di essere comunicata in modo chiaro e articolato. Sia i suoni che i colori si contraggono e si espandono; e non è una metafora definire i suoni alti e bassi, lunghi e brevi, sottili e robusti […] [i suoni] appartengono agli oggetti; non sono sospesi né isolati, e gli oggetti a cui appartengono esistono in un mondo dotato di estensione e volume. Il mormorare è dei ruscelli, il bisbigliare e lo stormire delle foglie, l’incresparsi delle onde…» La musica, quindi, pervade l’intero regno della natura nel quale si svolge l’esistenza dell’umanità. Essa assume nel tempo le forme più varie, adeguate al momento storico, alla cultura del popolo che la crea, ai bisogni umani che intende rimarcare: musica è la ninna nanna per far dormire i piccoli, la marcia trionfale che accoglie l’eroe vittorioso al ritorno dalla guerra, il canto appassionato dell’amante sofferente o felice, l’inno religioso composto per celebrare un rito sacro, il “lamento” funebre destinato ad accompagnare il defunto all’ultimo viaggio. Nel tempo la musica acquista anche una funzione puramente estetica, diviene più complessa: gli strumenti si evolvono, cambia la capacità di ascolto in conseguenza dello status culturale della società che ne fruisce. L’impatto emotivo, comunque, resta sempre il medesimo. La musica che ascoltiamo ogni giorno è una derivazione spontanea di quella “classica” che oggi, a volte colpevolmente, si ammanta di un’aristocratica sacralità che, purtroppo, provoca una dannosa diffidenza fra la gente inesperta, divenendo ostacolo all’ascolto, alla divulgazione e quindi alla conoscenza collettiva. Vedere ogni tanto un’opera lirica e divertirsi, “visitare” il repertorio di Puccini e accorgersi che alle sue opere ha attinto a piene mani John Williams (uno dei più grandi compositori di musica da film, da Indiana Jones a Guerre stellari), ascoltare un concerto per violino e scoprire magari che è stato utilizzato come jingle per la pubblicità di un amaro, non impedisce a nessuno di essere un fan dei cantanti neomelodici o di un gruppo indie dell’ultima ora. Significa solo allargare i propri orizzonti e scoprire che tutta la musica è bella perché parla di noi, di tutti noi, perché le emozioni e i sentimenti sono immutabili nel tempo, e le espressioni per esternarli sono infinite. Mettiamo il caso che qualcuno di voi decida di avvicinarsi alla musica classica. Può succedere per molti motivi: a Natale vi regalano un CD di melodie celebri insieme al panettone, in autogrill avete sentito una romanza favolosa e avete scoperto che era cantata dalla Callas, in un film sentite per caso una sonata di Beethoven. Bene, sulle prime non confessate a nessuno di aver contratto questo virus, ma piano piano vi sentite incuriositi e decidete che, beh, si può anche assumere un po’ di classica a piccole dosi: sicuramente ascoltare qualche breve brano non dovrebbe provocare danni. E il gioco è fatto. Vi capiterà addirittura di scoprire che non siete affatto musicalmente digiuni: e magari quel motivo della pubblicità che abitualmente fischiettate sotto la doccia è in effetti la celeberrima aria di un’opera lirica. Ma cosa ascoltare? Quali parametri usare? I criteri sono praticamente infiniti: se non avete un gusto preciso, un autore o un’epoca di riferimento, potete iniziare con qualcuno dei suggerimenti che a breve vi darò in una piccola playlist che, comunque, potrete personalizzare, integrandola con i brani che troverete in Rete. E infinite saranno anche le suggestioni che percepirete nella ricerca, proprio perché l’universo della musica cosiddetta “classica” si dipana attraverso secoli di storia. Vorrei a questo punto fare una puntualizzazione: ricordatevi che dicendo “musica classica” noi parliamo sempre e soltanto di “musica colta occidentale”. Non so se avete mai pensato al fatto che ci sono innumerevoli e svariate culture musicali di cui non abbiamo conoscenza e che ci potrebbero stupire per la loro diversità e complessità, sempre che riuscissimo a comprenderne le sfumature. Lo sapete che prima della Seconda guerra mondiale un qualunque giapponese ignorava l’esistenza della nostra musica? Oggi, ormai, con la diffusione delle tecnologie di riproduzione e i mezzi di comunicazione globali, ogni genere può essere ascoltato con poco sforzo, mentre fino a pochi anni fa era tutto molto più difficile e laborioso, e secoli di tradizioni musicali lontane rimanevano sconosciute. Non è sempre chiaro a tutti che la nostra musica, seppur estremamente diffusa e supportata dagli interessi di un fiorente mercato, è solo una delle innumerevoli tradizioni musicali del mondo che restano lontanissime e sconosciute alla nostra cultura musicale, malgrado abbiano raggiunto altissimi gradi di bellezza e complessità. Lo sapevate che la musica indiana, per esempio, è annoverata tra le più antiche al mondo? È interessante notare che, nonostante il colonialismo europeo abbia tentato di lasciare la propria impronta, nella musica indiana non c’è traccia delle influenze straniere (che invece hanno di solito modificato la cultura dei paesi colonizzati) e comincia a essere apprezzata nel mondo intero da un numero sempre crescente di appassionati. Il linguaggio della musica indiana è uno dei più sofisticati al mondo, e comprende intervalli (la distanza tra una nota e l’altra) inferiori al mezzo tono, ovvero più piccoli del più piccolo intervallo che viene utilizzato nella musica occidentale. Solo l’orecchio esercitato di un musicista indiano sa cogliere le differenze che noi occidentali facciamo invece molta fatica a sentire, e ancora di più a intonare. Un esempio di contaminazione con il nostro pop (e quindi più ascoltabile), da cercare in Rete, è Ravi Shankar, famosissimo compositore indiano che collaborò anche con i Beatles; Shankar è un virtuoso del sitar, uno strumento a corde che può ricordare una chitarra. Ha avuto vari figli, fra cui le due più note sono Anoushka Shankar, che suona il sitar come lui, e la cantante Norah Jones. Ma torniamo alla “musica colta occidentale” che, come dicevo prima, attraversa un periodo storico che abbraccia più di mille anni. Ne consegue che quando diciamo “musica classica” in realtà intendiamo tipi di musica anche molto differenti tra loro, che hanno in comune solo (e non sempre, in realtà) i tipi di strumenti con cui sono eseguiti e il fatto che si collocano nel passato. Bisogna anche aggiungere che ogni epoca storica ha fatto corrispondere alla parola “musica” realtà molto diverse, ovviamente consone agli interessi prevalenti del loro tempo e, di conseguenza, diversi (talvolta opposti) sono stati i ruoli che alla musica sono stati assegnati. Facciamo degli esempi: nella Grecia antica dell’età aurea le osservazioni più interessanti sulla musica sono dei filosofi Platone e Aristotele e l’interesse principale è di tipo politico, in quanto si riconosceva un primario ruolo della musica nell’educazione dell’uomo e della società. Va detto che la musica suscitava anche curiosità per la sua immateriale realtà fisico-acustica, oggetto quindi di un primo studio scientifico che si svilupperà nel periodo successivo. L’aneddoto che racconta di come Pitagora scoprì la connessione tra musica e matematica è tramandato da Giamblico di Calcide: Pitagora udì un giorno un fabbro che batteva sull’incudine martelli di pesi diversi. Notò che a seconda del peso variava la frequenza del suono, producendo tintinnii più o meno piacevoli. Indagando sul perché, Pitagora si rese conto che martelli i cui pesi stavano in precisi rapporti producevano suoni consonanti (piacevoli). In laboratorio Pitagora tese delle corde elastiche (nervi di bue) tramite pesi differenti. Qui scoprì che vi era una consonanza tra coppie di suoni, poiché una corda tesa da un peso quadruplo emette una nota di frequenza doppia e possiamo dire che dista un intervallo di ottava dalla precedente; di conseguenza, il nostro cervello percepisce le due frequenze come “uguali”, ma una più acuta rispetto all’altra. Potete vedere questo procedimento spiegato molto bene nel cartone animato di Walt Disney Paperino nel mondo della Matemagica (1959) (Donald in Mathmagic Land), in cui il papero più famoso del mondo racconta in modo semplice e divertente moltissime teorie matematiche, cominciando proprio da Pitagora. Nel Medioevo, invece, la situazione cambia radicalmente: la musica diventa quasi solo religiosa e quindi le riflessioni più interessanti si troveranno, appunto, nei testi religiosi o pedagogici, perché il problema centrale era insegnare musica e canto ai fedeli. Per diversi secoli, l’esecuzione musicale fu essenzialmente vocale, ispirandosi al tradizionale canto ebraico: il potere ecclesiastico non vedeva di buon occhio l’uso degli strumenti musicali, e ciò diede origine al canto gregoriano, che veniva insegnato ed eseguito solo in ambienti monacali. Un esempio interessante è presente nella suggestiva ambientazione del film Il nome della rosa, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco. Ancora oggi esistono comunità religiose che si tramandano fedelmente questo tipo di musica: uno dei luoghi più suggestivi è senza dubbio l’Abbazia di St. Pierre de Solesmes, conosciuta in tutto il mondo proprio per il gregoriano, studiato ed eseguito in modo assolutamente emozionante dai monaci benedettini che in quel luogo vivono in stato di clausura. La musica strumentale conosce un forte sviluppo nel Rinascimento, per poi affermarsi più o meno dal 1600 con le grandi “Forme”, (cioè i modi in cui la musica è strutturata: la Fuga (Bach, per esempio), il Concerto, la Sinfonia (Beethoven)… Si susseguono, infatti, cambiamenti radicali e vertiginosi, anche se oggi non si avverte l’effettiva portata del fenomeno e tutto ci pare così lontano. Tuttavia, basterebbe fare un parallelo con i coevi cambiamenti delle arti visive (in particolare pittura e scultura) per renderci conto dell’enorme percorso compiuto. Nell’Ottocento, con l’affermazione del Romanticismo, la produzione musicale evolve grazie al superamento della regola e della forma, che erano state le precedenti componenti centrali; si sviluppano gli strumenti musicali solisti, anche dal punto di vista meccanico, come il violino e il pianoforte, e al centro della musica è posto l’essere umano con le sue emozioni e passioni. Un’altra importante riflessione: i vari compositori del passato – Monteverdi, Vivaldi, Mozart, Haydn… – non presupponevano certo di scrivere “musica classica”. Facevano il loro lavoro, cercando di accontentare i committenti (che fossero enti religiosi o mecenati) e il pubblico, semplicemente per guadagnarsi da vivere. Nel XIX secolo la musica viene caricata di significati culturali e filosofici molto più ampi e complessi: era comunque ancora spettacolo e divertimento, voglia di accontentare il gusto del pubblico, oltre che bisogno di guadagnare. Nel Novecento, invece, la “musica contemporanea”, erede della grande tradizione colta, ritorna a una visione antica sia pure rivisitata in chiave moderna: la musica risulta legata a rapporti matematici (come per la scuola pitagorica), diventa sperimentale esplorazione fisica del suono e arte per se stessa, astratta, o almeno per pochi “eletti” o iniziati, e quindi molto competenti. Questo allontana gran parte del pubblico dalla musica cosiddetta “colta”, che diventa intellettuale e poco fruibile, favorendo l’affermazione di un compositore molto intellettualista e complesso, Arnold Schhönberg, creatore della dodecafonia. Parallelamente, per fortuna, emerge lo spazio della musica popolare, un ampio settore che muove dalle canzonette delle operine e prosegue fino al pop. Il musical sostituisce l’operetta e l’opera, fruendo dei nuovi media (del cinema in primis, le cui colonne sonore utilizzano organici orchestrali e sonorità che erano propri dell’opera lirica e della musica sinfonica). La “musica classica” diventa così “musica colta”, da ascoltare in modo quasi religioso; un “prodotto” di culto, solo per competenti. Certo, ascoltare (ed eseguire) musica composta secoli fa richiede un minimo di competenza storica e teorica, la stessa che occorre anche per ammirare i capolavori degli Uffizi o una mostra di Van Gogh, la cui bellezza è comunque godibile istantaneamente, indipendentemente dalla conoscenza della vita dei pittori e le tecniche utilizzate. La cosa importante, sempre secondo me, è non chiudere l’arte e la musica in templi consacrati, rendendola inaccessibile e lontana, ma piuttosto stimolare curiosità e interesse; perché l’arte è bene universale, ossia proprietà di tutti. Magari davvero la Bellezza salverà il mondo, come diceva Dostoevskij. Claudio Abbado, uno dei più grandi direttori d’orchestra, negli anni Settanta dirigeva alla Scala di Milano: in quel periodo decise di diffondere la grande musica fra tutto il pubblico, sia consentendo l’ingresso alla Scala a prezzi popolari, sia trasferendo l’intero corpo orchestrale nelle periferie e nelle fabbriche. Un altro esempio interessante di condivisione e avvicinamento alla musica fu quello di Mitislav Rostropovich, violoncellista di fama planetaria, che suonò davanti al muro di Berlino appena crollato. Sono senza dubbio due esempi eclatanti, scelti tra gli innumerevoli altrettanto emblematici, che ci fanno comprendere come la musica classica può essere dovunque e per tutti ed è capace di diffondere, attraverso le sensazioni e le emozioni che suscita, i sentimenti che nobilitano l’animo umano.
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