Syrio al mio sopraggiungere diede l’ordine agli altri due di scostarsi dal giovane che a questo punto sembrò quasi cadere all’indietro come lasciandosi andare, soccorso dalla madre che si inginocchiò al suo fianco per proteggerlo. “Pisone! A che dobbiamo l’onore…” ma io gli impedii di continuare e fissai in viso Syrio che dovevo aver visto qualche altra volta nei campi. “Che fate?” intimai con voce secca e falsamente sicura, rotta com’era dall’angoscia che non riuscivo ad allontanare. Syrio si giustificò subito energicamente, e con fare mieloso e servile mi venne incontro continuando ad abbassare il capo in un inchino scomposto delle spalle. “Egli è un ladro, o Pisone: ha rubato un frutto dalla pianta che appartiene a tuo padre.” “Ha rubato un frutto…” feci a lui eco canzonandolo. “Un

