Introduzione
Introduzione
La pretesa di poter realizzare pienamente la libertà da parte di questa o quella religione, oppure ad opera di una corrente filosofica, è stata in passato ed è a tutt’oggi una sfida molto audace; e, senza con questo negare la legittimità dei diversi punti di vista, la questione resta aperta, come aperta è la ricerca che ha affaticato l’uomo nella storia.
Anche questo romanzo, seppur più modestamente, entra proprio all’interno del tema della libertà, tema, cioè, di riflessione così profondo in nome del quale, peraltro, il dibattito è ancora oggi acceso, per non dire causa di scontri non raramente infiniti.
La libertà sembra essere, a un’analisi superficiale (ma non per questo errata, oppure, più banalmente, frettolosa: accusa questa con la quale molto spesso sembra giusto e opportuno liquidare qualsiasi livello emozionale), la libertà, dico, sembra essere la condizione dell’uomo quando egli sia privo di vincoli e conseguentemente sia in grado, appunto perché libero, di operare le proprie scelte. Ne deriva la conseguenza immediata (che è anche una battuta piuttosto banale): si è liberi quando si fa quello che si vuole. L’assenza di vincoli è per la stragrande maggioranza degli uomini, dunque, autodeterminazione.
Non voglio scomodare (in quanto non confacente alla forma di un semplice romanzo) tutta la riflessione che viene fatta circa i limiti di questo discorso non soltanto dal punto di vista filosofico, ma anche da un più evidente senso pratico che individua il limite della libertà del singolo nel confine dato e imposto dalla libertà dell’altro, campo inevitabilmente inviolabile e necessario per poter vivere in pace con il proprio prossimo. Questo limite, frutto del compromesso fra gli uomini, sembra essere ormai il vero traguardo raggiunto per evitare uno scontro permanente e autolesionista.
Ma è poi vero che la libertà sia libertà da vincoli e non altro? Mi verrà inevitabilmente obiettato, cioè, che la definizione di libertà per molte filosofie di vita o religioni (e in particolare per il cristianesimo che è la religione in cui la cultura europea è inserita nei fatti), non è affatto rispondente alla descrizione proposta qui sopra, bensì apparentemente al suo contrario: e, cioè, l’adesione al bene che è Dio o, meglio ancora, la ricerca stessa di un vincolo esterno. Da questa profonda decisione che è la decisione fondamentale del fedele dipende una libertà piena e vera; e la scelta del bene rischia molto spesso (appunto) di scontrarsi con la possibilità o volontà dell’uomo di determinare le proprie scelte le quali possono essere compiute solo se chiaramente rispettose della volontà di Dio.
In buona sostanza: non è libero l’uomo che scelga di agire rispettando il proprio arbitrio anche a costo di compiere ciò che sarebbe per la religione cristiana il male, ma è libero colui che compie il bene, accettando in questo modo appunto i vincoli che a lui derivano da un Altro, che è Dio e che l’uomo ha scelto fin dall’inizio come supremo garante della propria libertà: egli, così agendo, è convinto che la libertà, solo se così intesa e realizzata, sia lo strumento autentico per ottenere quanto più sta a cuore dell’umano agire, cioè la felicità. Chiaro è il rischio: e, cioè, che molto spesso la convinzione di conoscere il bene è anche tentazione di invadere lo spazio della libertà altrui; ma questo è un altro problema. Centrale resta il raggiungimento della felicità ed è la propria felicità lo scopo ultimo degli uomini da sempre, e sfido chiunque a negarlo!
Voglio citare, a questo punto, un episodio che mi fu riferito anni or sono quando ancora adolescente un mio insegnante di liceo molto devoto e determinato a introdurmi a ogni costo a questa interpretazione di libertà cristiana, mi riferì un fatto cui egli in prima persona aveva assistito. Visitando un monastero di clausura con una famiglia composta di mamma e papà in compagnia del loro figlio di appena sei anni e, ricevuti da una zia, sorella del padre, il bimbo, al comparire della zia monaca da dietro la grata della clausura, ebbe a esclamare preoccupato: “Ma, papà, che male ha fatto la zia per finire in prigione?”
Inutili furono le spiegazioni dei genitori volte a spiegare alla giovane mente che il monastero non era affatto una prigione, bensì un luogo di preghiera, dove la zia spontaneamente aveva deciso di rinchiudersi per dedicare la propria vita alla preghiera e a Dio.
“Ma allora perché ci sono le sbarre?” il nostro Robespierre in erba aveva insistito.
Il tutto si era risolto con un sorriso divertito da parte di tutti e ci auguriamo che col passare degli anni quel bimbo, divenuto uomo adulto, abbia colto il vero senso della scelta libera, e non costretta, della zia, e speriamo che egli possa leggere il presente romanzo per cercare di capirne un poco di più.
Lasciamo, tuttavia, alla ricerca dei filosofi questo compito di dirimere la questione (non da ultimo di dirimere cosa sia il Bene o il Male realizzando i quali l’uomo possa raggiungere la propria felicità o meno) e cerchiamo piuttosto di concentrarci sul tentativo poetico intrapreso da chi scrive, avendo come autentico desiderio quello di descrivere attraverso vicende fittizie (quantunque ben collocate storicamente nel I secolo d.C.) il travaglio dei propri personaggi e veniamo al titolo del presente lavoro.
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Janus è il simbolo appunto del desiderio che alberga nel cuore di ogni uomo di raggiungere quella felicità che sembra, se non il traguardo, almeno il luogo in cui trovare un senso al proprio esistere di servo. Lo schiavo che il lettore incontrerà, scorrendo le pagine di questo romanzo, si ispira a un personaggio reale a me molto caro e di cui non rivelerò la vera identità, per ovvi motivi, ma tale che ha suscitato in me le riflessioni qui contenute, anche se sotto forma di finzione.
Egli alla stregua di Eugenio Montale testimonia il suo male di vivere: al suo dramma, al mio dramma, al dramma degli uomini tutti si rifanno queste pagine. Ai piccoli eroi che quotidianamente vivono l’angoscia della ricerca di un senso, ricerca che è anche fonte di grandi gioie e di grandi paure nonché di grandi ribellioni e sconfitte, va il mio pensiero; il male di vivere, dunque, non si risolve mai nel benessere o nella certezza di vedere riconosciute le proprie istanze, per esempio, di giustizia sociale, aspetti che diventano banali di fronte alla riflessione filosofica a questo riguardo, ma nella ricerca di un senso.
A tutti coloro il cui vissuto è travagliato filosoficamente o esistenzialmente, questo scritto è dedicato.
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Ma, ancora, questa introduzione vuole essere anche un tributo a tutti coloro i quali leggendo il primo capitolo della Chronica Pisonum, Epistola a Tiberio, mi hanno raccontato le loro impressioni, le loro percezioni e le emozioni che la lettura del romanzo ha in loro suscitato.
Alcuni mi hanno disperatamente rimproverato di non aver convinto il lettore, attraverso la forma del romanzo, che Gesù sia risorto (quasi fosse un bisogno irrinunciabile quello di trovare conferme in un testo di finzione letteraria); altri di aver svelato sin da subito il colpevole della mia prima avventura di autore. Mi sono state mosse anche autorevoli osservazioni per aver io utilizzato il termine di legionario invece del più corretto termine di Auxilia per parlare dei soldati a Gerusalemme al tempo di Pilato, critica che però mi rende orgoglioso del fatto, in fondo, di essere riuscito a far calare il lettore nel senso e nella vita di quei tempi, e di aver donato emozioni (così mi è stato detto e così riferisco) che pochi testi avevano loro riservato.
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Un’avvertenza finale è necessaria sullo stile anche di questo secondo capitolo della mia fatica di scrittore. Se il lettore troverà forme morfo-sintattiche e di vocabolario apparentemente desuete o contorte, oppure auliche in italiano, è perché ho voluto, per quanto possibile, far rivivere la forma latina di una scrittura che suonasse autentica nel suo essere scritta ai nostri giorni, quasi fosse una traduzione di un autentico testo dell’epoca di cui qui si parla.
Anche in questo secondo episodio della saga pisoniana, ho dato vita a personaggi completamente immaginari nonché fornito una voce a figure storiche e note ai più, senza contare gli attori che hanno animato il Nuovo Testamento, i quali contribuiscono al fluire della narrazione: questi ultimi diventano parte della grande storia, una volta entrati nel racconto degli storici latini e greci.
Dell’Epistola a Tiberio ognuno ha potuto scegliere il capitolo e, quindi, il personaggio a sé più caro: lascio ora al lettore la tragica scelta di decidere quale sia il personaggio più riuscito in questo secondo lavoro; anticipo, qui, quale sarà il protagonista da me preferito, voglio dire l’Epistola a Tiberio stessa.
R.C.M.