Prologo-1

2016 Parole
PrologoEcce Homo! (Gv. 19, 5) Tiberio Iulio Caesari Augusto Imperatori Lucius Pontius Pilatus salutem dicit. Utile sembra agli occhi dei saggi il considerare alla fine dei giorni se la propria vita abbia incontrato le attese poste, e solo la sapienza maturata attraverso le vicissitudini della storia ci insegna la via da percorrere fino all’ultimo. Ti scrivo, dunque, o Divo Tiberio, all’indomani della mia fuga da Gerusalemme alla volta del deserto dove le mappe finiscono e le lettere del nostro dolce idioma latino non possono esprimere il suono di parole barbare, e l’uomo resta muto. Fuggo, consapevole di tradire la Tua fiducia, mio Signore, ma tale è la tempesta delle passioni smodate che albergano nel mio animo travagliato che non mi è possibile fare altrimenti. Ti giungerà questa mia da un luogo ai più ignoto e il cui avamposto segna la fine del limes orientale. Sì, fuggo a ben vedere dall’uomo che mi ha perseguitato in tutti questi anni e la memoria del quale credevo di aver scacciato dai meandri della mia mente offuscata: tutto è stato peraltro vano. Egli è ritornato: presente più che mai apparendo come dal nulla attraverso il legato Marco Calpurnio Pisone che Tu hai inviato in Giudea per interrogarmi. Con lui è stato come se l’oblio, dei cui benefici godevo quando si tratta di dimenticare colpe e sciagure, quasi fosse stato cancellato all’improvviso come la macchia di unto che credevamo aver lavato strofinandola. Mi riferisco a un uomo che anche Tu conosci e per il quale si è resa necessaria la missione di Pisone: Gesù di Nazareth. Egli mi ha perseguitato in tutti questi anni e io sono qui ora, umile servitore, a dirTi come io mi sia ormai convertito a Lui e riconosca in Lui il Signore della vita e della morte. Tradisco? Se ciò risulta ai Tuoi occhi, o Cesare, Ti chiedo venia: sappi che l’impeto che il mio animo prova in questo momento è tale che seppur mi ha fatto compiere un gesto così assurdo ai danni Tuoi e del Popolo Romano, esso è insopprimibile. Tutto concorre, quasi io fossi impossessato da un demone oscuro, a riconoscerLo come Colui che doveva venire a salvare l’uomo. Io sono salvo al fine e di fronte a tanta speranza di vita nuova anche la fedeltà a Te, mio Imperatore, è superata. L’indagine di Pisone si è rivelata molto precisa ed egli mi ha riportato a quei giorni terribili in cui io (oh, che Egli possa perdonarmi!) lo feci flagellare e condannare. Quell’indagine! Sì, indagine inaspettata quasi fosse stata voluta da Dio! Essa mi ha riportato a quei giorni in cui gli occhi dolci e pieni di pace del Galileo si erano posati sul mio volto inquieto e a esso le sue ingiuste lacrime avevano dato il sollievo dopo parecchi anni di angosce e tormenti interiori. Forse per comprendere nel profondo il labirinto degli eventi in cui mi trovai coinvolto, sarà bene che ricordi, o Tiberio, anche se per sommi capi, i fatti di quegli ultimi giorni che, se in un primo momento, ignaro ancora del mio destino, avevo giudicato semplicemente molesti, mi ero successivamente consolato all’idea che ben presto mi sarei liberato del tedio che essi arrecavano. E invece non fu così: mi sarei dovuto ricredere: e se al momento non potevo neppur sospettare quanto stava per succedere, gli accadimenti erano volti solo alla salvezza della mia anima. Sappi, dunque, che seppur lontani sono gli anni che mi separano dagli avvenimenti che ora mi accingo a narrare, essi mi sono così chiari da poter facilmente riannodare le fila di un racconto il quale ti sembrerà confuso se non assurdo in quanto a personaggi e a emozioni. *** Tutto cominciò una notte in cui mi portarono l’uomo e (come hai potuto leggere senz’altro nel rapporto di Pisone) venendo io a sapere che Gesù era della Galilea lo feci mandare a Erode che, però, lo respinse, inviandolo a sua volta a me. Restati soli, cercai di ottenere dall’uomo informazioni che potessero aiutarmi a salvarlo, qualcosa dico che potesse offrirmi un appiglio per giustificare, se non proprio il perdono da parte dell’autorità romana, almeno un motivo per graziarlo e lasciarlo andare; ma, egli non diceva nulla, mi fissava dolcissimo e impotente, e io non sapevo che fare. Mia moglie stessa, Claudia Procula, mi chiamò a sé e mi intimò di non proseguire né con l’interrogatorio né tanto meno con la condanna. Poi fu il momento della folla, quella maledetta e diabolica folla di Giudei. Mi affacciai nel cortile interno della fortezza e vi fu un boato: il frastuono mi accolse come se io fossi un dio, ma il dio era un altro e io lo invitai ad avvicinarsi a me. Egli esitò per un breve momento all’interno, ma ciò mi permise di poter osservare la calca di coloro che affollavano il litostroto: era come se mi fossi affacciato sul cratere del vulcano dimora di Etna, figlia di Urano e Gea, là dove la lava ribolle … là dove si dice sia l’ingresso che all’Ade conduce i vivi e i morti. Come le anime che si affollano presso le rive dello Stige in attesa di Caronte, così vedevo dal balcone, ad alcune braccia di altezza da loro, quegli uomini malvagi come in fondo a un pozzo che urlavano e inveivano all’indirizzo del prigioniero. Nel continuo tentativo, reso peraltro vano dalla distanza, di raggiungere l’uomo con i loro artigli protesi verso l’alto, essi si muovevano dimenandosi e ondeggiando selvaggi, cullati dall’orrendo canto delle loro voci ferali. Finalmente Gesù fece il passo definitivo passando dalla penombra del tendone che copriva in parte la luce dell’arcata e apparve in tutta la sua figura unico protagonista della scena, mentre io, cercando di sovrastare le voci demoniache di quelle fiere, gridai: “Ecco l’uomo che temevate tanto!” Parlai con disprezzo verso quegli uomini per sottolineare quanto innocuo egli fosse e quanto ingiusto fosse stato l’averlo punito assecondando la loro sete di sangue. Mi dicono tuttavia che non siano state udite bene le mie parole e che si sia sentito solo: “Ecco l’uomo.” Ma essi gridarono ancor più forte: “Crocifiggilo, crocifiggilo!” Feci un passo indietro e lasciai la scena a Gesù nell’inutile speranza che la visione delle ferite causate dalle percosse, cui io, nella mia seppur combattuta crudeltà, lo avevo condannato, placassero la loro sete di sangue. Tacevo e li osservavo ondeggiare di continuo come se ognuno di loro volesse, spingendo il proprio vicino, salire in altezza e così guadagnarsi un appoggio per raggiungere con le braccia alzate il balcone e il prigioniero. Per quanto fosse una gara inutile a chi arrivasse per primo e tale che avrebbe scoraggiato chiunque, essi spingevano e si urtavano non ottenendo altro che di procurar danno a se stessi quasi, nell’impotenza di raggiungere la loro preda, trovassero soddisfazione nell’azzannare i propri compagni o se stessi. “Crocifiggilo! Crocifiggilo!” gridava, dunque, la folla cui io risposi nel vano tentativo di placarli: “Non trovo in lui nessuna colpa: prendetelo voi e crocifiggetelo se volete!” “Noi non abbiamo questo potere di mandare a morte un uomo. Crocifiggilo tu perché egli si è fatto Figlio di Dio e per noi è colpa grave.” Così dicevano e io mi chiesi nuovamente dove fosse la colpa in questa possibile affermazione: non aspettavano, dunque, i Giudei il redentore, colui che essi chiamavano il Goel? Se costui era veramente il figlio di Dio solo una folla di demoni lo avrebbe odiato o voluto morto. Ma non risposi in tal senso perché questo sarebbe suonato come un’accusa e non volevo ulteriori disordini. Allora mi avvicinai a lui e gli dissi in un sussurro: “Tu sei innocente, lo so. Aiutami e ti lascio libero: di’ loro che non hai colpa. Io ho il potere di mandarti libero, aiutarti… ma…” Egli, però, mi interruppe e mi disse con dolcezza: “Tu non avresti nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto.” Al momento non capii, ma credo che egli volesse dire che io ero solo uno strumento e che non avevo colpa. Le sue parole mi tranquillizzarono un momento; poi, egli aggiunse: “Per questo chi mi ha consegnato a te ha commesso un peccato più grande, e anche questa tua ingiustizia contro il Figlio dell’Uomo è strumento della volontà del Padre mio e anche tu, o Pilato, condannandomi sei suo strumento.” Queste ultime parole mi confusero se possibile ancor di più e non seppi che dire: credevo che accusasse la folla dei Giudei, ma dal suo sguardo pieno di amore e dolcezza non traspariva odio. Non capii a chi si riferisse. Il dialogo poi quasi sottovoce fra me e Gesù dovette insospettire la folla e, come se volessero sentire essi pure la nostra conversazione, quasi ispirati da un arcano ordine di tacere da parte di qualcuno (così come accade normalmente in uno sciame di insetti o in uno stormo di uccelli), tutti si zittirono all’improvviso e il silenzio divenne perfino molesto. Mi trattenni così dal parlare oltre e colsi l’occasione per dire, questa volta senza dover gridare per sovrastare le urla di quei demoni: “Vi ripeto: non trovo alcuna colpa in quest’uomo.” Fu solo allora che isolata in quella quiete diabolica, che faceva seguito al tumulto di poc’anzi, una voce si alzò: “Se non lo condanni fai torto a Cesare. Chiunque si faccia Re fa torto a Lui!” Poi fu il silenzio. *** Come dopo un lampo si attende il tuono e la paura cresce a misura che il rombo si fa attendere, e il contadino scruta il cielo temendo la grandine che gli danneggerà il raccolto e guarda e si gira all’intorno e pure odia gli scuri nembi che lo sovrastano, così il terrore prese me, o Cesare: non posso negarlo. Non mi recai al luogo della crocifissione roso com’ero dal rimorso e dalla colpa: egli moriva sulla croce per colpa della mia pusillanimità ed io sarei stato ricordato dalla storia solo per questo fatto. Le parole che Gesù mi aveva rivolte per chetare le mie paure risuonavano nella mia mente, ma lo stesso non riuscivo a darmi pace. Così decisi di agire e di recarmi almeno al luogo della sepoltura. Accusiamo così spesso la curiosità di essere la causa dei nostri guai, ma è talora la curiosità stessa l’ispiratrice della grazia e di dolci speranze. Mi recai, dico, alla tomba di Gesù la mattina del secondo giorno, spinto dalla malsana passione di capire e di rendermi conto di quanto fosse successo. Mi spinsi là dove meno mi sarei dovuto recare: la grotta (così mi era stato detto) che Giuseppe di Arimatea aveva prestato per ospitare il corpo; ed ecco cosa vidi. Discosta quasi fosse stata spostata dall’enorme mano di un titano era la pietra tombale che impediva l’ingresso. Una donna dolente seguita da due compagne si avvicinava furtiva come se temesse di disturbare il riposo del crocifisso. Appoggiò la mano sul masso curiosa e timorosa al contempo, cercando di spiare meglio all’interno incoraggiata a ciò dalle altre due. All’improvviso fece un balzo all’indietro e si coprì il volto con le mani imitata dalle altre due donne le quali, inginocchiate, ora impedivano alla prima di cadere all’indietro facendole scudo e sostenendola per le braccia. Quindi, apparve da dietro un fanciullo vestito di bianco, il quale non poteva certamente aver spaventato lui le donne in quanto stava giungendo da dietro ma la distanza da quel luogo non mi permetteva di udire: le voci e i suoni mi giungevano incomprensibili. A un tratto le donne si buttarono in avanti quasi volessero toccare il fanciullo, ma egli disse qualcosa gridando e poi si mise a correre dalla parte opposta da dove mi trovavo io. Le donne si alzarono, entrarono cautamente nella tomba; dopo pochi istanti, però, ne uscirono in tutta fretta e vennero nella mia direzione tanto che ebbi paura che si accorgessero di me; tuttavia, la concitazione che le aveva prese non lo permise e si diressero in città. Ero molto spaventato, ma la mia curiosità prevalse e fu così che mi decisi ad avvicinarmi alla tomba. Immaginavo che le donne si fossero recate a cercare aiuto e così feci in fretta. Mi alzai e non feci a tempo a uscire dal mio nascondiglio che vidi un uomo uscire dalla tomba: era molto buio, ma potei senz’altro riconoscere un membro del Sinedrio da come era vestito. Come le donne non si fossero accorte di lui non potrei dire. Appena l’uomo si fu allontanato entrai e anch’io mi resi conto di quanto aveva spaventato le donne poco prima. Vidi all’interno il sudario pulito e piegato là dove presumibilmente era stato adagiato il corpo, e null’altro.
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