Prologo-2

1995 Parole
Temendo di essere scoperto però fuggii prima che giungesse qualcuno magari avvertito proprio dalle donne. Ben presto tutta la città risuonò di voci che annunciavano la resurrezione del Maestro e io incredulo e disperato per quanto avevo compiuto, decisi di allontanarmi qualche giorno da Gerusalemme per Cesarea Marittima. *** Altro doveva accadere, ma tale che non riguarda la vicenda che ti sto narrando. Passarono alcuni anni quando giunse Marco Calpurnio Pisone, preceduto da alcune Tue missive, e così venni a sapere che Tu, o mio Signore, avevi sentito parlare di Gesù. Durante la sua permanenza egli venne spesso a interrogarmi e mi sentii subdolamente accusato di non aver compiuto il mio dovere: se solo egli avesse sospettato che cosa albergava nel mio cuore. Da principio cercai di non espormi troppo e adottai un comportamento di cui ancora mi vergogno e che era volto a giustificarmi commettendo nuovamente l’errore del giorno del processo e, codardo, lo assecondai in tutto cercando di non far trapelare i miei sentimenti. Poi, in uno dei nostri colloqui, egli mi parlò di un testo che stava scrivendo a Te, o Cesare, e che avrebbe spedito di lì a qualche giorno. Lo feci spiare dal mio servo Pancrazio e ben presto intercettai l’epistola a Te indirizzata e ormai nelle mani del messo che doveva partire per Roma. Quasi alla ricerca di aiuto e conferma volli mia moglie accanto mentre leggevo il testo di Pisone, o Cesare. Fu proprio Claudia Procula a insinuare un dubbio nella mia mente: “E tu, Pilato, credi a tali fandonie? Tu puoi ritenere per certe le voci secondo cui sia stata tutta una macchinazione simile? Da parte di Simone bar Iona? Che egli fosse un uomo così colto e arguto, pescatore qual è?” Mandai, poi, a chiamare Pisone perché dovevo in qualche modo parlargli. Egli si affrettò a raggiungermi e mi trovò, come era da immaginare, in uno stato di strana agitazione: “Sembri quasi seccato della mia presenza quando, invece, mi hai chiamato tu,” disse subito vedendomi in quello stato. Era vero: la sua presenza mi infastidiva e non feci nulla per impedire che tale fosse la mia impressione. Dissi: “Non ti nascondo che da quando sei arrivato qui la tua persona mi è sembrata sempre ostile e sospettosa come se io fossi un colpevole di qualche reato contro lo Stato e contro Tiberio, e, dopo aver letto il tuo rapporto, ne ho anche ricevuto conferma.” “Hai rubato il mio scritto?! Come hai osato?” urlò fuori di sé, dopo un attimo di comprensibile perplessità. Egli fremeva di rabbia, ma io avevo deciso ormai di cessare ogni reticenza e di agire secondo la mia coscienza. Quindi, restai alquanto in silenzio in attesa di una qualche sua reazione, ma egli taceva come se volesse ignorare la mia autorità e le mie obiezioni alla sua azione nonché al suo comportamento. Il suo silenzio era voluto per lasciare il proprio ascoltatore in una sospensione che umilia, come del resto mi aveva indignato il suo contegno in tutta quella vicenda. Mi sembrava di essere di fronte alla fiera del circo la quale, affamata, attendeva la mia prossima mossa per vedere quale direzione la sua vittima avrebbe preso e così attaccare affondando le proprie fauci nelle mie membra inermi. Lo osservavo con attenzione: il suo volto era serio come sempre, ma compiaciuto del mio imbarazzo tale che aumentava in me il senso di disagio continuamente. La belva ora mi penetrava con il suo sguardo alla ricerca di quei pensieri che sembravano celarsi, come era ovvio, dietro un velame sottile di timidezza, disagio e, non ti nascondo o Cesare, di paura. Sì, era paura la mia di fronte a un tale uomo dalla statura intellettuale così alta e capace di investigare a fondo le passioni del cuore, al punto che la mia lingua stentava poiché sapevo che egli avrebbe sicuramente ridicolizzato le mie parole oppure sospettato perfino che io fossi pazzo per quanto avevo da dire a lui in quel momento. Mi feci coraggio; posi mano all’elsa del mio gladio come a darmi un contegno e, infine, osai: “Tu hai scritto a Tiberio senza informarmi” Poi mi incalzò ripetendo la propria accusa: “Perché tu avresti sottratto il mio rapporto indirizzato a Tiberio?” Non provai neppure a negare: “Ne ho l’autorità: il Procuratore della Giudea sono ancora io!” Quindi, come passando dalla parte dell’accusato, in un supremo gesto di disperazione gridò: “Tu hai osato interferire nei rapporti fra l’Imperatore e un suo legato approfittando della tua posizione? Come è stato possibile?” Non risposi, ma cercai di contrattaccare brusco come a liberarmi della morsa in cui mi trovavo: “Sì, lo ammetto, ma tu sei un bugiardo, Pisone: hai riportato il falso nel tuo scritto.” Rise sarcastico e saccente come di suo solito: “Bugiardo io? Il falso? Ma che vai dicendo, Pilato? In questo paese di fanatici dove tutto sembra possibile e il contrario di esso non contraddice il vero perché è già falso non appena l’hai pronunciato, io sarei il bugiardo?” “Sì, sei un falsificatore, un annunciatore di fandonie e falsità.” “E in che cosa avrei mentito? Sentiamo!” La sua arroganza era frutto della sua cultura e della sua presunta capacità di leggere l’animo umano meglio di chiunque altro. Mi sfidava con lo sguardo e alzando il mento come se, così facendo, potesse ancor meglio imbarazzare la mia persona e carpire i miei pensieri: “Avanti, Pilato, parla: in che cosa avrei mentito?” disse, poi, con una voce sottile sottile che sembrava provenire dall’alto. Era come se un angelo o uno spirito celeste lo animasse: “Avanti, parla, Ponzio Pilato, Procuratore di Giudea. Ti ascolto.” Parlava sarcastico. “Io l’ho visto risorto: il Galileo mi è apparso dopo la morte ed era vivo. L’ho toccato ed egli mi ha baciato dandomi la sua pace.” Questo il resoconto che feci a Pisone. *** “Cupo un mormorio giunse ai miei orecchi,” cominciai la mia storia,” e da principio pensai allo stridere di un gufo o di un animale notturno insinuatosi per errore all’interno della torre, ma dovetti ben presto accorgermi che il respiro affannoso che udivo era umano. Mi fermai qualche istante giusto il tempo per orientarmi nell’oscurità e ripassare mentalmente come apparissero i luoghi alla luce. Il piantone di guardia non c’era e le torce che illuminano l’atrio dei miei alloggi erano misteriosamente scomparse. Avrei potuto senz’altro chiamare aiuto, ma ebbi paura di apparire codardo e tacqui ancora di fronte a una presenza che avanzava tradita dallo scricchiolio delle suole sulle pietre levigate del corridoio: come sai, o Pisone, esso è nascosto e angusto, e riceve anche di giorno scarsa luce dall’andito principale che dà sul cortile interno della fortezza.” “Quindi che successe?” mi chiese Pisone impaziente. “Feci un timido passo e solo allora osai chiedere a voce alta: . Ma non vi fu risposta.” “E poi?” “S’avanzavano sospinti dai soffi presenti nei grandi androni sussurri sinistri e gli spifferi di un suono molesto, e l’affanno di uomo o di creatura che veniva da lontano creava un senso di paura che non riuscivo a scacciare. Finalmente…” Mi interruppi un attimo come se vivessi nuovamente quei terribili momenti e, quindi, ripresi subito: “Finalmente, girando l’angolo a gomito del corridoio apparve una figura illuminata da una fiammella portata dalla mano sinistra, timida e fievole, ma sufficiente per illuminare il volto del sopraggiunto.” “Chi era?” mi interruppe brusco Pisone sempre più curioso quasi stesse assistendo con me a quegli eventi. “Era lui!” “Lui chi?” “Era Gesù risorto ed era venuto a mostrarsi a me!” “Quando sarebbe successo tutto ciò?” chiese ancora Pisone dopo un momento di pausa. “Qualche giorno fa… e mi sembra… ehm… mi sembra, voglio dire, di poter ricostruire dalla tua narrazione…” “Che c’entra la mia narrazione, ora? Quale narrazione?” Esitai un momento, poi dissi: “Quella dell’Epistola a Tiberio e che tu hai scritto.” “Non capisco!” fu la risposta. “Tu nel concludere il tuo racconto dici di non aver inseguito Pietro, il pescatore, e secondo la mia ricostruzione questo deve essere avvenuto non più di tre giorni or sono.” “Ma se non eri neanche presente alla fortezza, o Pilato! Quando vi sono i momenti più importanti che riguardano il destino della pax romana in queste terre tu non sei mai…” “Ti dico che ero qui, ero tornato proprio quella notte!” Pisone allora tacque dandomi il tempo di dire: “La figura mi guardò con tenerezza profonda e mi disse: ” Poi, non riuscendo a trattenere le emozioni, mi interruppi bruscamente. *** Una voce come un lamento oscuro uscì da quell’uomo e il demone che era in lui rideva di gusto compiacendosi di una specie di trionfo che non riuscivo a capire bene, confuso com’ero; Pisone rideva ora trionfante e il suo contegno che, seppur con difficoltà ormai evidente, era sembrato mantenersi calmo fino a quel momento, ora non aveva più tema di rivelarsi per il personaggio oscuro e presuntuoso che in realtà era. Disse, poi, con sarcasmo marcato: “Devo pensare che tu abbia abbracciato la nuova fede, o Pilato?” Non tentai neppur di rispondere a tanta alterigia, ma con finta noncuranza, la migliore che mi fosse possibile, estrassi da uno dei portarotoli che giacevano sul mio tavolo di lavoro in bell’ordine la copia del testo in questione. Esso sembrò far infuriare il mio interlocutore ancor di più: “Hai l’ardire di mostrarmi persino…” Ma dovette interrompersi subito colto come fu da un forte accesso di tosse improvviso che lo paralizzò per alcuni istanti. “Che ti accade, o Pisone?” domandai in soccorso del mio avversario. “Nulla… ehm… ehm” tentò inutilmente di dire. “Ti sia gradito un bicchiere di vino.” “Che gli dèi mi liberino del vostro vino attoscato…” tentò inutilmente di dire in un ansito. Poi, riprese più calmo: “È proprio un bicchiere del vino maledetto di queste terre che …” e di nuovo fu interrotto da una crisi. “Che dici mai, o Pisone? Nella fortezza Antonia mai si è verificato…” La risposta fu un ringhio diabolico: “Beh, succede ora, Procuratore… succede ora!” “Cosa succede?” tentai invano di sapere. “Lascia perdere…” La tosse non lo lasciava e feci il gesto di avvicinarmi a lui superando il lato destro del tavolo, ma egli con un gesto perentorio mi fece cenno di stare dov’ero. “Riprenderemo,” disse “sì, riprenderemo ehm… la nostra conversazione quando starò meglio: intanto ridammi il mio rapporto!” Parlò dandomi un ordine e io per tutta risposta ritornai al mio posto e saldamente presi il rotolo avvolto nella sua custodia mostrandogli chiaramente la mia volontà di non cedere alle sue inutili pretese. La tosse riprese violenta e io ancora gli offrii di chiamare un cerusico, gesto che egli non apprezzò e senza salutare mi volse le spalle, accommiatandosi deluso di non aver potuto ottenere nulla da me. *** Rimasto solo mi sedetti al tavolo e presi a riflettere se fosse il caso di farlo inseguire o arrestare, ma mi attardai su una riflessione mentre accarezzavo il volume dell’epistola a Te indirizzata. La osservavo, cioè, con attenzione e, quasi gustassi le parole di essa ripensandole, mi colsi a dire a me stesso che essa era la fonte, sì, o Divo Tiberio, la fonte (altrimenti non saprei dire) di nuovi scrittori che avessero voluto scrivere una storia del Maestro. Eppure essa andava modificata: Pisone doveva aver scritto il falso per odio verso la nuova fede ed io l’avrei modificata: io, povero testimone oculare del Risorto. Quel testo poi avrebbe testimoniato la verità che era Gesù, come egli stesso aveva detto di sé proprio parlandomi quel giorno del processo. Riposi il rotolo nel contenitore e mi accinsi a cercare qualcuno per soccorrere Pisone che immaginavo nei suoi alloggi in preda a quel misterioso malore, e chiamai Pancrazio inviandolo al legato. Ritornato dopo qualche momento trovai il mio studio in una tale stato che non saprei dirti, o Cesare: i miei ambienti erano stati violati e sovrano regnava il disordine. Sgabelli a terra, rotoli di papiro e pergamene sparsi ovunque: quale furia fosse entrata non avrei saputo dire, ma il primo pensiero fu per il manoscritto di Pisone. Lo cercai subito e come potrai immaginare anche Tu, mio Signore, non lo trovai: era stato sottratto. Cercai di chiamare la guardia, ma non ebbi risposta e uscii sconsolato di dover ammettere che il servizio di sicurezza non avesse garantito l’incolumità del Procuratore. Corsi a vedere in che condizioni Pancrazio avesse trovato Pisone, ma egli sulla porta del cubiculum di lui mi disse che il legato era morto e che da un’indagine seppur prematura era stato avvelenato. Non sapendo cosa pensare e a chi rivolgermi decisi così di fuggire in queste regioni verso Oriente. *** Ma Ti devo lasciare ora o Tiberio, e il mio stilo cade: sento dei rumori fuori della mia tenda: qualcuno cerca di entrare; da molti giorni temo per la mia vita. Tibi Salus
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