Impolverato e malconcio giaceva sul tavolo un involucro all’apparenza anonimo; mi avvicinai con calma e delicatamente lo presi in mano: si trattava di un tubo lungo almeno due spanne e un palmo di diametro. Brutto a vedersi, sembrava un vecchio contenitore dimenticato da tempo senza alcuna cura e che anzi nessuno sembrava aver mai aperto oppure a cui alcuno avesse prestato attenzione (appunto i trent’anni di cui mio padre e Amulio avevano parlato). Mescolato al resto del materiale che il tavolo di lavoro ospitava, l’oggetto occupava un posto di poco rilievo se si considera l’importanza data dal racconto misterioso e continuamente interrotto, oppure se si fosse dato corso alla curiosità che per lo meno avrebbe dovuto suscitare in un ascoltatore anche distratto o bonariamente bistrattato come ero stato io: esso, invece, giaceva lì sepolto dalla polvere e dalle carte.
Timidamente e quasi impaurito lo presi con la mano destra dopo aver smesso di mangiare e di bere.
Un’estremità di esso era chiusa da un cappuccio un poco più voluminoso della parte inferiore ed era annodato con un nastro azzurro ad assicurarne la chiusura. Il colore all’origine era lo stesso della paglia che giallognola è vivace e chiara; solo che macchie nerastre di sporco ne lordavano l’aspetto quasi fosse cosa insignificante caduta in un terreno ostile e sudicio, misero oggetto inutile, dimenticato dal proprio proprietario.
Lo presi fra le mani con delicatezza quasi esagerata, ne svolsi il nastro che al tatto sentii appiccicoso e, in fine, lo scoperchiai.
***
Come l’ancella rimasta sola, curiosa apre lo scrigno dei gioielli della propria padrona e si guarda all’intorno come ad assicurarsi che nessuno la noti; guarda prima a destra, poi a sinistra guardinga che nessuno venga, alza lo sguardo attraverso la finestra che dà sul cortile e spera che nessuno la veda, poi sicura di essere al sicuro si dedica, ladra, a osservare i preziosi contenuti nella scatola e li prende, osa pure provarli su di sé con invidia di non avere ciò che è di altri, e ama la padrona che la nutre e la odia perché ella la priva allo stesso tempo di tanto bene, così osservai il contento del misterioso involucro.
Larghe quanto un grosso dito di un uomo corpulento e concluse nella parte superiore da un cappuccio di legno, due asticelle apparvero subito non appena tolsi il coperchio. Era un rotolo di pergamena e a entrambe il foglio prezioso di pelle conciata era avvolto in parti uguali. Alzai lo sguardo prima rivolgendomi a mio padre, poi ad Amulio, quindi incoraggiato dai loro sguardi seriosi e spinto dallo sgranare dei loro occhi spalancati, estrassi il manoscritto e con delicatezza lo riappoggiai sul tavolo.
Con un tessuto che avevo in mano per pulirmi la bocca diedi una grossolana spolverata sulla superficie dell’involto e, non appena ebbi srotolato dalla parte sinistra la prima asticella che raccoglieva il nastro prezioso di pergamena, cancellato dal tempo riuscii a leggerne il titolo della prima colonna di testo o la descrizione che dir si voglia:
Epistola a Tiberio.
Scesi con gli occhi lentamente lungo le righe di essa e potei vedere una scrittura minuta e continua quasi illeggibile rovinata dal tempo e dalla polvere. Mi sembrò persino di avvertire un odore che emanava da quelle carte, lo stesso odore di bruciato che mi era sembrato di sentire non appena entrato nell’ufficio. Alzai lo sguardo sul volto di mio padre che aveva seguito tutti i miei movimenti e che con fare interrogativo attendeva un commento. Il quale si fece attendere: un foglietto spiegazzato, mentre mi giravo sulla sedia e cercavo di evitare che i sughi dei cibi sporcassero le pagine già malandate e macchiate dal tempo, sfuggì dall’interno delle pieghe del testo come se non fosse parte del corpo e cadde a terra.
Lo raccolsi: era un biglietto indirizzato a mio padre. Guardai ora Amulio, ora mio padre i quali quasi a una voce mi dissero: “Ecco quello che ti dicevamo; leggi quel biglietto e capirai!”
Gaio Calpurnio Pisoni Marcus Calpurnius Piso salutem dicit.
Fratello Gaio carissimo,
ti scrivo qui dalla terra di Giudea e spero che questa mia ti giunga prima della mia morte! Ho forti timori che essa giungerà presto e ormai pavento fortemente per la mia vita in questa terra di sciagure. I miei giorni volgono al termine ormai e credo che qualcuno voglia uccidermi, ma so per certo che la mia incolumità presso la Fortezza Antonia non è più garantita: nessuno, nemmeno Tiberio, potrà mai salvarmi. Temo cospirazioni non solo contro di me, ma anche che la vita dell’Imperatore stesso sia in pericolo.
La pergamena che ti invio contiene un documento riservato ed è una copia che lo stesso Tiberio Cesare Augusto ha già ricevuto. Ho appena avuto il tempo di finire di copiarla proprio perché la mia paura più grande è che il testo originale venga intercettato e che non giunga mai nelle mani di Cesare. Gli dèi immortali non vogliano! Esso è il resoconto del mio viaggio e ne costituisce un dettagliato rapporto: le scoperte che ho fatto sono riportate con dovizia di particolari e do per certo che sia questa la causa della mia morte.
Non più tardi di due giorni or sono, sono stato invitato a una cena da parte di Marco Vipsanio Artino collaboratore stretto di Ponzio Pilato, Procuratore della Giudea e da allora il mio fisico sta perdendo forze. Credo di essere stato avvelenato e che ormai nessun cerusico o medico o stregone potrà salvare la mia vita. Se anche trovassi qualcuno qui che possa o dica di potermi curare non mi fiderei: sono caduto nelle trame di una congiura e di questo sono ormai certo. Credo inoltre che quanto mi sta accadendo sia stato concertato e voluto direttamente da Roma, anche se non sono ancora riuscito a capire chi sia coinvolto; da lì, tuttavia, sono state tirate le fila del complotto. Ti chiedo in nome del sangue che ci unisce di indagare e di vendicare tuo fratello Marco.
L’uomo che reca il contenuto del plico si chiama Zaccheo ed è di Tiberiade in Galilea: è uomo fidato e mio amico, e mi ha aiutato a compilare una seconda copia del documento. Segno di riconoscimento, oltre alla bassa statura dell’uomo, è il mio anello d’oro che mi fu regalato da nostro padre al momento della mia partenza e che egli reca con sé. Zaccheo ti illustrerà e ti darà a voce le spiegazioni che desideri. La saggezza di costui è grande, così come l’amicizia che ci lega.
Ti prego, compi le mie ultime volontà: ti abbraccio fraternamente,
Tibi salus.
Finito che ebbi di leggere mi rivolsi a mio padre con sguardo incredulo. Egli in risposta al mio stupore cavò di tasca l’anello d’oro del fratello Marco e me lo passò con gentilezza, quasi con timore riverenziale: “È tuo ora,” disse, “Che ti porti fortuna!”
***
“D’accordo,” dissi a questo punto, “ma non vedo il nesso di questa storia con la tua confessione di prima: che c’entrano il manoscritto e la visita del giudeo di trent’anni or sono con la tua presunta iniziativa di appiccare l’incendio alla città? Questo proprio non lo capisco!”
“Infatti non c’è!” esclamò mio padre.
Gli dèi immortali mi sono testimoni quando dico che solo in quell’occasione mi chiesi se mio padre avesse perduto il senno: l’uomo che avevo amato e stimato più di chiunque da sempre. Gli dèi mi perdonino per quanto provai in quel momento e per le parole che rivolsi a lui non rispettando l’autorità paterna come avevo fatto fino allora.
“Ma padre,” dissi alzando il tono della voce, “mi hai raccontato tutta questa storia per poi riconoscere che il manoscritto e la tua iniziativa di appiccare l’incendio alla città non avrebbero alcun nesso?!”
“Ma il netto c’è!” disse Amulio.
“COME, COME?” Quasi gridai verso entrambi: “C’è, oppure non c’è un nesso fra le due cose?! Insomma, parlate chiaro!”
“Sì, è vero: sembra un’assurdità. Ma l’unico collegamento che esiste fra i due aspetti è solo casuale e si è verificato nella direzione esattamente contraria alla nostra volontà!”
“Vostra volontà? Non mi dirai che Amulio è venuto insieme a te e al suo vincastro zappettando e zoppicando a dare fuoco alle insulae della suburra con un tizzone del camino? Andiamo siate seri!” motteggiai divertito e triste al contempo imitando i gesti, la voce e l’espressione buffa di Amulio.
“Dei nomi degli altri ti dirò poi: noi volevamo solo rovesciare il regime di Nerone e instaurare di nuovo la repubblica dei Padri; ma lontano da noi era il sospetto che qualcuno riuscisse a far ricadere sui cristiani la responsabilità del crimine causando esattamente l’opposta reazione che noi volevamo e, cioè, evitare clamori e togliere notorietà alla nuova religione: agendo così abbiamo fatto involontariamente il loro gioco!”
Tenevo il capo con entrambe le mani nella speranza di contenere i miei pensieri e volendo riordinarli massaggiandomi la fronte, ma fu Amulio a parlare per primo distogliendomi dalle mie confuse riflessioni: “Figlio, tu non hai conoscenza del tetto!”
“Quale tetto? Cosa c’entra il tetto adesso? Hai messo un letto sul tetto?!” Fui ironico e risi.
“Il testo! Amulio vuol dire il testo!” disse mio padre sospirando desolato, ma anch’egli un poco divertito dell’assurdo conversare dell’anziano servo che parlava e interloquiva intervenendo a proposito, ma anche facendo discorsi che molto spesso avevano bisogno di un interprete.
Risi malgrado tutto e sorrisi al vecchio servitore dolcemente, intenerito com’ero dalla passione con la quale colui che io consideravo il mio secondo padre mi rivolgeva la parola.
“È vero, Amulio, non ho ancora letto il testo,” dissi, quindi, rivolgendo lo sguardo a mio padre. “La mia curiosità, tuttavia, resta. Devi perdonare, ma non capisco questo nesso che sottolinei. Cosa ci sarebbe nel testo di tanto grave da poter suscitare in te il desiderio di incendiare Roma?”
“C’è… c’è figlio mio! Purtroppo c’è, anche se involontario!” disse quasi in un sussurro mio padre a quel punto sconsolato.
“Ma cosa contiene di così grave il testo di tuo fratello che possa fornire una ragione per un atto così grave e criminoso?”
“Lo leggerai e lo saprai: per ora ti basti quanto ti dico. I cristiani non sono una setta qualsiasi, cioè una delle molte religioni che sono giunte a Roma da quando le nostre insegne hanno portato la pax romana in Oriente e in Occidente. Bisognava fare in modo che tutti si accorgessero della loro esistenza. Questo fu il loro scopo fin dall’inizio!”
Ancora i cristiani, pensai. Ma cosa ci sarà di tanto grave in questa setta da destare preoccupazioni in tutti?
“Ma appiccando il fuoco alla città,” chiesi allora, “come avreste messo in luce questa nuova setta pur non volendo?”
“Noi Pisoni, insieme ad altri personaggi illustri di cui ti parlerò, abbiamo congiurato: volevamo che la plebe accusasse Nerone dell’incendio e insorgesse contro di lui, ma (bada che non sappiamo bene come la cosa sia loro riuscita!) qualcuno ha diffuso la voce che siano stati loro gli autori del misfatto! Sì, i cristiani l’avrebbero fatto! E se sono stati loro gli autori del misfatto nella credenza popolare, appunto saranno loro i condannati, e tutti sapranno della loro esistenza e da ciò essi trarranno fama!”
Le ragioni di Flacco, pensai. Qualcuno aveva voluto accusare i cristiani o fare in modo che fossero essi stessi gli accusati e così dare loro quella notorietà di cui avevano bisogno per sopravvivere. Tutto per farli naturalmente passare per vittime!
E per quanto assurda questa storia potesse sembrare, mio padre, ignaro, era colui che aveva causato tutto ciò. Cominciavo a capirne il dramma. “Mi dici che costoro vogliono la notorietà in ogni caso? Anche al costo inimmaginabile di dover morire tutti?!” domandai stupito. “Vi sarebbero persone a questo mondo che pur di ottenere fama e gloria sarebbero disposte a morire nel circo sbranati dalle belve? Come si può ottenere fama e onore in questo modo brutale?”
“Purtroppo, sì!”
“Padre, ma tu stai celiando?”
“Leggi il tetto!” esclamò Amulio.
Tacqui in attesa.
***
Decisi quindi di dedicarmi alla lettura prima di prendere una decisione e mi congedai dai miei ospiti con la promessa di leggere il manoscritto il prima possibile e di ritirarmi nella mia stanza che Amulio mi aveva fatto preparare per la notte.
“Dobbiamo fermarli,” concluse mio padre mentre mi congedava. “I cristiani devono essere salvati perché non siano martiri e con essi non muoia la Roma repubblicana e Nerone non si salvi!”
Ascoltai in silenzio quest’ultima raccomandazione. Abbracciai mio padre prima, subito dopo Amulio, ma: “Attento, Gaio,” disse infine il vecchio genitore, “non parlarne con nessuno, non confidare a nessuno quanto ora sai. I cristiani sono ovunque! Siamo circondati e non ci rendiamo conto a che segno essi siano giunti!” Divertito più che allarmato di questa eccessiva preoccupazione non presi sul serio l’avvertimento, e di ciò mi dovetti pentire amaramente perché la reazione di Nerone e della giustizia romana sarebbero state degne della loro millenaria implacabilità.
Ma ti lascio, o lettore, nel dubbio e non voglio precorrere i tempi ché già il mio stilo corre veloce e sembra conoscere, curioso e impiccione com’è, le vicende che vado narrando. Ti basti ora sapere di questo buffo incontro e seguimi nei miei appartamenti dove mi ritirai per dedicarmi assiduo alla lettura.
III