Capitolo 4

872 Parole
4 Vorrei bere del caffè ma non è possibile. Inoltre, proprio in questo momento sento arrivare gli addetti al trasloco. «Possiamo vederci più tardi?» sibilo mentre osservo dalla finestra. Mi rispondono di sì. Guardo l’ora. Sono le undici meno un quarto. «E se mangiassimo un boccone tutti insieme da Mariuccia?» propone il cicciottello burocrate. «Per me va bene, ma non prima delle quattordici» rispondo. «Perfetto. Alle quattordici va bene anche a me» replica lui con un ghigno stampato sul volto. Ci stringiamo le mani e rimandiamo il resto del discorso a più tardi. Prima di allontanarsi, il maresciallo si volta e, sorridendomi, esclama. «Benvenuto a bordo dottor Vivaldi!» Mentre si dileguano penso a quella frase. Benvenuto a bordo. A bordo di che? Cosa intendeva dire con quella battuta per me enigmatica? E poi, io che c’entro con tutta questa storia? Indico il materiale da caricare a un paio di facchini e poi salgo al piano superiore. Mi rifugio in bagno e penso ancora a quello strano incontro tra sconosciuti. Sono venuti a colpo sicuro da me, affermano di sapere tutto della mia vita e mi parlano di un tale che dovrebbe essere single ma che invece ha delle ragazze nel suo cortile. E chi se ne frega! Saranno figlie di parenti, che so. Insomma, dov’è l’inganno? E soprattutto, dov’è il reato? Mi affaccio dal terrazzo e guardo pezzi della mia vita allontanarsi lentamente a bordo di un camion. Mi gratto la testa. E poi che cazzo vogliono da me, quel beccamorto di un Assessore, il burocrate della Pro Loco e il maresciallo tutto fighetto? Consigli? Consulenze? Il cellulare squilla. È Alessandro Meucci. Rispondo. «Mauri…» esclama a voce alta. «Ciao Ale, come stai?» «Io discretamente bene.» «Senti, sto venendo a trovarti. Mi sono preso qualche giorno di ferie e, sai com’è.» «Ale, io sono in pieno trasloco. Sei rimbambito?» «Cribbio, Mauri, me ne ero completamente scordato. Ma questa sera dormi già a Torino?» «Sì. Anche se per qualche giorno sarò accampato.» «E se mangiassimo un boccone insieme?» «Ale, fai quello che vuoi, porca puttana. Vieni. Che ti devo dire. No, anzi, non venire perché a pranzo sono occupato.» «Occupato? Con chi? Una donna forse?» «No, no. Con il nuovo maresciallo dei Carabinieri e un paio di persone del Comune. Mi devono parlare. Facciamo una cosa, ci vediamo per cena a Torino. Trattoria di via Bologna per le venti, ok?» «Va bene. Ci vediamo questa sera allora… Ma che vogliono da te, Mauri?» Sorrido perché conosco la curiosità di Meucci. È più forte di lui. In fondo non è altro che uno sbirro alla vecchia maniera e questo è il suo modo di intendere le cose. Lui è fatto così, punto e basta, e non mi dispiace affatto. Poi questo suo aspetto protettivo nei miei confronti mi inorgoglisce. «Non lo so. Hanno bisogno di qualche consiglio, penso di aver capito.» «Mi nascondi qualcosa?» «Ma certo che no, Ale. Stai tranquillo e sereno. Ci vediamo questa sera. Ora ti devo proprio salutare. Ciao.» Me lo immagino il buon Meucci. In ferie. Già si sta annoiando. Non ha proprio un cazzo da fare. Incredibile. Nessun hobby, amici pochi come i suoi capelli, donne neanche a parlarne. Non oso pensare a quando andrà in pensione. Povero Ale. Un’intera vita dedicata alla polizia, spesa in modo religioso, proprio come un sacerdote devoto che non si lascia corrompere da nulla. Sempre a cavallo tra il bene e il male. Già… Un meccanismo perverso da cui ero riuscito a fuggire molto tempo prima, quando, con determinazione, mi ero congedato dalla polizia per aprire un’agenzia di investigazioni private. Un vecchio sogno. Poi però erano seguiti guai, lutti e persino la galera. Una brutta storia. Mi gratto la testa cercando di allontanare quei pensieri bui che riaffiorano prepotenti dal passato. Non devo lasciarmi intrappolare dai ricordi, maledizione. Ora sono tornato a vivere, sognare, progettare cose nuove e a dedicarmi, finalmente, alle passioni ancora chiuse nei cassetti. Mi lascio alle spalle il torpore malinconico ed esco in cortile. Parlo con uno degli addetti. È un uomo grosso con il pizzetto. Forse friulano a sentire la sua cadenza. Mi rassicura con una pacca sulle spalle. Io nicchio titubante. Intanto gli scatoloni vengono caricati veloci sul secondo mezzo. Con la coda dell’occhio vedo uscire lo scheletro della libreria smontato in più parti. Me lo aveva costruito tanti anni prima Corrado, un vecchio caro amico. Chissà che fine avrà fatto? Il tempo passa, e insieme alle cose perdiamo anche piccoli pezzi della nostra storia, amici, conoscenze, amori. A volte perdiamo anche interessi e passioni che pensavamo indelebili e immortali. Eppure tutto scivola lentamente nel passato, come acqua che si perde nell’isterico vortice di uno scarico o un fiume in mare. A volte ho come la sensazione di cambiare pelle, un po’ come fanno i serpenti. E ad ogni muta ti accorgi di perdere qualcosa che non tornerà più. Mi gratto nuovamente la testa interrogandomi su questi pensieri poco allegri. Probabilmente è vero che un trasloco rappresenta un trauma da elaborare. Un distacco da superare. Mi guardo attorno lentamente pensando a quanto sono affezionato a questo posto. Così come a queste colline, questi profumi e a questo senso di libertà. Mi volto verso l’abitazione del mio vicino, Beppe. È sul balcone e mi sorride discreto. Io rispondo allargando le braccia in segno di resa. Lui muove il capo come a chiedermi se sono veramente convinto di questa scelta. Il mio sguardo si posa leggero a terra. Chissà, vorrei rispondere di sì. Ma probabilmente anche un forse potrebbe starci bene.
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