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«Guardati! Bella fine che hai fatto! Dovresti vergognarti!»
«Perché mi rimproveri sempre mamma? Di cosa dovrei vergognarmi?»
«Ci fosse ancora tuo padre ti aggiusterebbe lui, a suon di cinghiate.»
«Papà è morto, mamma… lascialo riposare in pace.»
«Se avessi saputo che finiva così avrei comprato altri conigli anziché fare figli!»
«Mamma, perché sei così severa con me?»
«Perché sei un buono a nulla. Ecco. Non sei nemmeno stato capace di trovarti una moglie, di farti una famiglia. Sei un fallito. Mi fai pena!»
Antonio si volta verso il letto della madre e lo osserva. È vuoto. Eppure lei è nuovamente tornata per insultarlo, umiliarlo. Perché non lo lascia in pace?
Si avvicina alla finestra con passo incerto.
Subisce queste strane manifestazioni come un bimbo impaurito. Si sforza di essere razionale, lucido. Tuttavia, a volte, quando lei ritorna, riesce anche a vederla. A notare il suo disappunto e il suo sguardo inquisitore. Le sue parole sono ogni volta frecce avvelenate. Perché questo risentimento nei suoi confronti?
«Vergognati!» ripete ancora lei non paga.
Questa ennesima esclamazione lo fa sussultare. Proviene dal bagno. Lui vi entra con timore appoggiandosi alla porta.
«Mamma, perché non cerchi di essere più comprensiva? Alla fine una famiglia me la sono fatta, non hai visto? Una bella famiglia numerosa.»
Silenzio.
Antonio si volta di scatto verso lo specchio e si scontra con la sua immagine riflessa. Si avvicina lentamente e la osserva, come se questa appartenesse a qualcun altro. Si accarezza i baffi, i capelli. Poi ancora un paio di bottoni della camicia a quadri. Sospira.
Lei se n’è andata nuovamente, ma non per sempre. Tornerà ancora e poi ancora a tormentarlo. Fino a quando?
Si sciacqua il viso. Ora si è lentamente acquietato.
Torna nella camera della madre. Il letto è vuoto, la stanza deserta. Antonio tira un respiro di sollievo. Chiude gli occhi come a ringraziare il cielo. Le sue mani callose coprono il suo viso come un velo in quaresima.
Passerà, un giorno. Passerà, si ripete lentamente come in un karma.
Si soffia il naso e ripone il fazzoletto nel taschino, con cura. Poi resta ancora un attimo immobile in quel silenzio surreale, come in apnea. Si scrolla come dopo un brivido di freddo e decide che per oggi può bastare.
Scende le scale, apre una prima porta chiusa a chiave, percorre un lungo corridoio per poi aprirne una seconda serrata con un lucchetto. Entra.
«Allora ragazze, cosa mi preparate per pranzo?»