Capitolo 6

965 Parole
6 L’insalata russa che servono da Mariuccia non ha eguali, così come la carne cruda. Una vera libidine. Mentre sorseggio un buon bicchiere di Barbera ascolto le parole dell’assessore che, con molta calma, inizia a raccontarmi una strana storia. Parte da lontano, qualche anno prima. Mi racconta delle elezioni vinte da una nuova formazione politica, una lista civica che per l’occasione aveva raccolto consensi trasversali, della voglia di fare per la comunità, dell’immobilismo della precedente giunta e di considerazioni personali sulla politica delle piccole comunità. Io ascolto attento osservando spesso il maresciallo dei carabinieri, per l’occasione in abiti borghesi. Gli agnolotti al sugo di arrosto mi rapiscono per qualche istante mente ormai il monologo è legato alle possibilità di sviluppo delle nuove comunità collinari. Io resto attento anche se ancora non riesco a spiegarmi il perché della mia presenza a tale convivio. Resisto comunque imperterrito, perché nella malasorte di cotante chiacchiere, continuano ad arrivare piatti decisamente interessanti. Mentre l’assessore continua a parlare di colture intensive e di sistemi di irrigazione, il suo strano socio, il burocrate, continua a versarmi del vino. Ha il viso rubicondo e pare più felice del cibo che di tutta la tiritera del suo collega. Ma il pezzo forte deve ancora arrivare. L’assessore, infatti, proprio in concomitanza con l’arrivo di uno splendido tiramisù e una bottiglia di Moscato d’Asti, tira fuori dalla sua borsa un tablet. E lo fa in modo plateale, come si conviene nei classici colpi di scena. Rimane in silenzio e poi, pigiato un tasto, me lo allunga. Io avvicino l’apparecchio e osservo un filmato appena partito. Si tratta di immagini riprese dall’alto. «Abbiamo usato un drone» aggiunge lui gonfiandosi come un pavone. Io continuo a osservare le inquadrature che sono legate in prevalenza alle disposizioni delle colture, agli appezzamenti vari, alle zone boschive e ai borghi sulle colline attigue. Poi, all’improvviso, le scene per così dire, oggetto di maggiore attenzione. L’apparecchio si abbassa di quota e inquadra una cascina piuttosto grande. A corte chiusa come s’intende nel gergo, ovvero con tutti gli edifici o parte di essi a creare un perimetro chiuso intorno a uno spazio centrale molto ampio. Una strada privata che conduce a una asfaltata e nulla più. In queste immagini noto un solo individuo vicino a un trattore. L’ora indica le dieci e venticinque del mattino. Una bella giornata di sole. Tutto intorno vigne e coltivazioni varie. Il drone continua verso un grande campo coltivato a mais poi vira e torna indietro. Dopo pochi minuti, alle dieci e trenta per l’esattezza, nella corte di prima si intravvedono quattro ragazzine che guardano in alto. Poco dopo, l’uomo le fa velocemente rientrare all’interno. Fine del film. Io resto muto e osservo gli astanti. «Abbiamo usato un drone» ripete orgoglioso l’assessore come se questa fosse una novità assoluta. In verità ignora che questi aggeggi sono ormai usati diffusamente per una moltitudine di scopi civili e, per fortuna, non più solamente militari. Mi volto verso il maresciallo ma lui nicchia. «Quindi?» esclamo. Poi senza attendere risposte, continuo: «Sapete che queste immagini sono una violazione della privacy, vero? Che non solo non hanno alcun valore legale ma addirittura comprovano un reato piuttosto grave?» Vedo il burocrate spalancare gli occhi verso l’assessore che resta immobile come un’iguana. «In che senso, scusi?» replica quasi balbettando proprio lui, l’amministratore della cosa pubblica. Gli spiego alcune cose invitandoli a una maggiore cautela nella diffusione di quelle immagini ma l’assessore mi spiega che servono per il nuovo piano regolatore e per una serie di modifiche e migliorie del territorio. «Certo, ma allora dovreste chiedere l’autorizzazione al titolare dell’azienda agricola in questione oppure offuscare tutte le immagini che riprendono persone o mezzi identificabili.» «Ma sono proprio quelle immagini il fulcro della nostra indagine!» sbotta di sorpresa il burocrate. Rimango per qualche istante di stucco. Ho sentito bene? Ha parlato di indagine? Il mio sguardo si posa severo sul volto del maresciallo. Lui sospira e poi replica. «Resta il fatto che quelle bambine non c’entrano nulla con il contesto. Chi sono? Cosa fanno?» dice lui quasi sospirando. Lo osservo. È serio. Mi fissa con i suoi occhi azzurri. «Se pensi che ci sia qualcosa di strano, scusami, perché non sei andato a verificare di persona? Prendi una pattuglia e vai a bussare a casa di quel signore» replico. «Non è così semplice.» «Spiegati meglio.» «Quando l’assessore Strocco è venuto a illustrarmi quella che a suo dire era una situazione strana e inconsueta, ho fatto due veloci accertamenti e poi mi sono presentato alla cascina.» «Quindi?» «Quindi lui non mi ha fatto entrare. È stato sufficientemente cortese, è uscito dal portone, ha fatto due chiacchiere veloci e poi si è rintanato all’interno dicendo che doveva lavorare. Io, naturalmente, non ho fatto cenno alle ragazze. Mi sono presentato come il nuovo comandante della Stazione di Baldichieri. Una visita di cortesia, tutto qui. Ma ho trovato una chiusura totale, capisci?» «E poi? Perché c’è dell’altro, vero?» La sua smorfia mi fa capire che ho fatto centro. «Sono andato a parlarne ai miei superiori, ad Asti. Ho fatto vedere loro le immagini eccetera eccetera.» «E ti hanno mandato a cagare.» «Più o meno» risponde lui con la fronte corrugata. «Anche qualcosa in più. Mi hanno dato del visionario, mi hanno parlato della privacy come hai detto tu, della assoluta inconsistenza degli indizi e redarguito pesantemente.» «Infine?» lo infilzo ancora quasi con gioia. «Infine mi hanno detto che siccome nessuno è sparito o è stato sequestrato, è evidente che non c’è nessuno da cercare. Fine della storia.» Guardo lentamente tutti con occhi severi. Poi, affondo con durezza. «Quindi, siccome ti hanno mandato a cagare e non sapete che cazzo fare siete venuti a rompere i coglioni a me. Con questa storia strampalata che non sta né in cielo né in terra. Perché questo accanimento? Non è che guardate troppi film?» Dalla loro reazione mi accorgo di aver esagerato. Evidentemente sono stato troppo duro e arrogante e immediatamente mi pento di aver lasciato la mia lingua scorrazzare a briglia sciolta. Mi verso del vino e lo sorseggio lentamente mentre i loro sguardi imbarazzati non mi mollano un istante. Poi, riprendo in mano il tablet ed esclamo. «Dai, rivediamo questo filmato, visto che ci tenete così tanto…»
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