Chapter 24

724 Parole
XXV Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo. In sulle prime la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, ve- dendosi oramai scoperta e non volendo mandare più a lungo la commedia, fini col farsi riconoscere, e disse a Pinocchio: – Birba d’un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io? – Gli è il gran bene che vi voglio quello che me l’ha detto. –Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi don- na; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma. – L’ho caro dimolto, perché così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi strug- go di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere così presto? È un segreto. – Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch’io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di ca- cio. – Ma tu non puoi crescere, – replicò la Fata. – Perché? – Perché i burattini non crescono mai. Nascono burat- tini, vivono burattini e muoiono burattini. – Oh! sono stufo di far sempre il burattino! – gridò Pi- nocchio, dandosi uno scappellotto. – Sarebbe ora che di- ventassi anch’io un uomo come tutti gli altri. – E lo diventerai, se saprai meritartelo... – Davvero? E che posso fare per meritarmelo? – Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene. – O che forse non sono? – Tutt’altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu in- vece... – E io non ubbidisco mai. – I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al la- voro, e tu... – E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l’anno. – I ragazzi perbene dicono sempre la verità... – E io sempre le bugie. – I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola... – E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita. – Me lo prometti? – Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere la consolazione del mio babbo... Dove sarà il mio povero babbo a quest’ora? – Non lo so. – Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare? – Credo di sì: anzi ne sono sicura. A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pi- nocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sé. Poi, al- zando il viso e guardandola amorosamente, le domandò: – Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta? – Par di no, – rispose sorridendo la Fata. – Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi qui giace... – Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La since- rità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po’ monelli e avvezzati male, c’è sempre da sperar qualcosa: ossia, c’è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perché son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma... – Oh! che bella cosa! – gridò Pinocchio saltando dal- l’allegrezza. – Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io. – Volentieri, volentieri, volentieri! – Fino da domani, – soggiunse la Fata, – tu comincerai coll’andare a scuola. Pinocchio diventò subito un po’ meno allegro. – Poi sceglierai a tuo piacere un’arte o un mestiere... Pinocchio diventò serio. – Che cosa brontoli fra i denti? – domandò la Fata con accento risentito. – Dicevo... – mugolò il burattino a mezza voce, – che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi... – Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per im- parare non è mai tardi. – Ma io non voglio fare né arti né mestieri... – Perché? – Perché a lavorare mi par fatica. – Ragazzo mio, – disse la Fata, – quelli che dicono così, finiscono quasi sempre o in carcere o all’ospedale. L’uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio! L’ozio è una bruttissi- ma malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi: se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. Queste parole toccarono l’animo di Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata: – Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perché, insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero? – Te l’ho promesso, e ora dipende da te.
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