«Diana, io sono un uomo e mi angustio e patisco profondamente, per amor vostro. Non posso continuare così, senza giungere alla disperazione. Io debbo sapere se, almeno, la mia parola, dal primo mio grido di misterioso entusiasmo, per la toccante voce muliebre che mi ha fatto balzare dalla mia indifferenza, sia giunta sino a voi: se tutte le altre mie lettere, vi sieno arrivate fra le mani. Non chiedo altro. Che altro posso io mai domandare, a voi, stella mattutina, porta del Cielo, da voi che non mi conoscete, per cui io sono l'estraneo, il viandante, colui di cui non si sa né il nome, né la patria, che incontrato da voi un momento, fuori della folla, è, subito dopo, travolto dalla folla. Io non posso nulla chiedere e nulla volere da Diana Sforza, a cui il nome di Paolo Ruffo è ignoto, a c

