Vissi d’arte? La musica è un lavoro “vero”-1

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Vissi d’arte? La musica è un lavoro “vero” “Vissi d’arte, vissi d’amore, non feci mai male ad anima viva!…” (Tosca, musica G. Puccini, libretto L. Illica, G. Giacosa) “Ah, la Musica! Che Arte stupenda! Ma che miserabile professione!” (Georges Bizet) Da che ho memoria, ovvero da quando sono adulta e ho iniziato a condurre conversazioni sensate, mi ricordo questo siparietto: “… e quindi, che lavoro fai?”. “Mi occupo di musica. Suono la viola”. “Bello!!! Ma… di lavoro ‘vero’ cosa fai?”. Ecco. Chiaro che conversazioni di questo tipo non creavano un’atmosfera di stima e simpatia con l’interlocutore. Da parte mia – non c’è bisogno che lo dica – ritenevo offensivo che qualcuno non considerasse quella del musicista una professione, un lavoro, un mestiere o perlomeno un’occupazione seria. Ma lo sai, avrei voluto replicare, che per conseguire il titolo di studio che mi fa essere “professore” di musica, ho studiato dieci anni? E che bisogna studiare ogni singolo giorno della vita per mantenere il controllo e la padronanza dello strumento? Sai che noi musicisti facciamo una fatica terribile per poter svolgere il lavoro che amiamo, perché non sappiamo cosa accadrà di noi tra due giorni, un mese, un anno? E che, se non siamo stabili in orchestra o di ruolo a scuola, inseguiamo concerti in tutta la penisola, carichiamo strumenti da migliaia di euro in auto da poche centinaia, per ricevere compensi da poche decine (quando ci pagano)? Non è forse un lavoro quello di chi non conosce sabati o domeniche liberi, feste o vacanze, perché proprio quando gli altri sono in vacanza sta lavorando? Questo avrei voluto dire. E molto altro, anche di meno elegante. Invece mi limitavo a sorridere fingendo avessero fatto una battuta, spiegavo meglio, glissavo simpaticamente e chiedevo a mia volta il lavoro del mio interlocutore, cambiando in fretta argomento. Vi racconto anche un’altra cosa: avrete certamente visto il famosissimo film di Dario Argento Profondo rosso (del lontano 1975), giusto? Tutti ricordiamo le scene raccapriccianti e splatter, la filastrocca infantile che precedeva ogni omicidio, la favolosa colonna sonora del gruppo di rock progressive dei Goblin, l’epilogo con relativa incredibile scoperta dell’assassino (non temete, se non l’avete visto non farò spoiler!). Il protagonista è l’attore David Hemmings, che interpreta il pianista jazz Marcus Daly, involontario testimone di un omicidio. Provate a cercare il dvd: a circa 19’ dall’inizio, lo troverete faccia a faccia con il commissario, un favoloso Eros Pagni dal gioviale accento toscano, che lo interroga relativamente al delitto appena scoperto. Ecco il dialogo, che ho trascritto cercando di farvi capire anche cosa accade in scena: Commissario (masticando vistosamente un tramezzino a bocca semiaperta) – E così lei è straniero, vero? Marcus – Sì, sono nato a Londra ma ho vissuto alcuni anni in America prima di venire qui. – E cosa si fa di bello, in Italia? – Sono un pianista. Jazz. Insegno qui al Conservatorio. – Mh mh mh… (mugola il commissario con la bocca piena di tramezzino) – Insegno jazz… – E suona il piano, via! (sempre masticando e mimando con le mani il gesto di suonare il pianoforte. Poi si avvicina con un sorrisetto di finta complicità e prende per un braccio il pianista infastidito) – E così allora non ce l’ha un lavoro, eh?!? (ridacchia) – Le ho detto che sono pianista. (Marcus comincia ad essere insofferente) – Certo, certo. (il commissario mastica e fa briciole ovunque, guardandolo con condiscendenza) Sì, insomma, soltanto quel lavoro lì! – Perché, secondo lei suonare non è un lavoro? E cos’è, una buffonata? (è irritato adesso) – Nooooo (il poliziotto ride sempre masticando a bocca aperta), ma che dice, nooo! Si figuri se mi permetterei!!! (e addenta ancora il tramezzino) Anzi, le dirò, in famiglia c’ho una cugina che suona iiii… (si mette in bocca ciò che resta del tramezzino, che sporge ampiamente dalle labbra e riempie la bocca impedendo di capire cosa stia dicendo, e con le mani si mette a mimare) Mfmfmfmfmf… – Cosa? – Vlvlvlvlvlvl... (mima ancora con le mani, poi si toglie il cibo dalla bocca e finalmente scandisce) Il violino!!! Gniiiiiii… (riproduzione vocale del presunto suono del violino…) Ecco, qui la scena cambia e riprendono le indagini. Per fortuna. Per fortuna, perché sono certa che ogni musicista che abbia assistito a quella sequenza si è certamente riconosciuto nel povero pianista denigrato, o perlomeno si è sentito chiamato in causa. Chissà se Dario Argento stava facendo dell’ironia o voleva, a sua volta, rimarcare il mancato riconoscimento di un musicista. Perché, nonostante questo siparietto ironico, che comunque racconta un certo tipo di percezione della professione del musicista, vi garantisco: la Musica è un lavoro. E anche piuttosto complesso. Un lavoro, e non un passatempo, quando svolto con coscienza, serietà e preparazione; quando hai studiato tanto e fai il massimo per dare il meglio di ciò che sei; quando dedichi energie, pensieri, allenamento, fatica per migliorarti sempre. Innanzitutto una domanda: chi è il musicista professionista? Che differenza c’è tra lui (o lei) e il musicista amatoriale o dilettante? Probabilmente non è necessario che io lo spieghi, siete perfettamente già informati e d’accordo con me. Ma lasciatemi fare una riflessione insieme a voi. Innanzitutto una citazione da Wikipedia: “[…] Per soddisfare le necessità tecniche e di espressività musicale richieste dalla complessità delle composizioni, gli esecutori della musica classica devono raggiungere standard elevati di maestria tecnica. Si richiede un notevole livello di conoscenza della scrittura musicale, una buona lettura a prima vista [cioè l’esecuzione di un brano mai letto prima dallo spartito senza averlo neppure ascoltato prima N.d.A.], capacità ed esperienza nel suonare in ensemble, conoscenza approfondita dei principi di tonalità e armonia, conoscenza della prassi esecutiva e familiarità con lo stile e il linguaggio musicale inerente ad un determinato compositore, periodo o stile musicale. Tutto ciò si riflette nella necessità da parte dei musicisti classici di molto studio, articolato in un lungo percorso formativo, e di una elevata scolarizzazione, generalmente in misura molto maggiore rispetto ai musicisti che praticano generi ‘popolari’. Questo ha portato nel corso della storia alla nascita e allo sviluppo di scuole di alta formazione, tra cui i conservatori, dedicate allo studio della musica classica […]”. Un quadro chiaro ed esauriente, che illustra bene di cosa sto parlando. Ovvero che la musica fatta da professionisti richiede, come qualsiasi lavoro specializzato, una preparazione specifica e accurata. Incarichereste della costruzione della vostra casa un ingegnere dilettante? Vi fareste operare al cuore da un chirurgo amatoriale?... Certo, siamo in ambiti davvero molto diversi rispetto alla musica, ma il senso è lo stesso. Perché la Musica è un lavoro sul serio, e fare il professionista in questo settore in alcuni casi è curiosamente considerato degno di poco valore. Non è così, lo sappiamo: non ci sarebbe nessun disco, nessuna colonna sonora, nessun jingle di tv o pubblicità, nessuna canzone per bambini, nessuna musicoterapia, nessuna musica da ascensore, centro commerciale, matrimonio, discoteca, sagra del raviolo, balera, concerto, opera, teatro, festa di parrocchia, dischi, radio, televisione, YouTube e quant’altro, se non ci fossero un sacco di professionisti che hanno studiato e si sono dati da fare perché questo avvenisse. Tutti: dal musicista solista sul palco allo stadio, al fonico in studio, al trascrittore delle parti, al compositore di sinfonie, al flautista di matrimoni, al violinista in teatro, al cantante all’opera. Da un punto di vista umano, di passione, sentimento e dedizione, l’amatore è sicuramente encomiabile: si dedica alla propria passione anima e corpo, oltre la sua consueta occupazione e sottraendo ore al sonno e al relax. Ma nei fatti il musicista professionista lo fa di mestiere, quindi avrà studiato le materie di competenza e sarà suo compito aggiornarsi, sarà suo compito studiare, avere uno strumento adeguato e sempre in perfetto assetto; se cantante la voce sarà perfettamente allenata, avrà l’esperienza necessaria e anche di più, conoscerà l’ambiente e il repertorio, quanto occorre fare per aggiornarsi, come affrontare lo studio e il lavoro, e così via. Un professionista, appunto. È il suo lavoro, lo farà al meglio. Se mischiamo le categorie non si capisce più nulla, e il valore dell’impegno e della professionalità viene vanificato. Il 21 giugno è la Festa della Musica: tutti coloro che sono in grado di suonare, a qualunque livello e qualunque genere di musica, sono chiamati a esibirsi nei luoghi più vari. Di per sé sembrerebbe una cosa interessante: che bello ascoltare musica in ogni dove, nelle piazze, per strada, in luoghi finalmente aperti a tutti. Tutti a divertirsi, tutti insieme, con tutti i tipi di musica. Sarebbe bellissimo se non fosse che, oltre ai musicisti dilettanti, vengono coinvolti anche i professionisti, quando in realtà non è previsto nessun compenso per questi ultimi: quelli che si impegnano tutto il giorno a produrre musica di qualità, togliendo il tempo alla famiglia, ad altri obblighi, al riposo, alla vita. Insomma: lavorando. Solo perché una cosa è divertente, non merita retribuzione? E se un avvocato si diverte a esercitare la sua professione, allora non deve essere pagato? Per quale motivo ci si aspetta che quel giorno i musicisti professionisti debbano esibirsi in forma gratuita? Con la scusa della “visibilità”, che spesso ci viene offerta come la carota davanti all’asino che però non vede il bastone, ci si chiede di offrire il nostro lavoro senza nessun corrispettivo in cambio. “Tanto vi divertite”. Beh, certo, ci piace suonare, altrimenti non l’avremmo scelta come professione. Però poi dobbiamo comunque pagare il dentista, l’idraulico, la spesa al supermercato, il carburante della macchina, la scuola dei figli, la bolletta del gas, il medico, l’affitto di casa… Come tutti. Allora, come spesso dico, si dovrebbe istituire pure la “Giornata dei dentisti”: che so, il tale giorno tutti i dentisti curano i denti gratis. Così, per promozione, per visibilità, magari per divertimento. O la giornata dei commercialisti, dei salumieri, dei benzinai… Che cosa ne penserebbero tutte queste categorie di lavoratori? Sto scherzando, certo, ma credo che l’esempio sia calzante. E, per continuare a scherzare, ma dicendo la verità come Arlecchino, un’altra riflessione su quei proprietari di locali in cui si svolgono esecuzioni di musica dal vivo, ma che chiedono ai musicisti di portare avventori paganti (parenti e amici) e di esibirsi a puro scopo promozionale, senza compenso. Faccio cenno a questa specifica categoria, ma il discorso si potrebbe estendere agli enti pubblici, alle manifestazioni in generale, e a tutti quei personaggi che speculano in malafede sull’entusiasmo altrui. Da parecchio gira in rete una storiella divertente: “Per tutti quei gestori di locali che tentano di speculare sugli artisti. Ecco cosa ha risposto un nostro collega ad una loro richiesta. CLUB/RISTORANTE/BAR/ Ciao! Stiamo organizzando una serata nel nostro locale! Stiamo cercando musicisti che vengano a suonare gratuitamente potendo così farsi conoscere, vendere i propri dischi, e, se la serata funziona, in futuro avere altri appuntamenti! Fammi sapere se ti interessa! CIAO RISPOSTA DEL MUSICISTA: Ciao! Anche io sto organizzando un evento, in pratica con una trentina di amici e conoscenti nel mio giardino ci sarà una serata dedicata all’intrattenimento enogastronomico! Ti interesserebbe in maniera promozionale venire a cucinare per noi, portando tu il mangiare e da bere, in modo da farti conoscere e avere la possibilità di portare il tuo lavoro in giro? In futuro, se l’evento funziona, ci potrebbero essere altre serate simili! Fammi sapere se ti interessa! CIAO” Niente male, no?! Certo, si seguita a scherzare, ma l’esempio è abbastanza chiaro. Si cerca di sfruttare il bisogno di visibilità e di promozione come pagamento per un lavoro che richiede, invece, molta fatica e molto tempo. E sapete che, sempre per “visibilità”, viene offerto (anche a me, confermo) di partecipare a titolo gratuito a trasmissioni ed eventi dello spettacolo per i quali vengono spesi milioni (milioni!) di euro?! E i giovani (e non solo) ci vanno, ingannati dall’idea che viene loro subdolamente suggerita: lì “conosceranno persone” che potrebbero aiutarli nella carriera. Per far cosa? Credete che il grande discografico o il personaggio di successo, ascoltandovi in una performance in cui siete meno di un numero per un paio di secondi, si accorgeranno di voi e la vostra vita cambierà? O che postando su i********: o f*******: la vostra foto con un vip, o in un contesto molto popolare e visibile, tutti i like sotto la vostra pagina vi procureranno nuovi lavori e una carriera luminosa? Per diventare dei professionisti bisogna studiare, c’è poco da fare. Come i medici, gli ingegneri, i biologi, i farmacisti, gli astronauti. Provo spesso a spiegare ai ragazzi questa banale verità: alcuni mi ascoltano e ci riflettono, altri continuano a seguire un’illusione rovinosa. Chi vi offre strade facili e veloci, nella stragrande maggioranza dei casi (oserei dire “sempre”, ma voglio lasciare aperte delle possibilità), ha di sicuro un proprio tornaconto e non ha nessun interesse verso il vostro talento o le vostre idee. E vi fa credere – il più banale inganno perpetrato sulla nostra professione – che debba bastare esser ripagati dalla soddisfazione: che è già molto, è vero, ma non è la moneta giusta. Senza garanzie, contratti, retribuzione.
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