Sono le sei e trenta del mattino, e io sono sveglia da un pezzo. Mi sono ritrovata con gli occhi spalancati, e nonostante le abbia provate tutte, ho deciso di rinunciare al letto dopo poco. Sapevo che non sarei più riuscita a dormire, e so anche che fino a quando tutta questa ansia non la affronto avrò ancora per molto questa morsa allo stomaco.
Mentre cammino non posso fare a meno di guardarmi attorno, e Londra non è così caotica come i soliti orari di punta del giorno. Ci sono dei vecchietti che a passo di lumaca camminano o si siedono per leggere il giornale, qualche pullman in giro, gente come mia madre che invece attacca il turno estenuante in ospedale. Alzo lo sguardo, e con rammarico mi rendo conto che è terminata ufficialmente l'estate; e il cielo ne da la conferma. Oggi è ritornato a essere di nuovo grigio e cupo ricoperto da tante nuvole, e l'aria sta cominciando a diventare ogni giorno sempre più fredda. Mentre cammino, il vento mi pizzica più volte la faccia e ormai so di avere i capelli un groviglio di nodi. Mi maledico anche per essere uscita di casa con solo una felpa e un leggins, visto che mi trovo a tremare come una foglia.
Almeno una cosa positiva riesco a intravederla: nessuno si presenta a scuola a quest'ora, è praticamente impossibile. E questo può significare solo una cosa: che potrò evitare Lauren, o almeno durante le prime ore.
Ma voglio comunque prepararmi a ogni evenienza, e quindi la prima cosa che voglio e devo risolvere è il freddo che mi si sta letteralmente attaccando addosso come fosse una seconda pelle.
Mi infilo dentro il primo cafè che trovo, e subito vengono avvolta dall'aria calda che c'è all'interno. Sento il profumo del caffè americano e di croissant che mi solleticano il naso. E so già cosa prendere per scaldarmi durante l'ultimo tratto che manca per arrivare a destinazione.
«Un espresso lungo senza zucchero, per favore.» La ragazza dietro il bancone mi sorride, e un'altra cosa positiva è che non è ancora così pieno, quindi un punto a mio favore.
Pago alla cassa quello che ho appena chiesto mentre aspetto, e mentre sto per rimettere a posto il resto la ragazza mi serve il mio espresso caldo. Sorrido quando mi sento invadere le mani dal calore del bicchiere, e sto attenta a tenermelo stretto tra le mani mentre cammino. Va' decisamente un po' meglio, e man mano che mando giù la bevanda mi sento pian piano scaldare un po' più di prima. So già che dopo questa giornata arriverò a casa molto più stanca del solito, tra l'insonnia e il freddo che ho accumulato, ma non me la sentivo di aspettare più di un'ora l'arrivo dell'autobus. E né, soprattutto, di ritornare a scuola cominciando la giornata vedendo già le solite facce.
No, grazie.
Ed eccolo: ecco il cancello grigio della scuola. Odio questo colore. Lo trovo veramente brutto, spento e insignificante. Non mi trasmette nessuna gioia, come il giallo acceso di un bellissimo girasole o il rosso passionale che invece ti accende, ti travolge.
Vedo in lontananza che il cancello è già aperto, ma anche il tempo che non sta facendo altro che peggiorare. Accelero il passo, perché non vorrei ritrovarmi infreddolita e per di più anche fradicia nel caso dovesse venire a fare un acquazzone, e nel tragitto verso l'entrata della scuola intravedo Oscar, il giardiniere che in questo momento sta rastrellando altre erbacce, e il signor Brooke ovvero il coach della squadra di football. Finisco di bere il mio espresso fuori, al riparo dell'entrata, e quasi mi assale per la prima volta un senso assoluto di pace: vedere la scuola così deserta, senza le solite voci strillanti o le solite facce che sono costretta ad affrontare ogni giorno, è davvero una cosa indescrivibile. Butto via il bicchiere, ed entro. Mi incammino in anticipo per entrare nell'aula del corso di psicologia e scienze della comunicazione, e stavolta decido di sedermi infondo verso una delle grosse finestre che affacciano all'esterno; ho proprio voglia di starmene in disparte a guardare tutti i volti che sorpasseranno o meno quel cancello, e mi sento anche al sicuro contemporaneamente perché so che da fuori non riusciranno mai a vedermi. Mi siedo, prendendomi tutta la calma per sistemare al meglio i libri e il materiale che mi servirà durante la lezione, e tiro fuori anche la ricerca alla quale ho lavorato per una settimana durante l'estate. Guardo il mio bianco con tutto il materiale sistemato perfettamente in ordine alfabetico, di misura e soprattutto i miei evidenziatori sistemati perfettamente allineati e per colore, e mi sento carica come non mai.
Do uno sguardo fuori, e noto i giardini della scuola cominciare ad affollarsi. Intravedo Stella, che ovviamente è sempre impeccabile con addosso una giacchetta leggera e un top crop al limite della decenza fasciarle il seno; al suo fianco, invece, le sue solite amiche nonché cheerleader come lei. Noto delle matricole del primo anno ancora confuse e spaventate, chi invece sorpassa il cancello con la faccia più cianotica di un fantasma e poi, subito dopo, intravedo da lontano una macchina parcheggiare proprio di fronte al cancello, e per un attimo sento mancare un battito. Riconosco subito la massa spettinata dei capelli di Harry, con la sua figura alta e snella. E poi intravedo lei, Lauren. Che, assurdo ma vero, sembra avere l'aria da arrabbiata col mondo che le circonda forse anche più del solito.
Ma sono costretta a distogliere lo sguardo non appena sento il mio telefono che comincia a squillare. Con mia grande sorpresa, noto che Ally mi sta chiamando, ed è una cosa abbastanza insolita: non ci chiamiamo mai quando siamo a scuola. Anche perché, di solito, ci vediamo direttamente a casa di una delle due.
«Ally?» Rispondo, e mi accorgo subito che sta tirando su col naso. «Ally, che succede?»
Sento un grosso starnuto, e poi un altro, e poi un altro ancora. E mi viene in mente soltanto una spiegazione: non è a scuola. Per questo mi ha telefonato.
La sento tirare di nuovo su col naso e poi emettere un piccolo lamento, prima di sentire finalmente la sua voce dirmi: «sto una merda.»
«In effetti si sente abbastanza», rispondo, e mi mordo le labbra per non ridere.
«Mi sa che dobbiamo rimandare il programma di stasera», dice, per poi starnutire di nuovo subito dopo.
Annuisco, nonostante non possa guardarmi. «Direi proprio di sì. Ascolta, sono in aula in questo momento, e sono sicura che tra un po' entrerà la professoressa. Quindi devo proprio lasciarti, scusami...»
La sento sbuffare dall'altro lato, e mi immagino la sua faccia imbronciata. «Lo so, lo so: non sia mai che ti becchino col telefono in classe!» Mi scimmiotta, e io ridacchio.
«Ti videochiamo stasera? Che ne dici?»
Passano pochi secondi di silenzio, in cui so perfettamente che sta fingendo di pensarci, e infatti la sento subito dopo rispondere con un caloroso sì.
La saluto un'ultima volta, e proprio quando riattacco dalla porta cominciano ad entrare i miei compagni di classe. Sempre se compagni posso chiamarli.
Avverto già la nostalgia della tranquillità di prima mentre comincia a scemare sempre più velocemente, e mi piacerebbe sul serio non sentire tutti questi schiamazzi o le sedie che stridono sul pavimento. Sembrano una massa di bestiame mentre cercano di prendersi i posti liberi, mentre io spero che non venga a sedersi al mio fianco un energumeno che magari non segue la lezione, lancia bigliettini o palle di carta o, peggio, che non sia così invadente da sparpagliare tutta la sua roba sul banco a casaccio scompigliando così la mia.
Ma poi, ecco che d'un tratto vengo investita letteralmente da un orribile consapevolezza: sia Lauren che Harry frequentano il mio stesso corso. Punto di scatto lo sguardo verso la porta, e proprio mentre in me si sta facendo strada questa consapevolezza in modo così prepotente, ecco che li vedo oltrepassare quella porta. Oh, no. No, no, no e no!
Tento un'unica, disperata e folle mossa: nascondermi sotto il banco. Afferro il mio quaderno dal banco, e lo apro nascondendoci dentro la faccia; alzo il cappuccio della felpa nella speranza che in questo modo riesca a nascondere un po' i miei capelli, che sarebbero riconoscibili da un miglio lontano, e incrocio le gambe al petto nella speranza che, così facendo, io possa diventare ancora più minuscola. O anche invisibile, se solo potesse essere possibile.
Avverto il cuore accelerare quando riconosco il rumore della sedia che viene spostata, e sbirciando da sotto il quaderno noto che si tratta proprio della sedia accanto alla mia.
«Guarda che riconoscerei il tuo banco anche a occhi chiusi.» Dice, mentre io sento tutti i buoni propositi che mi ero imposta crollare come un castello di carte. «Sta per entrare la professoressa, piantala di fare la scema, ed esci.»
Sbuffo, alzandomi con non poche difficoltà. Tolgo via il cappuccio, mi sistemo i capelli con le mani che sembrano usciti da una lotta, e sbatto con stizza il quaderno sul banco. Inspiro, quando noto gli evidenziatori che sono stati spostati dalla sua borsa, e così mi ritrovo a metterli a posto per la seconda volta.
«Sei consapevole di soffrire di un disturbo ossessivo compulsivo, sì?»
Non le rispondo, e tiro un sospiro di sollievo quando subito dopo la professoressa entra. Cala finalmente il silenzio, e intanto la professoressa comincia ad appuntare sulla lavagna l'argomento di oggi. Sento ritornare di nuovo la tranquillità, e nonostante mi ritrovi con Lauren al mio fianco in questo momento non sto pensando ad altro che alla lezione. E alla mia ricerca alla quale ho lavorato molto, che non vedo l'ora ovviamente di esercitare.
«Buongiorno, ragazzi. E bentornati in questo cammino», la professoressa ci sorride, e noto come gli altri siano entusiasti tanto quanto me. La professoressa Sparkle è forse una delle più apprezzate di questa scuola: è gentile, cordiale, ha un modo di spiegare che riesce ad incantarti senza mai farti distogliere lo sguardo. E non ti fa mai sentire a disagio nel caso non sia stato chiaro un passaggio.
Si volta per scrivere qualcos altro sulla lavagna e, subito dopo, e quando si volta a guardarci ha un enorme sorriso stampato sulle labbra. Indica la scritta al suo fianco: «Psicologia motivazionale ed emozionale. Uno degli argomenti e degli studi più importanti, anzi, forse il più importante in assoluto nella psicologia. Qualcuno riesce a immaginare il perché?»
Alzo la mano e, al mio fianco, sento Lauren sbuffare. La ignoro, e la professoressa mi sorride indicandomi.
«Tu lo immagini già, Camila?»
Annuisco, schiarendomi la voce. «Tratta delle emozioni dell'essere umano. La mente umana, agisce per il novantanove per cento delle volte in base alle proprie emozioni, e in base a queste emozioni corrisponde una propria azione.»
«Esatto!» La professoressa trascrive sulla lavagna emozioni uguale a azioni. «E sapresti farci degli esempi?»
Penso attentamente a cosa dire e poi, non so perché, mi vengono a mente Lauren, Stella, Ally.
«Penso al dolore, che colpisce prima in maniera emotiva e poi in maniera fisica. Un dolore scaturito magari da una delusione d'amore, da sentimenti non ricambiati o spesso dalla solitudine, tutte emozioni e motivazioni che ci spingono ad agire in un determinato modo. Mi viene in mente il rimpianto, che forse è anche peggio del pentimento, perché ti fa pensare a cosa non avresti dovuto fare o a cosa avresti potuto,invece, fare. Mi viene in mente la rabbia che, se associata alle emozioni che ho elencato prima, ci fa compiere determinate azioni. Mi viene in mente quella cosa chiamata testa o cuore, un emozione alla quale siamo per la maggior parte delle volte succubi. Ci sono tante emozioni, e ognuna di queste porta sempre a delle determinate azioni, sempre: fa parte non solo dell'essere umano, ma anche negli animali. Per esempio, un cane che ha paura, cosa fa? Nasconde la coda, trema, e magari possono capitare episodi in cui quel cane per difendersi potrebbe anche arrivare all'attacco. Ecco, in questo caso, emozioni sono azioni: perché un emozione è sempre scaturita da un'azione, e un'azione è sempre scaturita dall'emozione. È un circolo vizioso.»
«Esatto.» La professoressa mi guarda, e nel suo sguardo vedo lo stupore.
Noto anche che tutto il resto della classe mi sta fissando, e sento le guance avvampare. Poi, però, noto il sorriso a trentadue denti che Harry mi rivolge, e quando si accorge che lo sto guardando mi fa un cenno col pollice in su.
«Come sempre, i miei complimenti a Camila.»
Scuoto la testa, e per fortuna ritorno sul pianeta terra. «La ringrazio, professoressa.»
Mi sorride: «pensaci bene al tuo futuro», mi dici e so benissimo a cosa si sta riferendo; ho parlato dei miei timori e della mia indecisione per quanto riguarda il cammino che dovrò scegliere e intraprendere per l'università solo a lei e alla professoressa Gonagall. La professoressa riprende la lezione, e mentre continua a trascrivere e spiegare ci invita ad appuntare tutto sui nostri appunti.
Sono intenta a scrivere e ad evidenziare quelle che ritengo le parti più importanti della lezione quando, sotto il mio naso, mi arriva un pezzo di carta strappato. Lo afferro, e sospiro silenziosamente quando leggo quello che c'è scritto.
Dobbiamo parlare.
L.
Appallottolo il foglietto e lo metto via. E non mi volto nemmeno per un momento pur di non guardare Lauren.
Quando la lezione termina, sono trascorse due ore ed è già l'ora dell'intervallo. La professoressa mi chiama mentre sto sistemando tutte le mie cose nella borsa, così mi ricordo della ricerca alla quale ho lavorato e che, per mio disappunto non ho potuto leggere.
«Professoressa», la chiamo, mentre è intenta a sistemare i suoi appunti.
Mi fa cenno di aspettare e, mentre aspetto, incrocio lo sguardo di Lauren mentre va via con Harry. Sposto di scatto lo sguardo, e ringrazio di essere qui alla cattedra della professoressa; almeno così sono riuscita ad evitarla.
«Allora, Camila», la professoressa mi sorride e mi fa cenno di sedermi accanto a lei.
Ci sediamo entrambe l'una di fronte all'altra, e aspetto che continui.
«Volevo chiederti se hai pensato a quello che ci siamo dette, prima dell'estate.»
«Oh.» Sono sorpresa, perché non mi aspettavo di nuovo questa domanda, specialmente a pochi giorni dall'inizio del nuovo anno.
Annuisco. «Sì, professoressa. A dire il vero, è una cosa che mi stanno chiedendo tutti i professori dall'anno scorso.» Ammetto, e stranamente non ne sembra sorpresa. Anche perché, sa benissimo che ho instaurato un rapporto molto confidenziale con lei e la Gonagall.
Sorride. «E quindi? Cosa hai pensato, mentre avevi del tempo libero quest'estate?»
Be', chiamarlo tempo libero mi sembra un tantino un eufemismo: ho comunque studiato e fatto ricerche e appunti la maggior parte dell'estate e, ovviamente, ho rivisto le varie brochure che mi hanno rifilato tutti, e intendo proprio tutti, i professori.
«Io... Professoressa, posso farle una domanda?»
«Oh. Be', sì, certo.» Sembra sorpresa, ma è un pensiero che mi sta frullando in testa da parecchio, ormai, e se non troverò una risposta a questa domanda sono sicura che continuerò a rimuginarci sopra.
«Mi chiedevo perché tutti i professori insistono nel voler sapere quale università frequenterò, quando mi restano ancora altri due anni, qui.»
Probabilmente è una domanda che non si aspettava, e per questo non ne nasconde la sorpresa.
«Mi dispiace se ti è sembrato che avessimo voluto soffocarti finora», dice e d'un tratto mi rendo conto di quanto io abbia sbagliato nel formularle la domanda.
Scuoto la testa. «No, assolutamente. Anzi, mi scusi se mi sono spiegata male. È solo che, vede, io vorrei soltanto capire perché è importante per tutti voi che io debba avere le idee chiare così in anticipo.»
«Non te lo nasconderò, Camila. Anche perché, prima o poi, te ne avremmo parlato tutti noi, o direttamente il preside Richards; vedi, Camila, credo tu sappia molto bene di essere molto brava.»
Annuisco. «Be', sì, ovviamente: mi chiamano "la studentessa più brillante della mia scuola", direi che è un tantino evidente.»
La professoressa ride, e io insieme a lei. Annuisce: «ecco... appunto! Ed è esattamente per questo che tutti noi vogliamo che tu scelga il meglio e che ne sia pienamente convinta. Vedi, Camila, parlando di te alle riunioni scolastiche, siamo sempre stati tutti d'accordo riguardo le tue strabilianti capacità. E, parlando proprio di questo, sia io che tutto il resto dei tuoi professori ci siamo chiesti, insieme al preside ovviamente, se possa essere un enorme opportunità, per te, concludere il tuo diploma in anticipo per permetterti di iniziare d'anticipo l'università.»
Sento quasi la mascella cedermi e toccare il pavimento. «Sta dicendo sul serio?»
Guardo la professoressa annuire con un grosso sorriso che le spunta in viso.
«Ovviamente dovremmo riparlarne meglio tutti insieme, dovrai essere sicura dell'università che sceglierai perché non capita tutti i giorni di essere ammessi al diploma con così tanto anticipo... E ovviamente dovrai anche parlarne con tua madre, essendo ancora minorenne, è chiaro.»
«Oh, professoressa... Lei non sa quanto io sia felice di tutta questa fiducia!» Sorrido, e per poco non scoppio in lacrime. Mi sembra di toccare il cielo con un dito: tutti i miei sforzi, il mio impegno, il mio crederci costantemente, alla fine hanno portato a qualcosa. Ed è un qualcosa addirittura più grande di quanto avrei mai immaginato.
«Bene!» Esclama, alzandosi. «Direi che ora hai quella spinta in più per crederci e soprattutto per immaginare il tuo futuro, no?»
Annuisco: «lei non sa quanto!»
Quando esco nel giardino principale vedo un paio di sguardi sorpresi nel vedermi fuori, ma non me ne importa. Sto ancora pensando alla conversazione avvenuta con la professoressa Sparkle, e mi immagino già col mio diploma mentre eseguo uno dei migliori esami della mia vita. Mi sembra di camminare sopra le acque, talmente che sono felice, e mi chiedo se posso arrivare addirittura a volare e a toccare il cielo.
Chiudo gli occhi, mentre inspiro aria, nonostante il freddo che quasi mi trafigge la pelle e poi, d'un tratto, ecco che mi sento chiamare.
Mi volto, e subito mi salta agli occhi la figura di Lauren, a pochi centimetri da me.
«Che c'è?» Le chiedo, e non riesco a far sparire l'enorme sorriso che ho sulla faccia, nonostante mi ritrovi lei davanti.
«Ti ha baciato la dea della fortuna?» Mi scimmiotta, ma non me ne frega nulla.
Sorrido, forse più di quanto sia possibile farlo. «Ho ricevuto una delle notizie più belle della mia vita e, lo sai, potrai anche dirmi o fare quello che cavolo ti pare con loro perché non me ne frega proprio niente.» Le dico, e lei sembra quasi senza parole. Quasi.
«Sono talmente felice che non me ne frega niente!» Urlo, e rido e urlo di nuovo mentre giro su me stessa.
Per la prima volta non mi interessa di cosa dirà o penserà la gente: sono felice. E forse non ricordavo più nemmeno come ci si potesse sentire ad esserlo.
Mentre continuo a girare, però, sento una presa salda sul mio braccio fermarmi bruscamente. Quando vengo voltata, mi ritrovo sempre Lauren davanti, che mi fissa con un sopracciglio alzato e la solita aura da demone pericoloso.
«Ti dovrei parlare.»
Alzo gli occhi al cielo. «Ma si può sapere che cosa cavolo vuoi? Sono felice, e non me ne frega niente di quello che hai da dire!» Sbotto, e noto come il suo sguardo viene attraversato da un lapsus d'ira.
«Non me ne frega un cazzo di niente se ti interessa o meno. Mi hai bloccata su w******p come una vigliacca, e te ne sei scappata a gambe levate come una troia dopo che ci hai provato spudoratamente con me, senza nemmeno darmi delle cazzo di spiegazioni. Quindi ora parliamo, e anche in fretta.» Dice, e non ho il tempo per protestare che subito vengo trascinata via.
«Piantala!» Urlo, e finalmente riesco a piantare i piedi nel terreno e a dimenarmi dalla sua presa. «Ma si può sapere cosa cavolo vuoi!? Ti ho fatto semplicemente un complimento, della quale mi sono subito dopo pentita, e ti ho bloccata perché io e te non siamo mai state niente e mai lo saremo! Tu non sarai mai mia amica, perché quelle come te mi fanno schifo!» Mento, ma la cosa di cui mi pento di più non è il fatto che io le abbia mentito, dato che non penso una parola di quello che ho detto e né soprattutto sono vere le motivazioni che le ho dato riguardo il mio essere scappata via, o il mio averla ignorata volontariamente. La cosa peggiore è che mi sono resa conto solo dopo, di averle urlate quelle cose, e che così facendo ho attirato involontariamente un pubblico di spettatori che ora ci stanno deridendo e soprattutto indicando.
Guardo uno per uno coloro che ci circondano, e mi sembra di essere stata rinchiusa in una gabbia. Lauren invece mi si avvicina, più furiosa che mai, e d'un tratto avverto quella sensazione di terrore farmi tremare le gambe. Indietreggio quando tenta di avvicinarsi a me, e noto subito il suo sguardo deluso.
Scuote la testa, mentre mi fissa immobile a qualche metro da me. «Non ci posso credere», sussurra. Poi però scoppia a ridere, ma di una risata acida, e d'un tratto urla una frase che mi fa raggelare il sangue nelle vene.
«E dunque, scommetto che non sei nemmeno lesbica! Giusto!?»
Sento dei sussurri sorpresi, delle voci che si sommergono tra loro che si alzano. Avverto delle risate che mi indicano, e d'un tratto è come se mi sentissi violentata nella parte più profonda di me.
La guardo, e sento l'ira montare per la prima volta nel mio corpo e nelle mie mani.
«Sei una maledetta stronza!» Urlo come non avevo mai fatto in vita mia, e sento i miei piedi scattare in avanti e le mie braccia scattare per colpirla e afferrarla.
Quando la colpisco, però, nemmeno lei è incline a stare ferma e a subire; mi si fionda letteralmente addosso, quasi volendomi strappare i capelli per quanto sia molto più forte di me, e io invece cerco di aggrapparmi alla sua maglietta mentre cerco di colpirla in viso.
Ma non ci riesco.
E proprio quando Lauren mi sovrasta, scaraventandomi letteralmente a terra con una sola tirata dei miei capelli, e la sento colpirmi ovunque, con una forza quasi disumana, ecco che sento l'urlo di qualcuno. Nel caos e in mezzo all'immagine sfocata di lei che si muove per colpirmi a calci, noto di sfuggita una sagoma di capelli biondi e poi sentire urlare quella che mi sembra essere la voce di Harry.
D'un tratto non vedo più le sue gambe che si muovono per colpirmi, e sulla mia testa vedo il cielo grigio. Tento di riprendere a respirare e, quando ci provo, non riesco a tenere gli occhi aperti; avverto un dolore che si espande dallo stomaco, alle costole che adesso sembrano squarciarmi in due, alla testa che sembra mi possa scoppiare veramente da un momento all'altro. Tossisco ogni volta che cerco di respirare e non riesco, e a ogni colpo di tosse mi sembra di stare per morire. Non riesco a tenere gli occhi aperti, perché la testa mi fa troppo male insieme al resto, e vorrei urlare perché mi sembra di stare per impazzire. Poi, però, sento una presa calda e morbida dietro la nuca, e qualcuno mi alza di scatto facendomi sedere. Sento l'aria ritornare nei polmoni, e quest'ultimi aprirsi, come se mi stessero per andare a fuoco. Ma sto respirando, e adesso pian piano riesco ad aprire gli occhi. Respiro di nuovo a fondo ma, d'un tratto, i dolori mi colpiscono in maniera atroce; sento qualcosa salirmi dallo stomaco, e poi su fino alla gola fino a quando, voltandomi, comincio a vomitare.
«Chiamate qualcuno, cazzo!» Sento una voce urlare al mio fianco, e poi la stessa voce sussurrarmi: «forza, andrà bene! Andrà bene!»
Non riesco a riconoscere la voce che mi parla, ma è come se mi stesse dando conforto. Poi, finalmente, smetto di vomitare e la vista mi si appanna completamente.