Capitolo 1-2

2755 Parole
Non mi scusai. Passandomi una mano tra i capelli, mi avvicinai al mobiletto dei liquori accanto alla scrivania e versai un drink per entrambi, poi portai i bicchieri verso Matteo e gliene porsi uno, prima di sprofondare in poltrona. Lui lo prese e ingoiò il whiskey con un sibilo. Si era tirato su a sedere, ma mi stava ancora osservando. «Immagino di aver avuto la mia risposta» commentò. «A quale domanda?» «Che cosa potrebbe spingerti a tentare di uccidermi?» Lo guardai torvo. «Non ti ucciderò mai, Matteo. Tu sei sangue del mio sangue. Sai che ti affiderei la mia vita.» Matteo mi rivolse il suo sorriso da squalo. «Luca, sappiamo tutti e due che non è vero. Siamo assassini. Entrambi uccideremmo l’altro se ci venisse fornito il giusto incentivo. E il tuo è Aria.» Non replicai, perché aveva ragione. «Se qualche commento volgare ti fa esplodere in questo modo, so che cosa mi capiterebbe se mai dovessi farle del male.» Strinsi ancora più forte il bicchiere, ma questa volta riuscii a restare seduto. «Non le farai del male, perciò è una discussione accademica. E tu sei mio fratello, Matteo. Tu e Aria siete le uniche persone di cui m’importa.» Annuì, poi la tensione scivolò via e si chinò per darmi un pugno sulla spalla. Glielo lasciai fare, sorridendo. «Sai bene come farmi innervosire.» «È quello che riesco a fare meglio» ribatté Matteo. Poi, in un raro momento di serietà, aggiunse: «È probabile che avrei fatto lo stesso se tu avessi insultato Gianna.» Sospirai. Avevo tentato di dimenticare che Matteo aveva chiesto la sua mano e che la loro festa di fidanzamento doveva svolgersi da lì a tre settimane. Sarebbe stato un disastro. Lo sapevano tutti, tranne Matteo. Lui credeva ancora che sposare quella rossa dispettosa sarebbe stata una fottuta avventura. Un giro in macchina fino all’inferno su un’auto rubata, senza ombra di dubbio. Mi squillò il cellulare e gemetti quando vidi che si trattava di Nina, la mia matrigna. Avevo cercato di chiamarla per dirle che avrei avuto bisogno dello yacht, ma non aveva risposto, e adesso mi stava finalmente richiamando. Provai la solita sensazione di disprezzo. Matteo lanciò un’occhiata allo schermo e si alzò. «Non salutarla da parte mia. Ti precederò, andando ad accogliere i Sottocapi e i Capitani.» Si ammirò nello specchio accanto alla porta, sistemandosi i capelli scuri finché non fu soddisfatto, prima di allontanarsi a passo rilassato. Sollevai gli occhi al cielo. Bastardo vanitoso. Come se ai miei soldati fregasse qualcosa del suo bell’aspetto. Gli squilli continuavano. Parlare con Nina e dover ascoltare i miei zii per tutta la sera... che fottuto spreco di tempo, quando avevo una splendida donna che mi aspettava a letto. Presi la chiamata. «Nina.» «Luca, caro, mi hai cercato?» Caro? Sapevamo entrambi che tra di noi non c’era mai stato alcuno spreco d’amore. L’avevo odiata dal momento in cui aveva sposato mio padre, quando avevo solo dieci anni. Qualche volta avevo quasi provato pietà per lei, quando il mio sadico genitore la picchiava, ma la cosa era finita nell’istante in cui l’avevo vista sfogare le sue frustrazioni sulle cameriere. Era il tipo di persona che ti pugnalava alle spalle, molte donne del nostro ambiente lo facevano, o perché non avevano altro modo di difendersi o per noia. Prima di conoscere Aria, avevo temuto che anche dietro il suo aspetto puro si nascondesse una brutta persona, ma lei era dannatamente perfetta, dentro e fuori. E ne ero lieto perché, se avessi avuto una donna simile a Nina al mio fianco, le cose sarebbero finite male. «Tra quattro giorni mi serve lo yacht di mio padre. Dovrai trascorrere le prossime due settimane nella nostra casa di vacanza, se non vuoi rientrare a New York» la informai. «Sto facendo il giro della costa della Sardegna. Non puoi aspettarti che ritorni in questo preciso momento, perché tu hai deciso che ti serve una vacanza» ribatté brusca. Ero stato troppo indulgente con lei dalla morte di papà, tre settimane prima. «Farai come dico, Nina. Sono il Capo, e faresti meglio a ricordare che sono figlio di mio padre, o hai forse dimenticato ciò di cui sono capace?» Silenzio. Non mi piaceva fare del male alle donne, ma, subito dopo il suo matrimonio con mio padre, l’avevo sorpresa a picchiare Matteo. Avevo solo dieci anni, ma ero già alto come lei e più forte. L’avevo afferrata per la gola e probabilmente non l’avrei lasciata andare se papà non fosse arrivato in quel momento. Nina me l’aveva letto negli occhi che ero già un assassino. Papà l’aveva pestata quasi a morte per aver sfiorato i suoi figli, anche se lui torturava in continuazione me e Matteo, per renderci più forti. Un anno dopo, avevo ucciso il mio primo uomo, e sei anni più tardi avevo schiacciato la gola a mio cugino proprio come avevo potuto schiacciarla a Nina per aver fatto del male a mio fratello, e lei lo sapeva. «Come puoi chiedermi di tornare, quando sai che sono ancora in lutto?» chiese, aggiungendo alla voce quel fastidioso tono tremolante, come se fosse sull’orlo delle lacrime, cosa che entrambi sapevamo essere una finzione. «Non mentirmi» sibilai. «Tu odiavi mio padre quanto me. Volevi ucciderlo tu stessa, perciò non fingere di essere triste per la sua morte. E non fingere che non ti stai facendo scopare di brutto da qualche aitante skipper sul dannato yacht di mio padre.» Nina si schiarì la voce. Pensava che non avessi dei contatti in Italia? Il mio prozio era il Capo della Famiglia in Sicilia e, naturalmente, uno dei miei uomini la teneva d’occhio per me. Avevo visto delle foto di lei e dello skipper ventenne, e quello che avevano fatto sul ponte non aveva niente a che vedere con il lutto. Nina aveva solo trentacinque anni, era stata obbligata a sposare mio padre all’età di diciannove, e a me non fregava niente se scopava in giro, finché non mi creava problemi. «E, Nina, io sono il Capo, posso sempre decidere che tu debba sposarti di nuovo. Ci sono abbastanza uomini nei miei ranghi con le stesse predisposizioni di mio padre.» Lei inspirò in fretta. Non avevo alcuna intenzione di farla risposare. Poco importava quanto la disprezzassi, aveva sofferto a sufficienza sotto il dominio di papà. «Puoi avere lo yacht, ma non tornerò a New York» replicò Nina con calma. «Per quel che me ne importa, puoi anche trasferirti in Italia, Nina. Non sento la tua mancanza, credimi.» Prima di riappendere, aggiunsi: «E assumi qualcuno per farlo pulire. Non voglio trovare alcuna traccia delle tue scopate, intesi?» Lei sussultò, ma non attesi la sua risposta. Dopo la telefonata con Nina, quella fottuta vacanza mi serviva proprio, ma prima dovevo sopravvivere all’incontro con i Sottocapi della Famiglia, due dei quali erano miei zii, e altri due erano i mariti delle mie zie. Uscii dal mio ufficio diretto verso l’ultima porta, sul retro dello Sphere. Entrai. Erano già tutti radunati intorno al tavolo ovale di legno. L’espressione di Matteo non lasciava presagire nulla di buono. Era stato un bene che li avessi raggiunti, altrimenti mio fratello avrebbe ucciso qualcuno. Gli uomini si alzarono, persino Matteo, perché sapeva come mantenere le apparenze, anche se non mi trattava mai da Capo quando eravamo soli; tuttavia, zio Gottardo se la prese comoda nel sollevarsi dalla sedia, con tutta probabilità era il suo modo per dimostrare che non mi rispettava. Feci loro cenno di tornare a sedersi mentre li passavo in rassegna con lo sguardo. C’era zio Ermano, il fratello più giovane di papà, che era il Sottocapo di Atlanta, e mio zio Gottardo, che governava su Washington dc a mio nome. Di fronte a loro sedeva zio Durant, che gestiva Pittsburgh ed era il marito di mia zia Criminella, e accanto a lui c’era zio Felix, marito di zia Egidia e Sottocapo di Baltimora. I Sottocapi che dirigevano Charleston, Norfolk, Boston e Philadelphia non erano imparentati con me, se non altro non in modo così diretto da essere considerati parte della famiglia. Escludendo me e Matteo, andavano tutti dalla cinquantina ai sessant’anni inoltrati. I miei zii pensavano che fossi troppo giovane per essere Capo. Non lo dicevano in modo palese, ma lo capivo dagli sguardi che si scambiavano e dall’occasionale commento provocatorio. «Abbiamo parecchio di cui discutere. So che è solo il nostro secondo incontro e che dovete abituarvi al mio modo di gestire le cose, ma sono certo che possiamo tenere a bada la minaccia russa se lavoriamo tutti insieme.» «Ai tempi di tuo padre, la Bratva non avrebbe mai osato attaccare la residenza dei Vitiello. Mostravano rispetto» intervenne Gottardo. I suoi occhi esprimevano disprezzo. Mi odiava ancora per aver schiacciato la gola a suo figlio sei anni prima, ma mio cugino aveva avuto quello che si meritava, per aver tentato di uccidere me e Matteo al fine di migliorare la sua posizione. Se fosse stato per me, mio zio avrebbe condiviso il suo stesso destino. Dubitavo ancora del fatto che lui non fosse stato coinvolto in quella faccenda. Papà aveva creduto alle sue affermazioni di innocenza per chissà quali inspiegabili motivi, ma io non mi fidavo di lui. Se fossi stato costretto a dare una dimostrazione di sangue, per impormi come Capo, avrei iniziato da zio Gottardo. «Mio padre è stato colpito alla testa da un proiettile della Bratva. In che modo questa sarebbe una manifestazione di rispetto?» domandai con voce letale mentre mi mettevo davanti al tavolo. Non mi sedetti, obbligandoli a piegare la testa all’indietro per guardarmi. Che vedessero chi controllava la città adesso, chi controllava loro. Non me ne fregava un cazzo di quel che pensavano del fatto che fossi io il Capo, a soli ventitré anni. Avrei ucciso ogni pezzo di merda nella stanza se ciò avesse significato restare al comando. Matteo mi sorrise. Quando Gottardo aveva iniziato a parlare, aveva estratto il coltello e ora se lo stava rigirando tra le mani, i piedi appoggiati sul tavolo. Lui avrebbe di sicuro apprezzato una dimostrazione di sangue. Gottardo e i miei altri zii gli lanciavano di sottecchi delle occhiate nervose. Non sarebbero mai diventati Sottocapi se non fosse stato per mio padre. Gli altri uomini, invece, si erano guadagnati quella posizione, ed erano loro quelli che dovevo convincere delle mie capacità, perché godevano del rispetto dei propri soldati. «Devi mandare loro un altro messaggio» dichiarò Gottardo brusco. Girai intorno al tavolo e mi fermai accanto alla sua sedia. Lui fece per alzarsi ma lo rispinsi giù, al suo posto. «Gli ho rimandato indietro Vitali a pezzettini, con una lettera di avvertimento attaccata al suo cazzo mozzato. Penso che abbiano ricevuto il messaggio. Il problema è se tu hai ricevuto il messaggio che io sono il tuo Capo, Gottardo.» Questi fu costretto a piegare il collo all’indietro per incrociare il mio sguardo. Poi, lanciò un’occhiata a Ermano, accanto a lui, per chiedere aiuto, quindi agli altri miei zii. Nessuno di loro fece una mossa per andargli in soccorso. «Faresti bene a rispettare chi è più vecchio di te. Forse gli altri sono troppo codardi per dirlo a voce alta, ma non saresti dovuto diventare Capo. Puoi essere forte e crudele, ma sei troppo giovane» borbottò, cercando di salvare il suo orgoglio. Matteo tolse i piedi dal tavolo, non sorrideva più. «E chi, di grazia, sarebbe dovuto diventarlo al posto mio? Tu, zio?» chiesi a voce bassa. «Dopotutto, la tua famiglia ha già cercato una volta d’impedirmi di arrivarci, e tuo figlio ha pagato il tradimento con la gola schiacciata.» Gottardo balzò in piedi, e stavolta glielo permisi. Mi arrivava solo fino al naso, perciò, se pensava di impressionarmi in quel modo, era uno stupido. «Sarebbe stato un Capo migliore di te. Io sarei un Capo migliore. Tu, al pari di tuo padre, non siete degni di questo onore.» «Su, Gottardo, adesso stai dicendo una stronzata e lo sai» bofonchiò Durant, gli occhi che guizzavano nervosi tra me e Matteo. Rivolsi a Gottardo il mio sorriso più gelido. «A me suona tanto come una rottura del giuramento. Io sono il tuo Capo.» «Io non ho mai giurato di seguirti.» Ermano afferrò suo fratello e tentò di farlo sedere, ma Gottardo oppose resistenza. «Taci, Gottardo, per l’amor di Dio. Che cosa ti è preso?» «No» sputò. «Prima Salvatore, adesso lui. Non seguirò gli ordini di qualcuno che potrebbe essere mio figlio. Se non fosse per suo padre, lui non sarebbe Capo. Ha ereditato il titolo, ma non ne è degno.» «Se non fossi della famiglia, ti avrei già tagliato la lingua a quest’ora» intervenne Matteo, avvicinandosi alle mie spalle. Avevo voglia di uccidere Gottardo sul posto, volevo schiacciargli la gola come avevo fatto con il suo dannato figlio. Ero sicuro al cento percento che, tutti quegli anni prima, era stato lui a mandarlo a uccidermi. Fissai ognuno dei miei Sottocapi. «Quanto velocemente potete convocare i vostri Capitani e i soldati per una riunione?» Mansueto, Sottocapo di Philadelphia, si alzò, appoggiandosi a un bastone. Dal suo secondo infarto, tre mesi prima, era diventato l’ombra dell’uomo che conoscevo. La sua famiglia era leale fino al midollo. Se fosse morto, sarebbero seguiti altri guai. Philadelphia era importante e suo figlio Cassio aveva solo quattro anni più di me. «Stasera. Domattina al massimo.» Gli altri uomini annuirono mostrandosi d’accordo, tutti tranne Gottardo, che mi stava osservando con sospetto, ed Ermano, che disse: «Ci vogliono almeno quindici ore in macchina per arrivare qui da Atlanta. E non so se riusciremo a farli venire tutti in aereo così in fretta. Domani mattina sarebbe meglio, se intendi coinvolgere anche i soldati.» Matteo mi lanciò un’occhiata interrogativa, ma affrontai Gottardo. «Allora domattina. Convoca tutti. Domani farò sì che ogni Uomo d’Onore della Famiglia mi presti giuramento.» Gottardo sogghignò. «Che cosa ti fa credere che lo faranno? Forse vogliono qualcun altro come Capo.» Annuii. «Permetterò a chiunque si ritenga più degno di sfidarmi. Potrai concorrere contro di me. Se otterrai il sostegno della maggioranza dei soldati, mi dimetterò.» Matteo mi guardò come se avessi perso la testa, ma sapevo che quello era l’unico modo per indurre a desistere coloro che dubitavano di me, per via della mia età. «Domani alle undici nella centrale elettrica abbandonata di Yonkers» ordinai. I miei uomini si scambiarono un’occhiata. Si trattava del luogo in cui c’era stato l’ultimo bagno di sangue nella storia della Famiglia, e la stampa lo chiamava la Strada per l’Inferno. Rivolsi un sorrisetto a Gottardo. «Buona fortuna, zio.» Girai sui tacchi e li lasciai in preda allo shock. Ne avevo abbastanza di quel fottuto incontro. Finché non avessi avuto il sostegno della Famiglia, non aveva senso discutere della Bratva. Matteo mi rincorse. «Luca, tu sei il Capo. Perché stai mettendo tutto a rischio?» «Non è quello che sto facendo» replicai. «I miei uomini mi giureranno fedeltà.» Matteo mi fermò posandomi una mano sulla spalla. «Avresti dovuto tagliare la gola a zio Gottardo. Anche così avresti zittito chi dubita. Noi non siamo il fottuto Senato o qualcosa del genere. Noi non votiamo il nostro Capo, Luca.» «Sono il Capo più giovane della storia e ho bisogno di ridurre al silenzio tutti i miei nemici. Per questa sola volta, darò loro la possibilità di parlare apertamente.» «E sei sicuro che domani sarai ancora il Capo?» domandò Matteo con calma. «Alla Famiglia serve forza, ha bisogno di una mano brutale. I miei uomini lo sanno.» E tutti sapevano che nessuno sarebbe stato in grado di gestire la vendetta con più brutalità di me. Matteo annuì, poi mi strinse la spalla. «Spero tu abbia ragione, perché in caso contrario comincerà a scorrere il sangue.» Incrociai il suo sguardo. «Non mi chinerò più davanti agli ordini di nessuno. O controllerò la East Coast oppure verrò sconfitto lottando.» «Lo so. Perciò, se le cose non andranno come previsto, dovremo aprirci la strada a colpi di pistola e fendenti di coltello. Potremmo morire entrambi e, odio doverlo dire, ma mi scoccerebbe davvero andarmene prima di aver avuto la possibilità di scopare Gianna, almeno una volta.» Scossi la testa. «Forse ti risparmierò un sacco di guai se riesco a farci uccidere.» Matteo fece un sorrisetto. «Mi piacciono i guai» ribadì, come se non lo sapessi. «Ne parlerai ad Aria?» Rimasi un istante in silenzio. Dovevo trovare un modo per tenerla al sicuro, nel caso le cose si fossero messe male. C’erano diversi uomini nei miei ranghi a cui sarebbe piaciuto mettere le mani su di lei, ma una cosa del genere non doveva accadere, mai. «No» risposi. «Non voglio che si preoccupi per me.»
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