Capitolo 2-1

2059 Parole
Capitolo 2 Aria C’era qualcosa che non andava. Lo avevo capito nel momento in cui Luca era tornato a casa, la sera prima, e i miei sospetti furono confermati il mattino seguente mentre lo osservavo indossare i foderi dei coltelli e le fondine delle pistole. Due coltelli allacciati davanti, due sulla schiena e un altro paio alla vita. Altri due alle caviglie. Luca aveva chiesto anche a me di prepararmi, ma senza spiegarmene il motivo. Non aveva voluto darmi nessun tipo di informazione, ma il giorno prima doveva essere successo qualcosa con i suoi Sottocapi, che gli aveva fatto decidere di organizzare un incontro di tutta la Famiglia. «Luca, sto cominciando a preoccuparmi» dissi piano mentre mi spazzolavo i capelli; poi deposi la spazzola sulla toeletta in camera da letto. «Non devi» replicò con voce ferma, prendendomi la mano e attirandomi al suo petto. «Sono solo iperprotettivo. Trascorrerai la mattinata con Romero. Ti terrà d’occhio.» «Io sono preoccupata per te, non per me» ribattei aggrottando la fronte. La sua espressione si ammorbidì, ma poi mi rivolse un sorrisetto. «Non è facile uccidermi.» Sussultai. «Qualcuno cercherà di ucciderti oggi?» Luca mi baciò sulle labbra, le sue braccia che mi stringevano in modo quasi doloroso prima di ritrarsi. La mia mano stretta nella sua, mi accompagnò al piano inferiore dove Romero era in attesa, sembrando in ansia quanto me. Quando mi scorse, Romero celò in fretta le proprie emozioni, ma era troppo tardi. «Luca» bisbigliai. «Che cosa sta succedendo? Pensavo si trattasse solo di un incontro con la Famiglia.» Romero e Luca si scambiarono un’occhiata, e Romero annuì, poi si spostò verso la porta d’ingresso. Luca mi prese il viso tra le mani, il suo corpo che mi nascondeva alla vista di Romero. Lo scrutai negli occhi per essere rassicurata, ma il suo sguardo non esprimeva nulla. Mi sentii afferrare dalla paura e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Forse tentava di proteggermi dalle realtà della vita della criminalità organizzata, ma io ero la figlia del Consigliere dell’Organizzazione. La mafia mi scorreva nel sangue. Conoscevo le regole, e i comportamenti di chi ne faceva parte. Un nuovo Capo significava un cambiamento al potere. Luca scosse la testa. «No» ringhiò. «Niente lacrime.» Sbattei le palpebre, facendo un respiro veloce. «Tu tornerai da me.» Era più una domanda che un’affermazione. Una cupa determinazione scese sul viso di Luca. «Sempre. Anche se per farlo sarò costretto ad annientare un migliaio di uomini.» Buon Dio. Gli credevo. Mi diede un altro bacio, poi cercò di ritrarsi, ma io rafforzai la presa intorno alla sua vita. «Aria» disse piano, ma non lo lasciai andare. Luca fece segno a Romero e, subito dopo, quest’ultimo mi afferrò per le braccia e, con dolcezza, mi staccò da lui. Dopo avermi rivolto un ultimo sguardo, Luca se ne andò. Le porte dell’ascensore si chiusero sulla sua schiena robusta. «Forza, Aria» m’invitò Romero con voce gentile, lasciandomi libera. «Dovremmo andare anche noi.» «È nei guai? Per il fatto che è un Capo giovane?» Romero scosse la testa. «Luca non vuole che tu conosca i dettagli. Non cercare risposte che non posso darti.» LUCA La centrale elettrica di Yonkers, con la sua facciata di mattoni rossastri, si profilava minacciosa accanto al fiume Hudson, una reliquia pericolante del passato... come i miei zii. «La Strada per l’Inferno» mormorò Matteo sottovoce mentre parcheggiavamo vicino all’entrata. I dintorni trascurati della centrale erano affollati da decine di auto. Strada per l’Inferno... La stampa le aveva dato quel nome in anni recenti, a causa delle guerre tra bande, ma l’ultimo vero bagno di sangue era stato orchestrato dalla Famiglia e, forse, quel giorno ne sarebbe seguito un altro. In quel momento, Romero stava portando Aria in giro per la città. Non volevo che si trovasse nell’attico o nella residenza, se la situazione fosse degenerata. Se io e Matteo fossimo morti, Romero l’avrebbe riaccompagnata a Chicago. L’Organizzazione l’avrebbe protetta. Le due ciminiere svettavano nel cielo come canne di fucile. Se fosse andato tutto per il verso giusto, le pistole che portavo fissate al petto non sarebbero entrate in azione. Matteo e io superammo i cancelli cigolanti, le inferriate consumate dalla ruggine, ed entrammo nell’atrio principale dell’edificio alto come una cattedrale. Centinaia di uomini voltarono la testa verso di me mentre passavo davanti a loro. La prima fila era occupata dai soldati di New York e Boston, soldati con cui avevo lavorato regolarmente nel corso degli anni, ma nelle file alle loro spalle scorsi molti volti meno familiari: soldati di Washington e Atlanta, di Cleveland e Philadelphia, e di altre città della East Cost sotto il mio comando. Alcuni di loro non mi avevano mai incontrato di persona, avevano solo sentito storie e visto foto sui giornali. Un mormorio salì da loro mentre mi osservavano. Per l’occasione non avevo scelto un completo tre pezzi, come mio padre e i Capi prima di lui avrebbero fatto. Indossavo una camicia grigio scuro attillata, con le maniche rimboccate che mettevano in mostra i muscoli per cui mi ero duramente allenato. Per il mio discorso, non scelsi una delle piattaforme elevate da cui si godeva di una vista strabiliante dell’atrio. La distanza avrebbe diminuito l’effetto che la mia altezza aveva sulle persone. Volevo che i miei uomini mi vedessero da vicino, soprattutto quelli a cui non era mai capitato. Saltai su una bassa piattaforma in cemento, con i resti di bulloni arrugginiti, prima di girarmi verso la Famiglia riunita. Matteo rimase in disparte da un lato. Se fosse salito lì con me, la sua presenza avrebbe suggerito che avevo bisogno del suo sostegno, ma quel giorno dovevo mostrare che potevo gestire tutto da solo. Alzai una mano e, all’istante, i miei uomini tacquero. Davanti a tutti, Gottardo mi fulminò con uno sguardo da cui trapelava malcelato disprezzo. «Grazie per aver obbedito alla mia convocazione» tuonai. «So che i Capi prima di me non hanno mai indetto un incontro di queste proporzioni, ma i tempi stanno cambiando e se da una parte siamo legati alle nostre regole e tradizioni, che io ho sempre onorato, dall’altra alcune cose devono essere modificate. Dobbiamo adattarci in modo che la Famiglia rimanga forte, così saremo in grado di affrontare le minacce future e uscirne più potenti.» La maggior parte dei soldati più giovani annuì e persino molti di quelli più anziani, ma alcune facce rimasero scettiche, tra cui quelle dei miei zii Gottardo ed Ermano. «Come mio segno di rispetto verso tutti voi, ho convocato questa riunione in modo che possiate dare voce alle vostre preoccupazioni prima di giurarmi fedeltà.» Mormorii sorpresi. Feci un cenno a Gottardo, che si raddrizzò immediatamente. «Per mostrarvi che parlo sul serio, ora darò la parola a uno dei miei oppositori, mio zio Gottardo Vitiello, Sottocapo della Famiglia di Atlanta. Alcuni di voi potrebbero aver sentito parlare di lui.» Non resistetti a piazzare quella frecciata. Gottardo era sempre stato più parole che azioni. Dubitavo che molti di loro lo avessero mai visto fuori dal suo ufficio. Gottardo si fece avanti e salì sulla piattaforma con una certa difficoltà. Era passato un po’ di tempo dal suo ultimo scontro fisico, come attestava la pancetta che gli s’intravedeva sotto il completo. Mi rivolse un cenno di ringraziamento pressoché inesistente e, ancora una volta, mi chiesi se non sarebbe stato meglio seguire il consiglio di Matteo e tagliargli la gola, ma Gottardo faceva parte della famiglia e io, se non altro, dovevo fingere che me ne importasse qualcosa. Gottardo si schiarì la voce e spalancò le braccia. «Non intendo mancare di rispetto. Chiunque mi conosca, sa che per me tutto verte sul rispetto» iniziò e dovetti trattenermi dall’alzare gli occhi al cielo. Per lui tutto ruotava sul parlar male delle persone alle loro spalle. Cosa che non aveva niente a che fare con il rispetto. «Ma alcune cose devono essere dette per il bene della Famiglia. Abbiamo bisogno di una mano forte, una mano esperta per guidarci. Luca è forte, ma troppo giovane, troppo inesperto.» Si sollevarono alcuni bisbigli meravigliati. La mia espressione non tradì nulla. Se i miei uomini avessero pensato che le parole di Gottardo potevano avere qualche effetto su di me, avrebbero potuto considerarle vere. «Disponiamo di numerosi Sottocapi con decine di anni di esperienza. Uno di loro potrebbe essere Capo finché Luca non sarà più grande.» Stronzate del cazzo. Non appena mi fossi dimesso, Gottardo, i miei altri zii e i loro figli si sarebbero assicurati di tagliarmi fuori per sempre, probabilmente piantandomi un pugnale nella schiena. Sollevai di nuovo la mano, l’espressione dura come l’acciaio. «Qual è il nome che ispira rispetto nell’Organizzazione? Di chi la Bratva teme la vendetta quando valutano se attaccarci? Sono membro della Famiglia da dodici anni. Ho ucciso quasi duecento nemici. È il mio nome che viene bisbigliato con paura. La Morsa. Mi temono perché le mie azioni parlano più forte della mia età, perché sono capace di fare ciò che deve essere fatto, per quanto violento, pericoloso o spietato. Tu sei più grande, zio Gottardo, è vero, ma a quanti scontri hai preso parte, quanti uomini hai torturato, quanti nemici hai ucciso? Tu sei vecchio. Ed è quello che oggi ti salva. Non ti ucciderò per aver parlato contro il tuo Capo, perché io rispetto gli anziani. Li rispetto finché loro rispettano me, perciò la prossima volta che prenderai in considerazione l’idea di ribellarti, né la tua età né il tuo status di zio m’impediranno di piantarti un coltello nel cuore.» Mi concentrai sulle centinaia di uomini sotto di me. «Coloro che hanno combattuto al mio fianco sanno perché io sono il Capo di cui la Famiglia ha bisogno, in questo momento. So come combattere, diversamente da molti Capi del passato, che passavano il loro tempo nascosti dietro una scrivania e al riparo delle loro guardie del corpo. Ma so anche agire con diplomazia, come la mia unione con la figlia di Rocco Scuderi dovrebbe aver dimostrato.» «Non vogliamo la troia dell’Organizzazione nella Famiglia» urlò una profonda voce maschile. Girai lo sguardo nella direzione da cui era arrivato il grido. Matteo mi rivolse il suo sorriso storto del cazzo. Strada per l’Inferno. Quella sera sarebbe stato versato del sangue. «Chi ha parlato?» domandai. Alcune persone alla mia destra si spostarono. Mi focalizzai su di loro. Un idiota alto che non conoscevo, probabilmente uno degli uomini di Gottardo, incrociò il mio sguardo. «Chi?» ruggii. «Io» ammise quello con voce ferma. Saltai giù dalla piattaforma e avanzai verso di lui tra la folla che si apriva. Matteo mi seguì da vicino. I miei uomini mi guardavano con rispetto e ammirazione. La maggior parte di loro era molto più bassa di me e, mentre mi fermavo davanti allo stronzo che aveva parlato male di Aria, anche lui dovette piegare un po’ la testa all’indietro, sebbene fosse alto un metro e novanta. Sapevo l’impressione che facevo alla maggior parte della gente: il Diavolo asceso dall’Inferno. «Preferisco conoscere il nome degli uomini che uccido. Allora, come ti chiami?» «Giovanni» rispose, cercando di non scomporsi, ma senza riuscirci. Aveva il labbro superiore imperlato di sudore e la mano appoggiata alla pistola che teneva in vita. «Giovanni» iniziai con la mia voce più letale, avvicinandomi ancora di più, comunicandogli con lo sguardo quello che lo aspettava. Lui arretrò di un passo, uno solo, ma lo videro tutti. Il mio sorriso si allargò. «Come hai chiamato mia moglie?» I suoi occhi guizzarono intorno. «È stata il pagamento per la tregua. È una troia» ripeté, aggiungendo subito dopo: «Non sono l’unico a pensarla così.» «Davvero?» domandai, lasciando che il mio sguardo furioso scivolasse sugli uomini che ci circondavano, per la maggior parte soldati di Gottardo. Nessuno di loro confermò quello che Giovanni aveva dichiarato, ma riuscivo a immaginarmi quello che Gottardo aveva detto loro. «Forse ti aiuteranno, Giovanni. Spero che alcuni lo facciano, così potrò fare a pezzi anche loro.» Giovanni sussultò, le dita che si avvolgevano intorno all’impugnatura della pistola. La mia mano guizzò in avanti, stringendosi intorno alla sua gola, e lo sbattei a terra, piantandogli il ginocchio sul petto per tenerlo giù. Stava soffocando sotto la mia stretta che gli toglieva l’ossigeno. Sostenni il suo sguardo, godendomi il panico nei suoi occhi mentre combatteva contro la morte. La sua lotta si fece spasmodica mentre s’inarcava e si torceva, ma non allentai la presa. Tesi l’altra mano a Matteo. «Coltello.»
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