Avevo i miei, ma mi ci sarebbe voluto uno sforzo considerevole per liberarne uno dal polpaccio o dal fodero sulla schiena, con quel pezzo di merda che si contorceva sotto di me. Matteo mi passò il suo coltello per scuoiare, dalla lama in carbonio corta e affilata, fatta per penetrare nella carne come burro. Giovanni sgranò gli occhi, per il terrore e per la mancanza di ossigeno.
Poco prima che perdesse conoscenza, gli lasciai andare la gola e lui spalancò la bocca per inghiottire dell’aria. Gli incastrai la mano tra le mascelle per tenergli la bocca aperta, poi abbassai il coltello sulla sua lingua. Lui mi morse, urlando con voce roca, ma la lama si aprì un varco nella carne. Il dolore mi guizzò lungo le dita, ma avevo sofferto di peggio. Lasciai cadere il coltello, gli afferrai il moncone di lingua, poi glielo strappai via con uno strattone violento. Rovesciò gli occhi all’indietro mentre la bocca gli si riempiva di sangue. Si capovolse di lato, contraendosi. Sarebbe morto presto per l’emorragia, oppure soffocato dal suo stesso sangue.
Con la lingua viscida ancora in mano, camminai in cerchio per mostrare ai miei uomini che li osservavo tutti, poi gettai a terra quel pezzo di carne inutile prima di tornare davanti alla piattaforma, la mano e l’avambraccio coperti di sangue. Saltai sulla piattaforma e fronteggiai la folla, senza preoccuparmi di pulirmi. Che vedessero pure il sangue! La maggior parte degli occhi, però, era puntata sul mio viso, e un rispetto sbalordito distorceva i loro tratti. «Mia moglie è una donna onorevole, la mia donna, e ucciderò chiunque osi mancarle di rispetto.» Speravo che quello avrebbe chiuso la faccenda una volta per tutte.
Matteo mi rivolse un sorrisetto mentre afferrava il coltello che avevo lasciato cadere. Gli feci un cenno e lui disse a voce alta: «Ora che abbiamo sistemato la lingua ribelle di Giovanni, è ora di giurare lealtà al vostro Capo. Quelli di voi che ancora pensano che Luca non sia degno di essere Capo possono fare un passo avanti e non pronunciare il giuramento. Sta a voi.» Mostrò loro i denti pulendosi la lama nella gamba dei pantaloni.
Nessuno fece un passo avanti e quando Matteo si appoggiò il palmo sul cuore e iniziò a recitare le parole del nostro giuramento, la folla intonò la promessa con una sola voce. Nato nel sangue, giurato nel sangue. Respirai profondamente, osservando i miei uomini che mi fissavano. Per il momento, avevo messo a tacere le critiche, avevo ridotto al silenzio i miei avversari, spaventandoli, ma non sarebbero rimasti sempre così. Tuttavia, quel giorno, ero il Capo, un Capo più forte di quanto fosse stato mio padre, perché avevo dato ai miei soldati la sensazione di avermi scelto. Quando più tardi scesi dalla piattaforma, presi la salvietta che Matteo mi tendeva per pulirmi, prima di accettare le congratulazioni dei miei soldati e stringere loro la mano.
I miei uomini cercavano la mia vicinanza, in particolare quelli che non mi avevano mai incontrato prima. Avevano solo sentito parlare di me e in quella occasione potevano parlare con me. Diedi loro quello che stavano cercando. Parlai, ascoltai, offrii pacche sulle spalle.
Più tardi, mi si avvicinò Mansueto, Sottocapo di Philadelphia, sostenendosi al bastone, con il figlio Cassio che torreggiava su di lui. Strinsi la mano a Mansueto, poi a Cassio. «Tua moglie porta luce e splendore a New York. Nei miei quasi settant’anni, non ho mai visto una bellezza pari alla sua. Tregua o meno, sei fortunato ad averla nel tuo letto.»
M’irrigidii.
«Padre» disse Cassio, per metterlo in guardia, rivolgendomi uno sguardo di scuse.
Mansueto mi sorrise e annuì. «Protettivo, come è giusto che tu sia. Sono un uomo anziano. Non fate caso a me.»
Sapevo che Aria era bella. Se fosse nata nel passato, sarebbe stata una regina, data a un re per il suo splendore, e anche ai giorni nostri lei era fatta per il palcoscenico, per essere ammirata. Sarebbe stata il sogno erotico di milioni di teenager, avrebbe popolato le fantasie di milioni di uomini sposati, incapaci di venire guardando le loro mogli... se non fosse stata mia moglie. Ma io ero uno stronzo possessivo, e per questo lei sarebbe stata sempre solo mia. Ogni suo centimetro.
«So che oggi non è un buon momento, ma ho bisogno di discutere della mia successione con te» riprese Mansueto.
Cassio strinse le labbra. «Non morirai oggi, papà.»
«Ma forse domani» replicò Mansueto.
Posai lo sguardo su Cassio. «Tu prenderai il posto di tuo padre.»
Cassio chinò la testa. «Se darai il tuo assenso. Sono giovane.»
Sorrisi. «Non quanto me. La Famiglia ha bisogno di sangue giovane.» Mi voltai verso Mansueto. «Senza offesa.»
«Nessuna offesa. Ci sono delle forze all’interno della Famiglia che ci stanno ostacolando. Ma ho fiducia nelle tue capacità di estirpare il problema alla radice.»
Gli occhi di Mansueto si spostarono al centro dell’atrio, dove Giovanni era morto dissanguato. Nessuno era andato in suo aiuto. «Lo farò.»
ARIA
Romero e io stavamo girando per New York da quasi due ore. Stavo cominciando a sentirmi irrequieta e, con il passare del tempo, la presa di Romero sul volante si era fatta sempre più rigida. Non si trattava di una semplice riunione della Famiglia, o Luca non avrebbe predisposto tutte quelle precauzioni. Mentre attraversavamo il traffico, il mio sguardo fu attratto dal Flatiron Building, nel tentativo di distrarmi dal panico crescente... invano.
«Luca è forte, Aria» mi rassicurò di nuovo Romero, ma le sue parole non placarono le mie paure. Era riuscito a scompigliarsi completamente i capelli, passandoci così spesso la mano che quel lampante segno di nervosismo mi rendeva ancora più irrequieta.
Due ore.
E se non fosse tornato da me?
Il cellulare di Romero trillò e lui lo tirò fuori, gli occhi che guizzarono verso lo schermo prima di tornare al parabrezza, la tensione che lo abbandonava. Sorrise. «È tutto a posto. Possiamo tornare a casa.»
Mi afflosciai sul sedile, premendomi una mano sulle labbra mentre chiudevo gli occhi per tenere a bada le lacrime di sollievo. Quando li riaprii, Romero mi stava osservando con un pizzico di sorpresa, ma poi tornò a voltarsi verso il volante.
«Perché?» gli domandai calma. «Perché sei stupito?»
«Pochi pensavano che saresti riuscita a gestire bene il tuo matrimonio con Luca. Molti sono ancora convinti che festeggeresti la sua morte» rispose con cautela.
«E tu, che cosa pensi?» chiesi.
Romero si strinse nelle spalle.
«Romero, credo di meritarmi la verità.»
«Quando ti ho visto, per la prima volta, avevi solo quindici anni, e ho provato pietà per te. Non fraintendermi. Rispetto Luca più di chiunque altro. È il mio Capo, ma sono anni che combatto al suo fianco. So che cosa questa vita fa alle persone, ho visto quello che Salvatore Vitiello ha fatto a Luca e Matteo. Luca è nato ed è stato cresciuto per essere Capo.»
«So che cos’è» dichiarai con fermezza. «E lo amo.»
Romero mi rivolse un piccolo sorriso, gli occhi castani gentili. «Lo so. Quando ti sei presa quella pallottola per lui è apparso evidente, ma qualche volta mi sorprende ancora.»
«Sorprende anche me» ammisi con una risatina, perché pochi mesi prima pensavo ancora che diventare una giovane vedova sarebbe stata la cosa migliore che mi potesse capitare.
«Farà qualsiasi cosa per te, lo sai?»
Aggrottai la fronte. «Non se ciò significasse danneggiare la Famiglia.»
Le labbra di Romero si piegarono in un sorriso ironico, ma non disse nulla.
L’oscurità era in agguato negli occhi di Luca quando, nel tardo pomeriggio, rientrò dall’incontro con la Famiglia. Stavo leggendo una rivista di viaggi che parlava del Sud d’Italia, sdraiata sul divano del salotto, ma corsi da lui nell’istante in cui Romero scomparve in ascensore, gettandogli le braccia intorno alla vita, e sprofondandogli la testa nel petto. Sentii odore di sangue ma, al di sotto, percepii il rassicurante profumo muschiato di Luca. Questi mi tenne stretta per un po’ finché non mi ritrassi per guardarlo in viso.
«Stai bene?» gli domandai, senza fiato.
Lui non rispose, limitandosi ad accarezzarmi i capelli. Sorridendo, gli afferrai la mano e me la portai alle labbra, baciandogli le nocche. Quando mi staccai, notai il sangue secco che gli si era raccolto nelle pieghe sottili delle dita. M’irrigidii prima di riuscire a controllare la mia reazione. Avevo già visto del sangue in precedenza. Sulle camicie e sul corpo di Luca e su ogni centimetro del pavimento della residenza, dopo l’attacco della Bratva, ma quella volta mi colse di sorpresa.
Luca fece una smorfia e ritirò la mano.
Lo scrutai negli occhi. «Che cosa è successo?» Quando fu chiaro che era riluttante a dirmelo, gli afferrai di nuovo la mano per mostrargli che un po’ di sangue non mi infastidiva e mi avvicinai ulteriormente a lui. «Ti prego, dimmelo. Puoi fidarti di me.»
«Non voglio contaminarti con gli orrori della mia vita.»
«I tuoi orrori non mi spaventano. Sono qui per aiutarti a gestirli.»
Luca non sembrava convinto, ma rispose comunque. «Oggi, all’incontro, ho dovuto dare una dimostrazione di sangue.»
«Una dimostrazione di sangue» ripetei. Avevo già sentito quella definizione. «Hai ucciso uno dei tuoi soldati?»
Lui sollevò l’altra mano e mi accarezzò lungo la guancia fino alla gola, poi sulla spalla. «Così innocente» bisbigliò cupo.
Strinsi le labbra. «Non più tanto innocente, grazie a te.» Intendevo da un punto di vista sessuale, per alleggerire l’atmosfera, ma Luca annuì, lo sguardo attraversato da un baluginio di rimorso.
«Ricordo ancora la prima volta che ti ho visto. Cazzo, eri una bambina.»
«Non ero così piccola, Luca» lo contraddissi. «E tu hai solo cinque anni più di me. Lo fai sembrare come se fossi un vecchio maniaco.»
«Persino il giorno del nostro matrimonio avevi ancora quell’innocenza infantile. Eri stata custodita, protetta. Eri pura e io ero tutto, tranne quello. Forse non sono molto più grande di te, ma ho fatto così tanto, visto così tanto.»
Non capivo se stesse parlando delle cose che aveva fatto come Uomo d’Onore o come scapolo ambito. Sapevo che era stato con molte donne. Uno sguardo a quotidiani e riviste bastava per dedurlo con chiarezza. E non ero certa di dove volesse andare a parare con quelle parole. «Non mi sei mai sembrato infastidito dalla mia mancanza di esperienza.»
«È così. Sai quanto io sia possessivo. Avrei dovuto uccidere tutti gli uomini con cui eri stata in passato, perciò è una buona cosa che io sia stato l’unico.»
Emisi un sospiro esasperato, ma riuscivo a percepire che il suo umore stava migliorando. «Con quante donne sei andato a letto? La tua prima volta è stata a tredici anni, perciò hai avuto a disposizione dieci anni prima che ci sposassimo.» Era da un po’ che me lo chiedevo, anche se non ero sicura di voler conoscere la risposta, ma sapevo che avrebbe distratto Luca da qualsiasi demone l’incontro avesse risvegliato.
L’espressione di Luca si chiuse. «Non è importante. Fa parte del passato.»
«Ma mi piacerebbe saperlo.»
«Non ha importanza che prima di te ce ne siano state cento o mille, perché adesso ci sei solo tu, Aria» replicò Luca con fermezza.
Sospirai. Forse aveva ragione, ma non potevo lasciar perdere così facilmente. «Mille?» ribattei subito, spalancando gli occhi.
Lui sorrise. «Bel tentativo. Diciamo solo che mi sono preso tutto quello che potevo.»
«E hai preso tanto» conclusi.
«Non è importante» mormorò prima di baciarmi. Sapevo che non avrebbe dovuto esserlo, ma non potei fare a meno di chiedermi se un uomo che era abituato a stare con così tante donne potesse accontentarsi di una sola, in particolare una che aveva imparato da lui tutto quello che sapeva sul sesso.