Capitolo 1: Sinaloa brucia
Camila Reyes
La luce cruda del neon vibra contro lo sporco del soffitto. Una lampadina fulminata oscilla sopra il corpo mutilato. Il sangue si allarga lentamente sul pavimento di cemento, inzuppando la polvere, le ceneri, i resti di uno scontro che non è mai stato equo.
Sono lì. Immobile.
Il cuore calmo.
La mascella serrata.
E gli occhi fissi su ciò che resta di un agente federale. Si chiamava Torres. Era il mio superiore. Il mio compagno di squadra. Il mio amico. L'unico che sapeva ancora pronunciare il mio vero nome senza tremare.
È bastato un ordine. Un'ora troppo tardi.
Una chiamata interrotta.
Un appuntamento sbagliato.
Una trappola.
E ora devo andare avanti. Mimetizzarmi. Mentire. Respirare. Non scoppiare.
Tre settimane prima, ero ancora un'agente. Ufficialmente.
Ispettrice Camila Reyes, sezione infiltrati della FGR – Fiscalía General de la República.
Conducevo operazioni contro i cartelli nei sobborghi marci di Monterrey, con obiettivi semplici: osservare, trasmettere, sopravvivere.
Poi è caduto un nome.
Cristóbal Vargas.
Figlio del barone Hector Vargas, scomparso da due anni. Troppo silenzioso per essere innocente. Troppo discreto per essere inoffensivo.
Cristóbal aveva ripreso le redini di un territorio abbandonato. In pochi mesi aveva ricostruito, esteso, mutilato i suoi rivali. Aveva iniettato un veleno nuovo nelle vene di Sinaloa: il caos pulito.
Niente errori per strada. Niente cadaveri visibili. Ma le voci parlavano di cantine piene, di pozzi colmi, di corpi che non venivano mai ritrovati.
La FGR voleva un occhio all'interno.
Torres ha scelto me.
«Hai il profilo. La voce. Lo sguardo. Puoi sedurlo, intrappolarlo, farlo sanguinare.»
Ho detto sì.
Non per la gloria.
Per la verità. Per le ragazze che seppelliscono senza nome. Per quelle che vendono sul retro di locali chiusi. Per mia sorella. Per tutte le voci che hanno fatto tacere.
Mi sono bruciata i capelli.
Tinta la pelle più scura.
Imparato a cantare con lascivia.
A ballare. A mentire senza tremare.
Ho ucciso Camila Reyes in una stanza d'albergo a Culiacán.
E ho fatto nascere Isabela Morales.
Ho ripetuto ogni sera, da sola, davanti a uno specchio sporco.
Sorriso senza gioia. Battere le ciglia senza sussultare.
Ho imparato a camminare come una preda che vuole essere cacciata.
Sinaloa non è un territorio: è un mostro.
Un ventre aperto sulle viscere di un paese che sanguina.
Un inferno a cielo aperto.
E io entro nella sua gola.
Lo chiamano El Infierno.
Un nightclub, un crocevia, una facciata.
Dietro le sue mura vibrano droga, armi, ragazze.
Dietro le sue tende si ride, si urla, si muore.
La facciata di un impero che si espande più velocemente di quanto il paese possa contenerlo.
L'autista mi lascia all'ingresso. Una Chevrolet nera con vetri oscurati.
Sul sedile posteriore c'era un sacco.
Dentro: vestiti troppo corti, troppo stretti, una rivoltella senza caricatore e manette. Regalo di benvenuto.
Due uomini armati mi aprono la porta. Uno di loro ha le mani coperte di sangue. Non si nasconde neppure.
Mi sorride.
— Stasera appartieni a El Infierno, dice.
Sorrido anch'io.
Non sanno che sarò io a dare fuoco a tutto.
Entro nell'antro.
Musica. Fumo. Sudore. Sesso. Polvere.
I muri trasudano paura e denaro. I neon rossi creano l'illusione di un bordello chic, ma ogni dettaglio puzza di morte.
Ragazze truccate fino all'annullamento mi guardano passare.
Nessuna parla. Hanno tutte già capito.
Una mano scivola sul mio fianco.
Uno scoppio di risate.
Continuo ad avanzare, testa alta, mento fiero.
Devo sedurre. Essere bella. Essere docile.
Ma non sono né l'una né l'altra.
Sono un paletto nel cuore di questo cartello.
Cristóbal Vargas entra nella stanza come uno schiaffo.
È giovane. Troppo.
Bello. Troppo.
E i suoi occhi… mio Dio.
Occhi di ossidiana. Nessuna luce li attraversa.
Nessun bagliore di umanità.
Lo so già.
È lui.
Il mio bersaglio.
Il figlio del diavolo.
Si china su un uomo legato a una sedia.
Il tipo singhiozza. Supplica. Si piscia addosso.
Cristóbal afferra un coltello. Lentamente. Molto lentamente.
Il silenzio si addensa.
Parla a bassa voce. Non capisco tutto.
Ma colgo l'essenziale.
— Hai parlato.
— No… no, señor… io…
— Hai parlato.
Poi taglia.
Un urlo squarcia l'aria.
Il suono di un uomo che perde la lingua. Letteralmente.
Il sangue schizza a spruzzo sul pavimento, sugli stivali di Cristóbal, sulle sue dita.
Non ho il diritto di distogliere lo sguardo.
Devo osservare. Analizzare. Resistere.
Cristóbal si volta.
I nostri sguardi si incrociano.
Il suo sorriso è lento. Devastante. Inquietante.
Un brivido mi attraversa, violento. Non paura. Non solo.
Un allarme. Un urto d'istinto. L'ombra di un desiderio? No. Non ora. Non lui.
Si avvicina a me.
Appoggia la mano coperta di sangue sulla mia guancia.
— Stasera canterai, Isabela.
— Se vuoi, señor.
Si bagna le labbra.
— E se mi piacerai… canterai per me… nuda.
Il mio cuore batte più forte.
Non per la paura.
No.
Per quel brivido strano.
Quel brivido proibito. Quello che sorge quando il nemico diventa troppo reale, troppo vicino, troppo umano.
La notte avanza.
Canto. La mia voce trema un po', ma resisto.
Gli uomini ballano, le armi spuntano dalle cinture, le ragazze ridono con bocche morte.
Cristóbal non mi toglie gli occhi di dosso.
Bevono mezcal. Fuma.
Mi guarda come se sapesse.
Come se già indovinasse.
Come se leggesse dietro Isabela.
Fa chiamare una ragazza. Una ballerina.
Le ordina di ballare nuda. Poi di mettersi in ginocchio.
Uno sparo secco.
Lei crolla.
Una macchia rossa sulla fronte.
Silenzio.
Non gli è piaciuto il modo in cui lo guardava.
La folla non si è mossa.
Nessuno urla.
Nessuno piange.
Solo un'altra serata a El Infierno.
Rimango dritta.
Canto.
Sorrido.
E faccio un voto.
Che un giorno, quel demone mi supplichi in ginocchio…
Prima che io stesso lo abbatta.
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