Prologo - Sarah
Prologo
SarahEra seduta di fronte allo scrittoio del piccolo camerino e, guardandosi intensamente, non riuscì a riconoscere la figura riflessa nello specchio.
Dopo tutto ciò che era successo, avrebbe potuto fingere che ogni cosa stesse andando esattamente com’era previsto. Eppure, una lunga e dilaniante sensazione dentro, proprio alla bocca dello stomaco, continuava a farla sentire una vera schifezza. Aveva i capelli legati in un elegante chignon, il trucco era perfettamente a posto, peccato per le lacrime che lo avevano sbavato un poco, pensò lei. Avrebbe potuto considerarsi bellissima, felice ed entusiasta di ciò che l’aspettava fuori da quella stanza, tuttavia dentro si sentiva esattamente l’opposto. Il suo lungo abito bianco era l’ennesima prova che le decisioni che stava prendendo non erano, in effetti, le sue; difatti, sua madre l’aveva scelto per lei, compresa l’organizzazione dell’intera cerimonia, con tanto di banchetto che avrebbe seguito le nozze, dopo le promesse che gli sposi si sarebbero scambiati. Si guardò le mani e notò come le unghie apparivano di un look troppo impersonale perché potesse definirlo il suo: erano di un rosso sporco e finto, tanto quanto si sentiva lei, in quel momento. Charlie, una volta, le aveva detto che ogni donna di classe lo portava così, e lei, alla fine, aveva acconsentito a metterlo. In quell’istante, le tornarono in mente le parole di Mitch, di quanto le donasse invece uno smalto color pesca, magari un po’ grattato via; le dava un look sbarazzino, le aveva detto, ma quel colore in particolare rispecchiava anche tutta la sua dolcezza, esattamente come il frutto dal succo dolce e delicato. In fondo, rifletté lei, quando nella sua intera esistenza era riuscita a prendere una decisione che non riflettesse le aspettative di qualcun altro?
La porta alle sue spalle si aprì, e sua madre entrò. Lei riuscì a scorgere lo sguardo meravigliato della donna attraverso lo specchio che aveva di fronte. Aveva un grosso sorriso, e per l’ennesima volta stava cercando di ricacciare indietro le lacrime. Gliene sfuggì qualcuna, però.
«Mio Dio, tesoro. Sei fantastica!».
Quelle parole erano sincere, e sapeva quanto sua madre avesse sognato il giorno del suo matrimonio, fin dal momento in cui era nata. Del resto, quale madre non sognerebbe di vedere la propria figlia maggiore con indosso l’abito nuziale? Sua madre avrebbe avuto questa fortuna almeno tre volte, dopo di lei. Questo, ovviamente, se Caroline, Christine e Sofia avessero preso la sua stessa decisione: ovvero, quella di essere infelici per tutta la vita.
Quei pensieri le fecero salire ancora le lacrime, ma le ricacciò nuovamente indietro, facendo sì che sul suo volto si formasse uno sguardo duro, più di quello che dovrebbe avere una ragazza il giorno del suo matrimonio.
Sua madre se ne accorse. Come ogni madre che si rispetti, d’altronde, aveva la capacità di leggerle dentro, e aveva avuto da sempre questo dono di intuire al volo quando qualcosa non andava in ognuna delle sue figlie. Quando Sofia, la più piccola, era caduta dall’altalena e si era sbucciata entrambe le ginocchia, un giorno che erano andati via per il weekend per fare un picnic con tutta la famiglia, sua madre, mentre era impegnata a mettere la tovaglia lungo il tavolo di quell’immenso parco e a disporre tutte le cibarie, era riuscita a percepire all’istante che qualcosa non andava. Infatti, Christine era tornata poco dopo con Sofia in braccio che piangeva, per via delle ginocchia sbucciate in seguito alla caduta dall’altalena. Da quel giorno, Sarah aveva capito la forte connessione che poteva esserci fra un genitore e un figlio. Esattamente come in quel momento.
Sua madre doveva aver percepito qualcosa, anche se lei era sempre stata piuttosto brava a nascondere ciò che provava realmente. Non perché le piacesse farlo, ma suo padre, essendo lei la maggiore, le aveva sempre insegnato a essere forte, e Sarah era cresciuta con quel senso di responsabilità verso le sorelle più piccole. Lei era la più grande, quindi doveva essere forte. Con sua madre, però, quei trucchi funzionavano ben poco. Difatti, le si avvicinò, mentre lei rimase seduta su quella sedia di legno, di fronte all’enorme specchio, sulla quale aveva passato gli ultimi quaranta minuti buoni. Sua madre le appoggiò le mani sulle spalle, e cominciò ad accarezzarle il collo, un gesto che fin da piccola l’aveva sempre fatta sentire al sicuro e protetta.
«Cosa c’è che non va, tesoro?» chiese sua madre, corrugando appena la fronte.
Lei non rispose subito, non sapendo se dirle la verità oppure per l’ennesima volta mentire.
A ogni modo, qualsiasi cosa avesse fatto, non sarebbe comunque servita a niente; ormai era tardi per tornare indietro. Forse, proprio per questo motivo, per una volta nella vita, tirò fuori il coraggio e disse tutta la verità.
«Mamma, non so se sto prendendo la decisione giusta» buttò fuori d’un fiato.
Rimase a osservare una qualche reazione da parte di sua madre, ma la donna non fece una piega.
«È un passo importante ed è normale che tu abbia paura» disse sua madre, con un sorriso comprensivo.
Era vero, la paura era molta, ma per quanto fosse grande, Sarah sapeva che non riguardava né Charlie né il matrimonio. Aveva paura di qualcos’altro, malgrado non fosse sicura di poterlo dire a sua madre.
Come se le avesse letto nel pensiero, la donna la guardò intensamente con un sorriso aperto e rassicurante.
«Avanti, tesoro. Dimmi cosa ti preoccupa».
Cosa la preoccupava? si domandò lei, ripetendo la domanda nella sua testa. La preoccupava il fatto di non avere preso una decisione giusta nella vita, che non avesse mai, neanche una volta, preso le decisioni per conto suo; e adesso la spaventava questo, e continuava a chiedersi come si potesse decidere di sposare qualcuno che nemmeno si era sicuri di amare. Era quasi certa di aver sempre acconsentito alle scelte di qualcun altro, alle aspettative altrui, e di non aver mai deciso di testa sua.
C’era stato però un periodo in cui questo era successo, poco tempo prima, quando era andata in un piccolo paesino di nome Fortsyth, dove aveva passato tutta l’estate. Laggiù, lei era stata finalmente se stessa, e aveva capito cosa significavano il sacrificio, la compassione, cosa volesse dire crescere e prendere decisioni proprie. Lì, Sarah aveva sentito di aver trovato finalmente se stessa, e non la caricatura sfocata di qualcun altro o un ruolo che aveva interpretato per tutta la vita.
«C’entra per caso il viaggio che hai fatto in quel piccolo paesino sperduto insieme ai tuoi amici, bambina mia?» chiese, improvvisamente, sua madre.
Come volevasi dimostrare: avrebbe potuto fingere con chiunque, ma non con sua madre.
Lei impiegò ancora un istante, ma alla fine disse: «Sì».
Sua madre, ora, sembrava più perplessa, ma continuò a guardarla negli occhi attraverso lo specchio.
Non aveva mai saputo nulla di tutto quello che era successo a Fortsyth, e Sarah, forse, non lo avrebbe mai raccontato a nessuno. Fatto sta che quei due mesi e mezzo trascorsi nel piccolo paesino erano stati i più intensi della sua vita e non li avrebbe mai dimenticati. Il pensiero di Mitch le balzò ancora una volta in testa, ma ormai era diventato normale che succedesse, fin da quando era tornata a New York e nelle ultime due settimane.
«Ascolta» iniziò a dire sua madre. «Perché non mi racconti bene tutta la storia?».
A cosa sarebbe servito? pensò lei. Eppure, sua madre aveva il diritto di sapere il motivo per cui sua figlia era così triste il giorno del suo matrimonio. E poi, aveva smesso di mentire. Ma anche se le avesse raccontato cos’era successo, non avrebbe certo cambiato le cose. D’altra parte, avrebbe permesso a sua madre di sapere tutta la verità. Così, Sarah prese il pezzetto di giornale strappato dalla cronaca locale di Fortsyth da sopra il tavolo e, voltandosi con la sedia verso sua madre, glielo mostrò.
Cane scomparso.
Lui è Leo, è scomparso la notte scorsa e non riusciamo più a trovarlo. Chiunque l’avesse visto contatti il 704 xxx xxx
Grazie!
Sua madre, non appena ebbe finito di leggere, sembrò ancora più perplessa. Allora, Sarah iniziò a raccontarle l’intera storia dal principio, una storia iniziata proprio lì, a New York.