I.-2

2569 Parole
– Anna mia, pensa bene. Le nostre anime erano fatte per vivere insieme, ma le nostre persone si trovano in condizioni così diverse, divise da tante cose, tanto lontane, che nessun miracolo arriverà a riunirle. Tu mi accusi di rinnegare il nostro amore, che è la nostra forza: ma è anche degno di noi vincere noi stessi in questa lotta. Anna, Anna, sono io che perdo tutto! – e la voce gli tremò – e pure ti consiglio a dimenticare questa folle ebbrezza giovanile. Tu sei giovane, sei bella, sei ricca, sei nobile, e mi ami, e ti debbo dire: dimentica, dimentica! Misura quanto è grande questo sacrificio, e vedi se non è da noi, che siamo due buone creature, di compirlo coraggiosamente. Anna, tu sarai amata, meglio, da miglior cuore; tu meriti il più puro e il più nobile affetto, tu non sarai a lungo infelice; va, la vita è ancora bella per te: piangerai, sì, soffrirai, perchè mi vuoi bene, perchè sei una cara creatura amorosa, ma dopo, dopo, troverai la tua bella via fiorita e larga. Sono io quello che non troverò più, che smarrirò la luce del mio intelletto, il sangue vivo del mio cuore: ma che importa di me? Tu dimenticherai, Anna. Anna, immobile, ascoltava: non proferì verbo. Egli, che aveva detto assai più di quanto soleva nella semplice sua manifestazione affettuosa, affannava un poco, tremando. – Parla – interrogò lui, ansioso. – Non posso dimenticare – rispose fievolmente Anna. – Prova, fa un tentativo, cerchiamo di non vederci. – No, no, è inutile – replicò ella, con la voce che le moriva sulle labbra. – E che vuoi fare? – Non so, non so... – e pareva smarrita. La improvvisa, crescente debolezza dell’appassionata fanciulla sotto il peso di quella fatalità, sgomentò Giustino più delle sue clamorose collere, e un novello impeto di compassione amorosa lo assalì. Le prese le mani; adesso erano fredde, come se tutto il gelo di quella nottata invernale fosse ormai giunto a vincere la vampa dell’amore, che le bruciava il sangue. Egli si appoggiò le due manine sul petto, teneramente. – Che hai? Ella non rispose: quasi mancandole le forze, abbassò la testa sul petto di lui, appoggiando la fronte sulle manine congiunte. Giustino le accarezzò i bruni e ricci capelli, con un moto fugace; appena appena se egli avvertiva l’anelare del suo respiro. – Anna, che hai? – le chiese, fremendo per mille sensazioni. – Ho, che non mi ami. – Come puoi dubitare? – Se mi amassi – cominciò ella a dire, pianamente, tenendo sempre la testa bruna appoggiata sul suo petto – non mi proporresti di separarci; se mi amassi non penseresti possibile questa separazione; se mi amassi, ti parrebbe di morire dovendo dimenticare ed essere dimenticato. Giustino, tu non mi ami. – Anna, Anna! – Giudico da me – continuò ella, pianissimo. – Sono una debole donna, eppure resisto, lotto e vincerei, sì, vincerei, se tu mi amassi... – Anna! – Ah non chiamarmi, non chiamarmi; tutta questa tenerezza a che serve? essa è buona, essa è saggia, essa è confortante, ma è tenerezza, non è amore; ma tu puoi pensare, riflettere, giudicare: non è amore questo; tu parli di dovere, di dignità a chi ti adora, a chi non vede altro che te nel mondo; io non so nulla di questo: ti amo, non so niente; e ora soltanto ho inteso che il tuo non è amore. Taci. Non ti capisco: non puoi capirmi. Addio, amore. Ella si volle staccare da lui, per andarsene. Giustino, disperato, la trattenne: ella si abbandonò di nuovo, come se non avesse altro appoggio; come se quello fosse stato l’ultimo suo rifugio. – Che vuoi fare? – egli chiese, sentendo vacillare sotto i suoi piedi la terra, sentendo abbassarsi sopra il suo capo il cielo. – Se non posso viver teco, debbo morire – rispose ella, quietamente, con gli occhi chiusi, quasi aspettasse così la morte. – Non parlate di morte, Anna, non aumentare il mio rimorso. Sono io che ti ho turbato l’esistenza... – Non importa. – Sono io che ho messo il dolore nella tua lieta giovinezza... – Non importa. – Sono io, che ti rendo ribelle a Cesare Dias, a tua sorella Laura, alla volontà dei tuoi parenti, di tutti i tuoi amici. – Non importa. – Sono io, infine, che ti strappo al tuo sonno, che t’induco a mille pericoli... pensa se ci scoprissero, qui... saresti perduta. – Non importa: conducimi via. E Giustino vide, malgrado l’ombra, brillare fosforicamente gli occhi innamorati di Anna. Egli tremava di sgomento, di tenerezza, innanzi a quel drammatico amore che si portava via l’animo suo, semplice e retto: e gli pareva di trovarsi innanzi a un sentimento troppo di lui più grande, colpito da una morale incapacità a misurarlo tutto, a contenerlo tutto, a esprimerlo tutto. – Se mi amassi, mi porteresti via – sospirò lei. – Ma dove? – In qualunque paese. Tu sei la mia patria. – Fuggire, una fanciulla onorata! Fuggire come una avventuriera? – L’amore assolve. – Io ti assolverei; non gli altri. – La mia famiglia sei tu: portami via. – Anna, Anna, dove troveremo ricovero? senza risorse, senz’amici, avendo commesso un grave errore, la nostra vita sarebbe infelicissima. – No, no, no; portami via. Avremo poco tempo da patire, fino a che io possa avere la mia fortuna. Portami via. – E io sarei accusato di speculazione! No, no, Anna, non è possibile, non sopporterei tale vergogna! Ella si staccò da lui e lo respinse indietro, con un moto d’orrore. – Come? – disse lei con voce affannata – come, tu avresti vergogna? Della tua vergogna ti preoccupi? E la mia? Onorata, stimata, amata, io non curo questo onore, quest’affetto, e preferisco perdere tutto il rispetto della gente e l’amore dei miei parenti: e tu pensi a te? Io avrei potuto scegliere fra una pleiade di giovani uomini, del mio ceto, del mio stato, e ho voluto scegliere te, perchè sei intelligente, onesto e buono, affrontando il disprezzo degli sciocchi e dei cattivi, che pure ha il suo peso, perchè gli sciocchi e i cattivi sono molti: e tu ti vergogni di quello che diranno di te? Io ti vengo dietro come una povera pazza, e inganno tutti, e non vi è parola mia che non sia menzogna, e sono qui, avendo abbandonato la mia stanza, durante il sonno di mia sorella, sono fuori della mia casa, di notte, insieme con te, tanto che se un servo mi scopre, può dire che sono l’ultima delle ultime: e tu pensi alla speculazione, pensi a quello che dirà il mondo di te? Oh come siete forti, voi uomini, come conoscete la vostra via, come vi camminate diritti, senza rispondere alle voci che vi chiamano, senza sentirvi ai panni le mani che vogliono fermarvi; niente, niente, niente! Voi siete uomini e avete l’onore da vigilare, la dignità da conservare, la reputazione delicata da salvaguardare; avete ragione: è così, noi siamo folli che buttiamo via l’onore e la dignità per amarvi, povere creature folli del loro cuore! Giustino non aveva tentato di protestare a nessuna delle frasi violente, che essa gli gettava al volto: ma ognuna di quelle frasi fischianti d’ira, scoppianti di dolorosa collera, lo sbalzava da una emozione all’altra, ora intenerito, ora impaurito, sempre commosso da quella voce, da quel calore di passione. Adesso l’incendio che egli imprudentemente aveva acceso, abbruciava tutto il bell’edificio semplice e sicuro del suo sogno, e intorno a sè egli non vedeva che crollanti, fumanti mine. L’amore di Anna lo riempiva di felicità, ma gl’incuteva rispetto e timore, come le cose che non sappiamo limitare e di cui ignoriamo la misteriosa forza. Ma, nella rettitudine del suo cuore, egli intese che essa aveva ragione e che bisognava lasciarsi morire, sotto il crollo del proprio sogno. Allora si avanzò verso lei, le s’inginocchiò innanzi – era la prima volta che lo faceva – e le disse semplicemente: – Perdonami. Partiamo, andiamo via. Ella gli appoggiò la mano sottile sui capelli, in una carezza materna; ed egli la udì pronunziare, sottovoce, con uno strazio infinito: – Oh Dio! Ambedue intesero che la loro vita era decisa, che avevano giuocato il gran dado della loro esistenza. Un pensiero li tenne silenziosi per qualche tempo: egli si era sollevato e allontanato da lei, passandosi la mano sulla fronte che bruciava, poichè la stessa vampa che infiammava il sangue di Anna, gli si era comunicata. Pareva che non avessero più nulla da dirsi, ora che avevano stabilito di fuggire insieme. La gravità di questa suprema risoluzione li teneva muti, immobili, sotto il pondo della fatalità che li schiacciava. Non si odiavano, certo; ma anche il loro amore era passato in seconda linea, rincantucciato in un angolo del cuore, ora che la gran catastrofe inevitabile già li avvolgeva. E con quella forza di rimbalzo che ella aveva in sè, uno dei tesori preziosi della sua bollente anima, ella fu la prima a spezzare quel tragico minuto, lungo, di silenzio. – Ascolta, Giustino – ella disse. – Prima di fuggire, lascia che io tenti un’ultima via. Tu hai parlato a Cesare Dias, gli hai detto che mi vuoi bene, che io ti adoro, ma egli non ti avrà creduto... – Infatti, egli sorrise di scherno. – È un uomo che ha molto vissuto, è stato molto amato, ha molto amato, e di tutto ciò non gli resta nulla: è un essere glaciale e solitario, che non parla mai del suo scetticismo, ma che non crede; è una creatura miserabile ed arida, inaridita forse. Sento che mi disprezza come un cuore folle, come una mente esaltata, mentre lui, a me, fa pietà, come mi fanno pietà tutti quelli che non possiedono l’amore. Pure... parlerò a Cesare Dias. La verità mi sgorgherà dall’animo con tanto impeto, che egli mi crederà. Tutto gli dirò: malgrado i suoi quarant’anni, malgrado la corruzione del suo spirito, malgrado tutta la sdegnosa sua ironia, l’amor vero troverà la parola convincente: egli darà il suo consenso. – Non potresti prima convincere tua sorella? Avresti un’alleata affettuosa... – disse lui, dubbioso, intendendo quanto fosse lontana la realtà dalle speranze di Anna. – Mia sorella è peggiore di Cesare Dias – rispose ella, con un lieve tremito nella voce. – Non mi confiderò mai con lei. – Hai paura? – Ti prego di non parlarmi di lei, te ne prego – disse ella sordamente – è un discorso che mi fa male. – Pure... – Ti dico di no. Laura non sa, non deve sapere, guai se sapesse! Preferisco mille volte parlare a lui: egli si deve ricordare del passato, ma Laura non ha nessun passato, non ha niente, è un’anima morta. Parlerò con lui, mi crederà. – E se non ti crede? – Mi crederà. – Anna, Anna, se non ti crede? – Allora, fuggiremo. Ma debbo fare questo estremo tentativo. Dio mi darà la forza che ebbero gli Apostoli. Dopo... ti scriverò per dirti tutto. Non posso venire più qui: è troppo pericoloso. Se mi scoprono, tutto fallisce. Ti scriverò. Soltanto tu regola le tue cose, come se fossi in punto di morte, come se dovessi abbandonare questo paese, per non tornarvi mai più, mai più. Sii sempre pronto. – Sarò sempre pronto – diss’egli con una lieve malinconia nella voce. – Senza incertezza? – Senza incertezza – replicò lui. – Senza rimpiangere nulla? – Senza rimpiangere nulla – e la voce gli morì sulle labbra. – Grazie: tu mi ami. Saremo tanto felici, vedrai, felici più di ogni regal coppia sulla terra! – Tanto felici! – mormorò sottovoce Giustino, eco fedele, ma triste. – E così Dio ci assista – concluse essa fervidamente, stendendogli la mano per salutarlo. Egli prese quella mano: e nella stretta vi fu un tacito giuramento; la mano dice queste cose. Ma era un giuramento di amici, di fratelli; semplice e austero. Ella si allontanò lentamente, quasi stanca; egli restò ad aspettare, prima d’intraprendere le due o tre scalate, per ritornare sulla terrazza della sua casa. Solo quando ebbe atteso dieci minuti, senza udire nessun nuovo rumore, nessuna nuova chiamata, egli credette di andarsene, sicuro che Anna fosse ritornata alla sua stanza, senza aver incontrato nessuno. Rientrando nella sua casa egli era triste e fiacco, senza idee e senza volontà; e vi si addormentò, di un sonno profondo. Anche lei, scendendo la scaletta che dalla terrazza portava alla stanza da pranzo, si sentì spossata, vinta dalla grave crisi morale che attraversava; una immensa debolezza la curvava, e trascinava i passi per la casa buia, attraverso le stanze, senza aver più nè la nozione del tempo, nè quella dello spazio, non provando neppure più il terrore di esser sorpresa, morta a tutte le sensazioni. Ma giunta nel salottino attiguo alla stanza da letto, uno spettacolo improvviso, imprevisto, le ridiede tutte le forze, gittandola a un tremore invincibile: dalla porta socchiusa ella vedeva, sì, vedeva della luce, nella loro camera, era acceso il lume, Laura era svegliata, Laura aveva visto il suo letto vuoto, Laura l’aspettava, col lume acceso! E nella follia che le saliva dal cuore al cervello, ella pensò, sperando: – Forse muoio... Ma un minuto passò, ed ella si trovò sempre lì, inchiodata in mezzo al salotto, affascinata da quella luce; la testa le girava, un ronzìo le mordeva le orecchie... – Potessi morire, potessi morire! – pensò. Quanto tempo stette lì? Chi sa! Sperava, almeno, che, tranquilla come era Laura, a un certo punto si sarebbe alzata, andando in cerca di lei, o avrebbe tranquillamente smorzato il lume. Almeno avesse potuto rientrare all’oscuro, senza esser costretta ad arrossire innanzi a sua sorella! Un po’ di ombra, alla vergogna del suo inganno! Ma il lume restava acceso e tendendo l’orecchio ella udì un fruscio di foglio voltato; Laura leggeva. Così placidamente dunque ella leggeva, Laura, quando sua sorella era sparita, andando a mettere nelle mani di un estraneo, di uno sconosciuto la sua vita? Ah, forse Laura, inconscia, non sospettava nulla, ed era meglio affrontare coraggiosamente il suo aspetto. E d’un tratto, con l’impeto del suo generoso temperamento, aprì la porta ed entrò, e guardò Laura. La bellissima fanciulla, dai capelli biondo-fulvi e crespi sulla fronte, dall’ovale roseo purissimo, dai bigi occhi metallici, dalla piccola e fiera bocca, era seduta sul letto e leggeva quietamente. Quando vide avanzarsi sua sorella, col mantello nero pendente sul candido abito, coi capelli bruni mezzo disciolti sul collo, col viso smorto, Laura la guardò con tale un’occhiata ironica e disprezzante; un tale sorriso d’ironia e di sprezzo le contrasse le labbra, che la povera Anna, tremando come una foglia, perduta, folle di scorno e di pentimento, cadde in ginocchio in mezzo alla stanza, stendendo le braccia a sua sorella, piangendo, singhiozzando, gridando: – Perdonami, per carità, Laura, perdonami! Laura, Laura, Laura!... Ma la tacita fanciulla dal nobile e niveo volto verginale non ruppe il suo silenzio, non cambiò di colore, non cessò di sorridere alteramente, come se tutto l’umano fango dell’amore non giungesse a macchiare la candida stola del suo cuore glaciale, come se ella non potesse perdonare, mai. E in terra, abbandonata sulle braccia, nella infinita angoscia, Anna piangeva lamentandosi sottovoce, senza che il suo pianto arrivasse a strappare un cenno di pietà a sua sorella. Nell’alba invernale, come un mucchio di cenci bianchi, Anna si doleva ancora: sua sorella, abbandonato placidamente il biondo capo sul guanciale, dormiva, in un’alta serenità glaciale.
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