Capitolo 2

2441 Parole
Capitolo 2 All’interno del bar del campus Sam siede al nostro solito tavolo. Oggi i suoi lunghi capelli biondi sono legati in due trecce avvolte intorno alla testa. Sembra una pastorella con il fisico di una ragazza di una birreria tedesca. Noi due ci completiamo, siamo come lo yin e lo yang: lei è la bionda, io la mora. È alta, mentre io sono bassa. È divertente, e io seria. È il burro d’arachidi fuori di testa, e io la marmellata dolce. «Ti ho preso il tuo cappuccino di zucca speziato preferito» indica la tazza bianca fumante sul tavolo, davanti alla mia sedia. Inspiro il vapore profumato. «Grazie, ne ho bisogno.» La giornata piovosa richiede il calore autunnale in tazza. Mi tolgo il cappuccio bagnato e passo le dita tra i capelli appena tagliati a caschetto. «Giornata difficile con i puritani?» «Giornata impossibile con Hamilton» rispondo. «È un maledetto fungo velenoso.» Sam non usa mai insulti tipici, ma l’intenzione è la stessa. «Lo è davvero.» «Cos’ha combinato quel cervello da lucertola, stavolta?» Le racconto dei suoi commenti in classe e ridiamo per il karma che lo ha fatto cadere. «Forse non è stato il destino. Hai desiderato che stesse zitto e si è avverato.» La guardo di traverso. «Sam.» «Maddy.» «Non sono una strega. Non ho poteri magici.» Agito le dita davanti al suo viso. «Non lo sai, non ci hai mai provato.» «Le mie antenate possono essere state di Salem, ma sappiamo tutti che non erano streghe.» «Magari non le innocenti che sono state uccise, ma non significa che qui non esista la magia.» Alzo gli occhi al cielo. «Penso che tu abbia passato troppo tempo nei negozi turistici del centro.» Sam ruota gli occhi, esasperata. «La solita scettica. Dov’è il tuo senso dell’immaginazione e della meraviglia?» «Li devo aver persi quando ho smesso di guardare i film delle principesse Disney.» «Mia madre non mi ha mai lasciato guardarli.» «Ah, allora questo spiega tutto. Più Biancaneve e meno Wicca ti avrebbero fatto bene.» «A proposito, verresti con me al The Spelling B dopo le lezioni? Devo comprare un altro mazzo di tarocchi.» «Cosa c’è che non va in quello che hai?» «Credo che l’energia negativa di Lucy abbia rovinato il loro influsso magico.» «Lucy, Lucy?» Fisso scioccata la mia compagna di stanza. «Lo so, lo so. Sì, quella Lucy, ma ha pagato venti dollari per una lettura.» Lucy è la ragazza di Hamilton. Sguazzano nella stessa melma e, credetemi, si meritano a vicenda. Mi preoccupa il pensiero di loro due che procreano e allevano altri odiosi esseri umani. «Per la cronaca, la lettura è stata terribile.» «Questo è confortante.» «Maddy, vorresti ancora stare con Hamilton?» mi stuzzica. Rabbrividisco. «Non siamo mai stati insieme. Non definirei così quello che è successo quando eravamo matricole. A cosa pensavo?» Non ero la fidanzata di Hamilton, ma eravamo usciti un paio di volte prima che mi rendessi conto di quanto fosse davvero disgustoso. «Non pensavi, eri una matricola arrapata.» La risata di Sam suona come delle delicate campanelle, finché non sbuffa. «Non riesco ancora a credere che gli hai tirato una ginocchiata sulle palle nel bel mezzo del salone del dormitorio.» «Mi ha afferrato una tetta davanti a tutti.» Incrocio le braccia per proteggere il mio seno dal ricordo. «Ancora non capisco cosa ci hai visto in lui, non riempie nemmeno il davanti dei jeans.» «Nemmeno io lo so. Bleah.» Ritorna il ribrezzo. «Diamo la colpa agli ormoni. Possiamo parlare di qualcosa che non sia Hamilton Troppa Lingua?» «Forse hai bisogno di una sorta di decontaminazione. Possiamo purificarti! O magari trovarti un incantesimo d’amore.» Sam muove su e giù le sopracciglia. «Purificarmi?» Il mio scetticismo riaffiora. «Con la salvia. Possiamo comprarne un po’ in centro.» «Ah, certo.» Aggrotto la fronte. «Non puzzerò come un pollo arrosto? Sono certa che quello attirerà tutti i ragazzi. Almeno quelli fumati o affamati.» «Alcuni di quelli fumati sono carini. A questo punto cos’hai da perdere?» Niente. È l’inizio del terzo anno e non c’è alcun single appetibile in vista. Sospiro. La scelta è più magra di una top model, ultimamente. I ragazzi decenti o sono fidanzati o sono gay. Anche quelli non proprio decenti, come Hamilton, sono accoppiati. Mi passano per la mente degli occhi castani dietro a una montatura nera, e immediatamente mi chiedo se Andrew abbia una ragazza. Probabilmente sarà una studentessa di matematica teorica o una interessata alla poesia esoterica francese, una di quelle che ostenta sigarette importate e rossetto rosso. O forse ha un ragazzo. Non penso di averlo mai incontrato con nessuno nel campus. D’altronde non ricordo proprio di averlo già visto qui in giro, fino a questo semestre. Forse si è trasferito. Depressa ma risoluta dico: «Hai ragione, non ho niente da perdere se non la mia dignità.» «Quindi verrai con me? Ha smesso di piovere. Non hai scuse.» «Il tempo non mi avrebbe fermato, non mi sciolgo sotto la pioggia. Questo dimostra che sono una strega?» «Solo a Oz.» Prende la sua borsa e infila dentro i libri e gli appunti che aveva sul tavolo, compreso un cucchiaio a caso. Mi sorprende a guardare il piccolo furto. «Non giudicare. Tutti i cucchiai continuano a sparire dalla nostra stanza.» «Forse stanno cercando la strada per tornare alle loro rispettive case» le faccio notare. «O qualcuno li sta rubando.» «Non sarebbe ironico?» Le do una gomitata mentre usciamo dal bar. Come prevedibile, le nuvole sono ancora pesanti e minacciano altra pioggia. *** Un filo di campanelle, intorno alla maniglia della porta, tintinna quando entriamo al The Spelling B, il negozio preferito di Sam per tutto ciò che riguarda la stregoneria. Il profumo di incenso ed erbe aromatiche essiccate permea il piccolo spazio poco illuminato. Scaffali sbilenchi incurvati dal peso di vasetti, candele e libri, riempiono le pareti e formano stretti corridoi. Avvicino di più al corpo la mia borsa troppo piena, intimorita dal cartello scritto a mano sulla porta che dice: “Se lo rompi il tuo karma lo paga”. Sam si dirige verso la parte posteriore del negozio borbottando qualcosa su salvia e tarocchi. «Posso aiutarti?» Mi volto verso la voce e incontro un paio di occhi azzurro chiaro, quasi incolori, sul viso di una donna di mezza età con un elaborato chignon scuro tenuto insieme da bastoncini rosso laccato, con un vestito largo e multicolore che la fa somigliare più a Madre Terra che a una strega dei cartoni animati. «Oh, ehm, no. Non sono una strega.» Incespico sulle parole. «Voglio dire, una Wicca. Non che ci sia niente di male a occuparsi di magia, a meno che non sia il diciassettesimo secolo e ci si trovi in questa città.» Continuo a farfugliare, finché una mano morbida mi avvolge il polso. «Sei sicura?» Il suo sorriso è gentile, quasi familiare, ma in qualche modo penetrante, come se potesse vedere dentro di me e si rendesse conto di quanto sia confusa. «Scusi. No, è che ho appena avuto una lezione sul New England del passato, c’è stata un’accesa discussione su Hester Prynne e la prossima settimana studieremo i processi alle streghe» farfuglio di nuovo. «Ah, studi al college Hawthorne?» chiede, portandomi verso un bancone dove c’è un assortimento di mortai, pestelli e vasetti di vetro trasparente, sparsi sulla superficie piana. «Sì.» Osservo l’etichetta di un’ampolla: Enotera. Sembra abbastanza innocuo. «Frequenti la classe del professor Philips? Era molto popolare quando studiavo lì.» «È andata anche lei all’Hawthorne?» La mia voce suona più incredula di quanto intendessi. «Era già anziano allora. È acqua passata, lo so, e in un certo senso lui non invecchia mai. Indossa ancora le giacche con le toppe sui gomiti?» Rido e mi scrollo di dosso l’inquietudine che ho provato entrando nel negozio. «Sì!» Apre dei vasetti e aggiunge varie erbe in un colino, sopra una tazza di ceramica blu, con un pentagramma disegnato su un lato. Quando versa l’acqua calda sopra il miscuglio, l’odore di menta e di qualcosa di terroso mi arriva al naso. «Tieni, bevi questo.» «Cosa?» Mi allontano di scatto dal bancone, la mia borsa colpisce una ciotola con alcuni piccoli sassi che cadono sull’irregolare pavimento di legno provocando un gran frastuono. Mi piego per raccoglierli, ma una delicata spinta mi sposta. «Ferma. Lascia che te li legga.» Si china sopra per studiare le pietre. «Interessante, molto interessante.» Con il dito elegante si picchietta il mento. «Oh, guarda qua. Non lo vedevo da anni.» Abbasso gli occhi sui sassolini: alcuni hanno dei segni e somigliano alle rune che Sam tiene sulla sua scrivania, dentro a un sacchettino di velluto. Rimango lì, incerta su cosa fare con le mani, mentre lei continua a esaminarli, parlando sommessamente tra sé e sé. Alla fine si alza e mi fissa. Per un sacco di tempo. Almeno un’ora. O, per lo meno, sembra così lungo il suo esame approfondito. Mi sento il viso accaldato e mi prude la fronte. Mi guardo intorno, incapace di sostenere il suo sguardo fisso, e mi gratto un prurito inesistente sopra il sopracciglio. Alla fine si riscuote dalla sua gara di sguardi in solitaria. «Il tuo tè si sta raffreddando.» «Tè?» «Sì, te ne ho preparato una tazza alla menta. Cosa pensavi che fosse?» «Ehm, ecco…» Vago con lo sguardo intorno al negozio e scrollo le spalle. La sua risata rispecchia le campanelle sulla porta, lieve ed eterea. «Pensavi fosse una pozione?» Annuisco, sentendomi stupida. Ne prendo un sorso e lascio che il calore mi rilassi i nervi. «Oh, mia cara. No. Non ti darei mai una pozione, a meno che non me ne chieda una.» Mi studia di nuovo. «Ne vuoi? Magari qualcosa per concentrarti e ottenere voti migliori? Anche se dubito che tu ne abbia bisogno. Mmm… forse per l’amore?» Incontro i suoi occhi per un istante e arrossisco. «Ah, e amore sia.» «No, veramente no. Al momento non c’è nessuno.» Sposta lo sguardo verso il pavimento, poi si inginocchia per raccogliere le pietre e dice: «Ne sei sicura?» Penso alla mia totale mancanza di vita amorosa. Non sono così disperata da uscire di nuovo con qualcuno come Hamilton, ma la situazione è triste. Più triste che mai. Sabati sera passati da sola o a sentirmi a disagio a una festa al campus, con un bicchiere di birra sgradevole e scadente in mano. Accidenti, ho permesso a Paul Uccello di baciarmi due settimane fa. Il suo cognome, in gergo italiano, significa pene. Non potrei mai sposarlo e finire per avere un cognome tanto imbarazzante. Stranamente puzzava di pollo arrosto. Forse il suo compagno di stanza lo aveva purificato prima di andare alla festa, oppure mangia con frequenza un sacco di erbe e spezie. «Vedi la runa vicino al tuo piede?» La prende e la mette sul mio palmo. «Sembra una B.» La tengo in mano e traccio le linee con il dito. «È il simbolo dei nuovi inizi e dell’amore.» Sollevo un sopracciglio, scettica. «Forse hai un ammiratore segreto.» Scuoto la testa. «Deve essere immaginario oltre che segreto.» Studia il mio viso e aggrotta la fronte. «Così piena di dubbi.» Sam arriva al bancone con una scatola di tarocchi e qualche mazzetto di salvia. «Ehi, ti sei fatta fare una lettura? Forte!» «Veramente no. Ho rovesciato la ciotola di sassi con la borsa.» «Non c’è niente di casuale» dicono entrambe nello stesso momento. Alzo gli occhi al cielo. «Non è una credente, eh?» chiede la signora. Sam fa un sospiro esagerato. «No, e le sue antenate sono di Salem, voglio dire Salem del diciassettesimo secolo.» «Sam, te l’ho detto, non significa niente. Dieci generazioni e nessuna strega nel mucchio.» Lancio un’occhiataccia alla mia migliore amica. «Qual è il tuo cognome?» mi chiede Occhi Di Ghiaccio. «Bradbury.» «Ah sì? Be', questo spiega la lettura.» Guardo la runa che ho ancora in mano. Gli occhi di Sam vanno sul mio palmo. «Vedi? Te l’avevo detto che le cose stavano cambiando per te e con il Mabon dietro l’angolo!» Praticamente saltella eccitata. «Mabon?» chiedo. «L’equinozio d’autunno» spiega Sam. «Giorno e notte uguali. Equilibrio tra luce e buio. È tra una settimana, a partire da sabato.» La proprietaria del negozio annuisce con la testa. «È il momento di abbracciare l’oscurità.» Le sue parole mi provocano un brivido lungo la schiena e tremo, anche se la stanza rimane della stessa temperatura. «Dobbiamo decisamente purificarti presto. Prima si fa, meglio è. E sicuramente prima dello Samhain.» Alla mia espressione confusa, Sam spiega: «Halloween. Oh, dobbiamo farlo questo week-end.» Annuisce, d’accordo con se stessa. Mi strofino le braccia nel tentativo di scaldarmi e una familiare sensazione mi pizzica la pelle, quindi volto la testa per trovare quegli occhi incolore che mi fissano. «Quando sarai pronta, torna a trovarmi. A proposito, sono Sarah» mi tende la mano. «Madison.» Quando il mio palmo tocca il suo ho la netta sensazione di essere letta o analizzata. Ci salutiamo e praticamente spingo Sam fuori, mentre blatera riguardo al suo intuito. Quando è a metà frase la porta si chiude dietro di noi. Mentre percorriamo le strade tortuose che portano al nostro dormitorio, Sam chiacchiera di quanto sia stato favoloso che Sarah mi abbia letto le pietre, una strega così potente, capo della congrega locale, famosa per i suoi incantesimi e le sue intuizioni. Infilo le mani nelle tasche della felpa mentre fingo di ascoltare, e le mie dita si avvolgono intorno a un oggetto liscio. «Oh, merda.» Tiro fuori il sassolino dalla tasca. «Le ho rubato la runa.» Sam ride e scuote la testa. «Per tutte le scimmie volanti! Sono cinque anni di sfortuna rubare a una strega.» Spalanco gli occhi. Io e il mio karma siamo condannati. «Sto scherzando.» La sua spalla colpisce la mia. «Andiamo, gliela portiamo indietro e spieghiamo che non intendevi sottrarla, implori pietà e via dicendo.» Declino la sua offerta, dico a Sam di andare al campus e torno in negozio da sola. Una leggera brezza sposta in modo sinistro le poche foglie secche lungo la strada, quando oltrepasso la statua di bronzo di Roger Conant. Fondatore di Salem o no, la statua lo fa sembrare una strega, con quel cappello con la fibbia e il mantello svolazzante. È inquietante. Penso sempre che mi segua con gli occhi quando passo per questa strada. Le campanelle suonano di nuovo mentre apro la porta del negozio di Sarah. «Già tornata?» chiede senza alzare la testa. Mostro la runa come spiegazione. Al mio silenzio, solleva gli occhi verso la mia mano. «Non avrei mai detto che fossi una ladra.» «Mi dispiace, non intendevo tenerla.» Abbasso la testa e fisso le mie ballerine consunte. «Forse significa qualcosa per te? Ti ha colpito in qualche modo?» Rimette la runa nella ciotola. «Mi piacerebbe. Grazie per il suo ottimismo, ma io credo di aver perso il mio.» Scrollo le spalle nel tentativo di far passare come niente di importante la depressione riguardo la mia inesistente vita amorosa. «Non si sa mai. L’amore capita sempre quando meno te lo aspetti e con l’ultimo ragazzo che immagineresti.» I suoi occhi di ghiaccio sembrano sciogliersi con quell’espressione gentile. Gira intorno al bancone e prende qualcosa alla fine di una delle corsie. «Visto che non sei una credente, questo non ti farà male. Consideralo un regalo.» Osservo il pacchetto che mi porge. L’etichetta rosa dice: Incantesimo d’amore, scritto in un corsivo elegante. All’interno c’è una candela, una fiala di liquido, un piccolo ciondolo a forma di cuore, un nastro e quelli che sembrano grani di pepe rosa. Mi chiedo se la fiala contenga lacrime di donne single senza appuntamenti. Accidenti, che patetica. «Sul serio?» chiedo, incredula. «Pepe?» Alza lievemente una spalla. «Non può far male. Giusto?» Mi fa l’occhiolino. «Okay.» Infilo il pacchetto in borsa, pianificando già di gettarlo via più tardi. «Grazie.» «Fammi sapere se funziona, Madison Bradbury.» L’uso del mio nome completo mi sembra strano. Tutta l’ultima ora è stata particolare. Annuisco in risposta, ma non la guardo negli occhi. Nel negozio cade il silenzio e amplifica il suono dello scricchiolio del pavimento di legno mentre vado verso la porta. «Una Bradbury dai capelli castani che entra nel mio negozio, dopo tutto questo tempo avevo perso la speranza» borbotta Sarah quando oltrepasso la soglia. Almeno credo che abbia detto così. Le parole si sono perse sotto il suono delle campanelle.
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