Capitolo 1
Capitolo 1
«Hester Prynne era una sgualdrina.»
«Niente affatto. Sei un idiota troglodita!» La mia sedia stride sul pavimento di legno consumato, mentre mi alzo in piedi e urlo. Sì. Urlo. Sto gridando durante un corso di letteratura del New England, tenuto da un uomo in giacca di tweed con le toppe sui gomiti. Che problemi ho?
«Miss Bradbury, si sieda per favore» mi rimprovera il professor Philips da un’estremità del lungo tavolo di mogano lucido.
Incrocio le braccia al petto e cerco di controllare la mia collera, mentre fisso il troglodita conosciuto come Luke Hamilton, che si autoproclama “Idolo del Campus” e ragazzo d’oro. «Professor Philips, come può permettergli di sputare stron… cose senza senso, come chiamare sgualdrina Hester Prynne? Non aveva preso i voti religiosi né si era masturbata.»
«Quello sarebbe stato eccitante.» Hamilton ridacchia a qualche sedia di distanza. I suoi capelli biondi, da bravo ragazzo, gli cadono sulla fronte mentre scarabocchia delle tette, con dentro delle A, ai margini del suo libro.
Disgustoso. Non riesco a capire perché sia in questa classe, dato che leggere non sembra sia il suo forte. Le uniche cose che gli interessano, a quanto pare, sono le tette, le feste a base di birra e se stesso.
Continuo la mia sfuriata. «Ci vogliono due persone. Due. Hamilton e la sua mano non contano come due persone. Argh!» Getto la penna sopra il mio blocco. «Lui non afferra il concetto. Hawthorne non voleva far passare Hester per sgualdrina.» Agito le braccia in una sorta di goffa danza di accoppiamento degli oranghi.
Il ticchettio di una penna che batte, dall’estremità opposta del lungo tavolo, attira la mia attenzione, e l’influsso magico della mia frustrazione si dissolve. Il rumore proviene da Andrew Wildes, specializzando, uomo del mistero, cupo, tranquillo, serio, bello e un po’ pericoloso. O forse è solo tranquillo. C’è qualcosa in lui che trovo affascinante, come il protagonista oscuro di uno dei romanzi delle sorelle Brontë.
Arrossisco, mi siedo di nuovo, raddrizzo una pila di appunti e la mia copia de La lettera scarlatta piena di post-it. Il professor Philips ha bandito i portatili dalla classe, incoraggiandoci a prendere appunti scritti a mano, a causa di uno studio che ha letto riguardo il cervello e la memoria.
«Ha qualcosa da aggiungere alla discussione, Mr Wildes?» chiede il docente, concentrando la sua attenzione all’altra estremità del tavolo.
Andrew ha smesso di tamburellare con la penna e ora ha iniziato a picchiettare con le dita. Le fissa mentre indugiano in un punto e la polvere si solleva come una danza nel riflesso del sole di metà settembre. Il resto del suo corpo rimane nell’ombra e fa risaltare, ancora di più, il contrasto tra i folti capelli scuri e la pelle chiara. La maglietta nera non fa che aumentare l’aura cupa che lo circonda. Non parla mai in classe, a meno che il professor Philips non lo interroghi, e le sue risposte, così spesso strane, gli sono costate l’indifferenza della maggior parte degli studenti. La cosa si fa interessante.
«Madison ha ragione. Hawthorne non stava denigrando Hester. I puritani lo facevano. L’autore era più interessato al peccato e alla consapevolezza, all’emarginazione e alla paura dell’ignoto. Sarebbe la stessa cosa se noi scrivessimo dell’epoca vittoriana. I puritani, per Hawtorne, erano storia antica e, semmai, penso che li stesse prendendo in giro.»
Spalanco la bocca. Andrew mi sta difendendo, ha chiarito tutta la mia teoria in due frasi. Davo per scontato che non sapesse nemmeno che esistessi, anche se questa è una classe di solo dodici studenti.
«Ben detto Andrew» lo elogia Philips. «Lei e Miss Bradbury siete sulla strada giusta con il vostro ragionamento.»
Hamilton fa uno sbuffo ironico, poi si appoggia allo schienale e, facendo leva, solleva di qualche centimetro le gambe dal pavimento, borbottando: «Sgualdrina.»
La testa di Andrew si volta di scatto verso di noi. Da dietro gli occhiali i suoi occhi castani guizzano sui miei, prima di concentrarsi sull’espressione compiaciuta di Luke.
Vorrei cancellare lo stupido sorrisetto, tipico del ragazzo da confraternita, dalla faccia di Hamilton. Le mie dita fremono mentre mi concentro per resistere alla voglia di lanciargli addosso il mio libro. Per una volta mi piacerebbe vedere che fa una figuraccia con la sua presunzione. Arriccio il naso e socchiudo gli occhi mentre lo immagino rovesciarsi sul pavimento.
Delle nuvole coprono il sole, oscurando l’unica sorgente di luce della stanza. La sedia di Luke si inclina più indietro, superando il punto di equilibrio, ma lui sembra non accorgersene finché non è troppo tardi. Agita le braccia e cerca di fermare l’inevitabile. Con un forte frastuono, lui e la sua sedia si schiantano sul pavimento.
«Ah!» Mi guardo intorno per vedere chi ha sentito la mia esternazione. La maggior parte dei miei compagni di classe non reprime le risate e fissa lo spazio vuoto dove era seduto Luke. I miei occhi incontrano di nuovo quelli di Andrew. Lui abbassa la testa e si spinge gli occhiali sul naso con le dita lunghe e sottili, ma le sue labbra sono inarcate e una lieve fossetta è spuntata sulla sua guancia.
«Ahi, penso di essermi fatto male alla testa» si lamenta Luke da terra.
«Mr Hamilton, si tolga dal pavimento per favore, così possiamo continuare la lezione.» La barba brizzolata del professor Philips si contorce per l’irritazione.
Luke borbotta e mormora qualche imprecazione creativa mentre riprende il suo posto al tavolo. Mi mordo l’interno della guancia per trattenermi dal ridacchiare di gioia.
La lezione continua con altri studenti che espongono i loro pensieri sui puritani e il sesso. Mi isolo, ripenso alla caduta di Luke e mi chiedo se avevo desiderato talmente tanto che succedesse da farlo avvenire. Se posso far cadere dalla sedia qualcuno, che altro potrei fare se lo sogno con intensità?
Dopotutto siamo a Salem, qui sono state uccise donne accusate di essere streghe, ma oggi le strade sono piene di negozi che vendono pozioni magiche, calderoni e libri sul percorso spirituale Wicca, alle streghe moderne e ai turisti. Non che io creda nelle streghe. O nella magia. È tutto un imbroglio e non la realtà. Posso amare gli eroi romantici, ma capisco la finzione quando la vedo. Anche quando tutti stavano aspettando la loro lettera da Hogwarts, io sapevo senza il minimo dubbio che ero una Babbana.
Philips si alza e raccoglie le sue cose. «La prossima settimana parleremo de Il crogiuolo, l’interpretazione di Arthur Miller riguardo ai processi alle streghe che ha reso famosa Salem, o per meglio dire, tristemente famosa.»
Mi sono distratta davvero e ho perso il resto della lezione.
«Grande, ancora puritani e stronze» borbotta Luke.
Gli lancio un’occhiataccia. «Sul serio?»
Mi guarda e un risolino lento e sinistro si allarga sul suo viso gonfio a causa di tutta la birra bevuta.
«Perché stai sorridendo?» domando con disprezzo.
«Puritani e stronze: una lezione che potrebbe riguardare te.»
«Chiudi quella bocca, Hamilton.» Mi alzo e gli giro intorno mentre mi avvio verso la porta.
«Dimmi se i nomi non sono azzeccati…»
Gli mostro il dito medio senza girarmi.
«Su, non essere arrabbiata, Mad. Oh, aspetta, credo che tu non abbia scelta» mi grida dietro, ridendo della sua stupida battuta riguardo al mio nome, che abbreviato significa “arrabbiata”.
Mi allontano con passo pesante lungo il corridoio. Fuori dalle porte di vetro grosse gocce di pioggia schizzano il marciapiede di mattoni. «Potrebbe andare meglio di così questa giornata?» dico ad alta voce.
Bene! Prima urlo in classe e ora parlo da sola.
Una mano pallida, con dita lunghe e familiari, porta uno di quei piccoli ombrelli pieghevoli nel mio campo visivo. «Ecco.»
Non sono sicura che la giornata possa migliorare, ma sembra che potrebbe diventare più imbarazzante.
Alzo gli occhi per incontrare quelli scuri di Andrew. La sua figura emaciata mi sovrasta. Dalle All Star nere, fino ai capelli quasi corvini, potrebbe passare per un hipster, ma è troppo nerd, calmo, e troppo… non so, qualcos’altro, per essere uno alla moda. Forse sono gli occhiali; la spessa montatura nera è poco elegante. I suoi capelli arruffati suggeriscono una mancanza di pettine più che intrallazzi in camera da letto. Ha un aspetto intelligente, se certe caratteristiche possono intuirsi dall’espressione facciale. Fin troppo intelligente.
Andrew si schiarisce la voce. Lo sto fissando. Di certo la situazione è sempre più imbarazzante e cerco di trovare qualcosa di vivace da dire.
«Oh, grazie. Ho la felpa.» Allungo una mano dietro la testa e mi tiro il cappuccio grigio sopra i capelli per dimostrarlo. «Starò bene.»
«Okay.» Mantiene lo sguardo sul mio mentre infila l’ombrello dentro lo zaino. «Nessun problema.»
Non dice altro e decido anche io di tenere la bocca chiusa, così non sarò ancora più imbarazzata dalla goffaggine.
Oltre a quello, c’è qualcosa in lui che mi fa fremere, mi inquieta e non so ancora se sia una cosa bella o meno. Esito, poi gli rivolgo un breve sorriso ed esco di corsa dalla porta.
La pioggia, mentre cade, forma una leggera nebbia lungo il percorso e mi tiro più giù il cappuccio. Forse la mia giornata ha cominciato a girare. Sorrido e cerco Andrew sulla soglia o sui gradini dietro di me, ma è scomparso.