2. Si potrebbe andare tutti allo Zoo Comunale

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2. Si potrebbe andare tutti allo Zoo Comunale Giardini Pubblici di Porta Venezia, mentre sorge il sole. Il cadavere a terra ha smesso di sanguinare, ma non di fare paura, perché ricorda che tutti dobbiamo morire, che è un attimo: sei lì che ti fai il tuo solito giro serale e arriva uno che spara, e l’ennesimo respiro si tramuta nell’ultimo, fatale. Le scarpe di cuoio giungono accanto al cadavere. Con la punta provano a spingere accanto al torace, ma è proprio morto come sembra. Poi il sapiens rompe il silenzio, a gran voce: “Commissa’, qua ce ne sta un altro, ma è più bello de quello in divisa!” E quando arrivano i colleghi allarmati dal rinvenimento di un secondo cadavere, Venditti, agente scelto, quarto anno di servizio a Milano direttamente dalle borgate romane, si abbandona a una ghignata e canticchiando si riavvicina al suo superiore indignato: “E daje, commissa’, che è sto muso, se faccia ‘na risata, che quanno ce ricapita?” Benito Malaspina detto il Mala, commissario di Polizia, ha il labbro inferiore che trema di rabbia. Concede un’ultima pietosa occhiata al macaco a terra, che sì, si confessa, è più bello del morto di là, quello umano, ma forse è pure perché a quell’altro gli hanno sparato in faccia. “Venditti!” tuona. “Dica dotto’!” “Com’è morta la scimmia?” “Me pare un colpo de pistola, che dice?” “Allora fai prelevare anche lei. La facciamo esaminare a Sassi.” Malaspina torna sulla scena del crimine, dieci metri più in là verso l’ingresso, appena dietro la gabbia delle giraffe. Sassi, il tecnico della polizia scientifica, è in ginocchio a fare i suoi rilievi, mentre il fotografo scatta gli ultimi ritratti del morto. Malaspina guarda la scena che avvampa di luce ad ogni flash, sbatte le palpebre, sente un prurito al naso, come quando con la Settimana Enigmistica si accorge di conoscere la soluzione del rebus ma ancora non ha preso forma di parole. “Che mi dici, Sassi?” L’uomo si solleva dolente. Il viso, più che stanco, è stufo: “È morto.” Malaspina strabuzza gli occhi e li fissa addosso al collega. “Eh, già. Fattene una ragione...” Dino Lazzati, detto Fernet, è poco distante, che scarabocchia i suoi appunti. Aveva appena chiuso a La Notte quando ha ricevuto la dritta di andare allo Zoo di Porta Venezia. È arrivato di corsa con la sua Fiat 500 rossa, l’ha parcheggiata tra le volanti. Il giornalismo è, più che un mestiere a tempo pieno, una maniera di vivere. Una maniera di osservare. Lavori quando il lavoro c’è, e quando pensi di aver chiuso una giornata, invece hai appena cominciato. Come il poliziotto, ma con la penna al posto della pistola. Scarabocchia righe veloci, e pensa a doppio scomparto, quel che dovrà dire a Doriana, per il notiziario dadaista in radio, e quello che invece dovrà passare per le macchine da stampa del giornale. Il cadavere dell’uomo è a terra, supino. Indossa la divisa di guardiano dello zoo. Nella mano destra stringe una vecchia pistola. Ha un foro di proiettile sotto l’occhio sinistro, vicino alla radice del naso. Quel che resta del viso, più che brutto, è antipatico. Poi Sassi ricomincia a parlare e Fernet tende l’orecchio: “Il proiettile, uno solo, è entrato accanto al setto nasale e probabilmente s’è fermato nel cervello. Non c’è foro d’uscita, quindi doveva essere un calibro non esagerato, e verosimilmente esploso da almeno un metro di distanza. È morto qualche ora fa, indicativamente tra le nove di ieri sera e mezzanotte, ma ti saprò dire meglio dopo che il medico legale...” Malaspina ancora non s’è ripreso dalla battuta di Sassi. Anzi, non dalla battuta in quanto tale, ma dal fatto che Sassi abbia fatto una battuta. Prima di stanotte, se il Mala avesse dovuto definire il professionismo nelle parole crociate avrebbe scritto Sassi e annerito le caselle bianche che avanzavano: “Grazie, Sassi. Ascolta, c’è anche una scimmia morta ammazzata, là avanti. Mi faresti la cortesia di darle un’occhiata? Pare le abbiano sparato...” “Certo. Chiamami verso mezzogiorno.” Sassi s’allontana. La punta della matita del Fernet fuma sul taccuino, ma lui sta muto, gli occhiali da sole calcati perennemente sul naso anche se il cielo fa schifo, i capelli pettinati all’indietro. Ha pronto il pezzo anche per Doriana, appena esce deve telefonarle. Lei ha preso a cuore l’avventura di una stazione radio, e lui ha preso a cuore Doriana. Quindi, se l’articolo per La Notte è per riempire la pancia, quello per il notiziario dadaista è per riempire il cuore. Malaspina osserva il cadavere: non ne conosce ancora il nome, né la storia, ma comincia a leggerlo. La divisa da guardiano, il viso duro ma ben rasato, un orologio Omega al polso destro, una pistola stretta in pugno. Si chiede se i guardiani dello zoo girino armati, ma non vede fondine: no, la pistola non fa parte dell’attrezzatura. Il sole fa capolino da dietro i palazzi. Lo zoo si risveglia. Il Mala cerca con gli occhi la persona che ha telefonato alla Polizia, indugia attorno, la individua con due agenti, e le si avvicina. Lo raggiunge Venditti. In punta di piedi, li segue Fernet. Malaspina guarda l’uomo sulla quarantina, non molto alto, reso più tozzo dal toni e dagli stivali di gomma che gli arrivano fino al ginocchio, una criniera di riccioli attorno a una faccia rotonda, impallidita dallo shock. “Buongiorno, signor...” “Leone... mi chiamo Leone...” “Commissa’! Ma er leone nun doveva stare in gabbia! Aiuto! Aiuto! È scappato er...” “Venditti, se dici ancora una parola ti faccio rapporto e ti faccio sospendere dal servizio!” L’agente scelto si blocca. Sa che oltre un certo punto è meglio non spingersi. Da quando Malaspina è diventato papà, forse s’è ammorbidito, forse sono anche diventati quasi amici, però è stanco, stressato, spesso nervoso, perché non dorme più. Cioè, dorme, ma durante i tragitti in auto, perché a casa il pupo ha sempre qualcosa da dire... “Mi scusi, signor Leone. Sono il commissario Benito Malaspina. È lei che ha trovato il corpo?” “Sì, commissario... non erano ancora le sei... io vengo a dar da mangiare alle bestie, vengo qui presto. Ho trovato il cancello d’ingresso aperto... mi è sembrato strano... e poi ho visto il Piero, là per terra. Non avevo capito che era morto, ma avevo capito che qualcosa non andava... la pistola, sa!” “I guardiani sono armati?” “Abbiamo i fucili con gli anestetici.” “Intendo dire, non armati per gli animali, armati per difendersi dagli intrusi.” Leone ci pensa. Poi confessa: “Non lo so. Non credo, ma non lo so.” “Chi è il vostro responsabile?” “La signora Ciapponi.” “Venditti, fai chiamare questa signora Ciapponi, dovrebbe venire qui, vorrei parlarle appena possibile.” “Subito commissa’.” “Aspetta un attimo. Hai detto che la vittima si chiamava Piero...” “Piero Dosio, commissa’, nato a Torino nel 1943, residente in via Paolo Sarpi al civico 12” “Aveva addosso la carta d’identità o sei un indovino?” “La prima che ha detto” risponde compiaciuto l’agente. “Soldi?” “Presenti nel portafoglio. In discreta quantità. Quasi un centone. Orologio Omega automatico al polso. Fede nuziale d’oro al dito.” “Quindi non è stata una rapina… o forse lo è stata, è finita male e l’assassino si è spaventato ed è scappato per paura che qualcuno avesse chiamato la polizia dopo aver sentito gli spari.” Il commissario si zittisce per qualche secondo, poi si rivolge all’uomo che ha ritrovato il corpo. “Signor Leone, conosceva bene il Dosio?” “No, a dire il vero no. Anche se lavorava qui da un paio d’anni. Era educato, pareva una brava persona, si parlava del più e del meno... avevo capito che era piemontese, ma per dire, mica sapevo dov’era nato...” “Ha notato niente di strano quando è arrivato stamattina?” “Gliel’ho detto. Il cancello era aperto. Ma poi non mi sono addentrato. Dovrei fare un giro e controllare...” “Gliene sarei grato. La faccio accompagnare.” Con un cenno del capo, Malaspina ordina agli agenti che hanno raccolto le generalità del signor Leone di accompagnarlo a fare una ricognizione dello zoo. Ci vogliono dieci minuti, prima che Leone torni. In quei dieci minuti Malaspina approfitta per fumare una sigaretta in santa pace, perché a casa la moglie non lo fa fumare più, e anzi, vorrebbe che smettesse del tutto. Venditti curiosa in giro, e si lascia sfuggire il pensiero che uno zoo, alla fine, è come un carcere, solo che chi sta ar gabbio non ha fatto niente. Intanto Fernet scrive: Un atroce delitto avvenuto nel quartiere residenziale degli animali, in Porta Venezia. Il corpo d’una giovane scimmia è stato ritrovato privo di vita, ammazzato con un colpo di pistola, su un viale dei Giardini Pubblici. Il macaco promette che l’animale che ha fatto questo verrà presto messo dietro le sbarre. E così sperano tutti, ai rami alti dello Zoo di Milano... Ma poi un grido improvviso attraversa l’alba sullo zoo di Porta Venezia. Leone corre verso il commissario, seguito dai due agenti che l’hanno accompagnato. È paonazzo. Ha il respiro affannato, rotto dall’agitazione. “Bombay!” dice, “Hanno preso Bombay!” Malaspina e Lazzati si guardano stupiti, Venditti invece non capisce, non può capire, perché pur trapiantato a Milano da qualche anno, resta pur sempre un romano de Roma. “E che è Bombay?” È Lazzati, detto Fernet, che rompe il silenzio con un sussurro: “L’elefantessa! L’elefantessa con gli occhiali!” Si dice che gli elefanti abbiano buona memoria, e anch’io non dimentico niente. Non ho dimenticato da dove arrivo, cos’è stata la mia vita, cosa è diventata. Non ho dimenticato chi mi ha accompagnato, chi mi ha fatto del male, chi mi ha prestato aiuto. Chi si è battuto per me, e chi mi ha mostrato soltanto indifferenza, o attenzione. Ma io non dimentico niente, e non dimentico nessuno. Anzi. Se la gente sapesse ascoltarmi, potrei rivelare un sacco di cose. Cose sciocche e cose importanti. Ma non credo di essere qui, in questa prigione improvvisata, per le cose che so e per quelle che non so, per quelle che ricordo e quelle che no. Penso di essere qui per ciò che rappresento. Per ciò che il mio nome vuol dire alle orecchie di tutti. Non mi trattano male. Non troppo. Non peggio di come mi trattano di solito. Non è che chi segue delle regole si comporti meglio di chi non le segue. Non è che chi vive nei confini si comporti meglio di chi quei confini li valica. Ho girato il mondo, certamente poco, ma so che i buoni e i cattivi non sono al di qua o al di là del recinto. Sono sia di qua, sia di là. E io non posso scegliere se stare di qua o di là. Posso scegliere se comportarmi bene o male. Posso scegliere se collaborare o oppormi. Posso scegliere. Se perdere o perdere.
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