3. Vengo anch’io? No, tu no
Negli ultimi tempi il commissario Malaspina ha imparato ad ottimizzare i tempi.
Prima era uno che se la prendeva comoda. Adesso invece ogni secondo è decisivo, ogni minuto è utile a fare qualcosa e pensarne un’altra, e molto spesso i tanto amati cruciverba della Settimana Enigmistica rimangono insoluti. Insomma, da poco più di un anno, da quando lui e sua moglie Rosella hanno avuto un figlio, Ernesto, le giornate sono scandite da pappe, biberon, nanne, pannolini, bagnetti, borotalco, versi strani, pianti notturni e canzoncine dello Zecchino d’oro mandate alla nausea, tanto che se il giradischi avesse le gambe scapperebbe di casa.
Il tempo rimanente è dedicato al lavoro e al sonno, profondissimo ed istantaneo.
E così, per ottimizzare i tempi nel tragitto dallo zoo alla questura, il commissario ha già formulato una vaga ipotesi di come possano essere andate le cose con l’omicidio del Dosio. L’ha anche esposta a Venditti, questa sua teoria: qualcuno è entrato allo zoo per rapire Bombay, l’elefantessa mascotte del parco e idolo di tutti i bambini. Questo qualcuno è stato sorpreso da Piero Dosio, che gli ha sparato. Il Dosio quindi ha tentato di reagire ma è stato freddato, mentre il colpo sparato dal Dosio cadendo deve aver involontariamente colpito e ucciso una delle scimmie presenti nella grossa gabbia proprio lì davanti. Il qualcuno ha poi preso Bombay e l’ha portata chissà dove, certamente con l’aiuto di alcuni complici, con l’intento di chiedere un riscatto.
L’agente scelto Venditti alla guida dell’Alfa Romeo della polizia, dice di non essere d’accordo con questa versione. Ma in fondo cosa cambia? Venditti non è mai d’accordo con lui, tant’è che Malaspina crede che il commissario capo Puglisi, da cui sta andando a fare rapporto, faccia apposta a non cambiare incarico all’agente romano, ben sapendo quanto sia cocciuto e ostinato, insomma un rompiballe fatto e finito.
“A commissa’, per me le cose so’ diverse da come le vede lei. ”
“E come starebbero?”
“E che ne so? Mica so’ commissario, io!”
Parcheggiano l’auto nel cortile della questura. È deserto. Vuoto. Non è rimasta nemmeno una pantera, è sparita anche quella mezza scarburata che da un mese e mezzo sta aspettando l’autorizzazione del ministero per essere portata dal meccanico. Che cazzo è successo?
Salgono le scale, percorrono il corridoio, un via vai di agenti, di cartellette, di fotocopie, di squilli del telefono, di “Pronto” e di “Voglio subito un rapporto!” e “Perlustrare!” e “Setacciare!” e “Posti di blocco”.
Quando entrano nell’ufficio di Puglisi hanno la faccia di due pesci lessi. Il commissario capo ha il naso affondato in un faldone di documenti più alto di lui, un piantone è in attesa al suo fianco, lo sguardo terrorizzato. Puglisi li degna di uno sguardo minimo, giusto la frazione di secondo necessaria a riconoscerli.
“Che volete?”
“Un rapimento.”
“Bella scoperta.”
“L’elefante.”
Puglisi continua a leggere. Dopo mezzo minuto Benito Malaspina decide che qualche colpo di tosse potrebbe farli uscire dallo stallo in cui è finito l’inesistente dialogo. Venditti, per essere originale, prende a battere in modo insopportabile sulle piastrelle il tacco degli stivaletti a punta. Una vera tortura.
Il commissario capo, spazientito, solleva lo sguardo.
“Basta con questo rumore! Che cazzo c’è ancora?”
“Hanno rapito un elefante” dice Venditti.
“Quale elefante?” chiede Puglisi incredulo, rivolto a Malaspina.
“Bombay. Quello dello zoo di Porta Venezia. L’idolo di tutti i bambini. E c’è pure scappato un morto…”
A questo punto il commissario capo li guarda fissamente, prima uno e poi l’altro.
“Mi state pigliando per il culo?”
“No” rispondono in coro.
Lo sguardo di Puglisi li fulmina.
“Capo, dove sono finite tutte le volanti?” chiede allora Venditti.
Il telefono squilla, Puglisi fa segno con la mano di aspettare e solleva il ricevitore, e così loro due aspettano, guardandosi tra loro e poi buttando un occhio al mezzobusto di Mussolini appoggiato sulla scrivania. Ma proprio lui dovevano avere come capo? Dalle finestre si sentono sfrecciare stormi di sirene della polizia per le strade della città. Puglisi riattacca la cornetta e torna a guardarli.
“Ripeta un po’…”
Il commissario ripete. Zoo. Uomo. Morto. Elefantessa. Rapita.
Puglisi a questo punto smette di respirare e la sua faccia cambia colore: corallo, rosso, violetto, viola, blu. Al blu però non riesce più a stare zitto.
“Hanno rapito Moro! Hanno ammazzato gli uomini della scorta! Qui c’è la guerra civile! La rivoluzione! La fine del mondo! Ma dove cazzo vivete? Dobbiamo stanarli! Sviscerarli! Distruggere ogni covo, ogni tana, ogni nascondiglio! Sradicarli dalla faccia della Terra, smontarli pezzo dopo pezzo! Ma quale minchia e minchia di elefante? Ma andatevene af…”
Malaspina e Venditti escono di corsa e richiudono in fretta la porta alle loro spalle giusto in tempo per sentire un attutito “…fanculo!”.
Si rintanano nell’ufficio del commissario ad ascoltare il giornale radio. Cazzo, questa volta le cose sembrano davvero mettersi male, anzi, malissimo. Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito stamattina poco prima delle nove in via Fani, a Roma. Dopo cinque minuti arriva di corsa il piantone che stava di fianco a Puglisi. Con un vago accento veneto si mette sull’attenti e dice: “Il commissario capo dice di seguire il vostro caso e di non rompere i coglioni a noi altri che invece facciamo il lavoro serio!”
“Pe’ davero?” chiede Venditti.
“Proprio così! Dice anche di andare a trovare l’elefante in Africa! Che lì è pieno!” e giù una risata isterica.
“Ma come te permetti?”
“Non è mica mia la risata”, dice tornando immediatamente serio il piantone, “l’ha fatta il dottore prima di mandarmi qui da voi altri. Dice di levarvi dalle palle, di seguire il vostro importantissimo caso e di non farvi vedere da lui per almeno una settimana.”
Dieci minuti dopo, il commissario Benito Malaspina e l’agente scelto Venditti sono di nuovo in auto, direzione via Paolo Sarpi al 12, l’abitazione di Piero Dosio.
Il quartiere meneghino si trova appena dietro l’Arena civica, ai margini del Parco Sempione, e viene chiamato Chinatown per la radicata presenza di una folta comunità orientale.
Oltre alla fede nuziale al dito, sulla carta d’identità della vittima era scritto “coniugato”, quindi tocca a loro portare la brutta notizia alla moglie. L’aria è pesante, la notizia del rapimento di Moro si è diffusa rapidamente in tutta Milano, assieme ad una foschia leggera.
Quando l’Alfa Romeo si ferma davanti al portone Venditti chiede “Vengo anch’io?”
“No, tu no” risponde Malaspina prima di scendere dall’auto, “Guardati intorno”.
Ad aprire la porta dell’appartamento sito al secondo piano scala B, è una bella signora, mora, sui quaranta. Maria Dosio, dato che sulla targhetta affissa fuori c’è scritto Piero e Maria Dosio.
“Polizia.”
“Piero! È per Piero che state qua, vero?” chiede spaventata.
“Signora posso entrare?”
Malaspina assiste inerte a mezz’ora di lacrime e disperazione, insieme alla vicina del piano di sopra, tale Teresa, che è scesa a consolare la signora. L’appartamento è un trilocale, un cucinotto con la sala, un bagno, due stanze.
“Signora Dosio, posso farle qualche domanda?”
“Oh Gesù! Santissima Vergine! Piero! Santi tutti! Voglio morire! Muoio!”
Malaspina si rivolge allora alla vicina di casa.
“Senta, può rispondere lei a qualche domanda?”
Quella lo guarda severissima.
“Io mi faccio i fatti miei.”
La signora Dosio però la incoraggia, fa segno di sì con la testa, allora Teresa si rassegna.
“Dica.”
Il commissario si guarda attorno, sul tavolo in legno c’è ancora una ciotola del latte e alcuni biscotti, una zuccheriera, un tovagliolo e un cucchiaino sul lato sinistro della ciotola. Qualche quadro. Una porta finestra. Un balcone. Un cortile. Qualche bambino che gioca, di sotto.
“È da molto tempo che il signor Dosio lavorava allo zoo?”
“No, da un anno o due, da quando so’ venuti qui.”
“E prima dove stavano?”
“A Settimo Torinese.”
“E come mai si sono trasferiti a Milano?”
Teresa lo guarda, nelle pupille risplende chiaramente un “fatti i cazzi tuoi”, ma risponde ugualmente.
“Prima Piero stava alla Fiat, poi perdette l’occupazione e tutti qui sono saliti.”
“Conosceva qualcuno? Intendo per venire a fare il lavoro allo zoo…”
“Altro non so e più non dico.”
Malaspina si solleva dal divano, “Tornerò domani, per sentire la signora”.
Proprio in quel momento, mentre il commissario se ne va, un bambino e una bambina entrano nell’appartamento, “Mamma!” gridano, e corrono ad abbracciare Maria Dosio.
Che lavoro di merda il mio, pensa Malaspina, poi lancia un’occhiata all’orologio che ha al polso, è quasi mezzogiorno, deve chiamare a casa Rossella per sapere se il piccolo Ernestino sta meglio, che ieri sera aveva qualche linea di febbre.