4. La Ragazza della Bombetta
Via Rembrandt, Stazione Radio Condominiale
Il pomeriggio del 28 luglio del 1976 Dino Lazzati, detto Fernet, stava sorseggiando un Branca Menta in uno dei pochissimi bar rimasti aperti a Milano, in oziosa attesa di passare a dar da mangiare al gatto di Doriana Verner, di nome Dino (come lui, anzi, proprio in suo onore). Doriana era via con amici. La ragazza aveva un sacco di conoscenze, collezionate negli anni tra le scuole superiori e l’Università: era andata a trascorrere qualche giorno a casa di uno di questi a Montorfano, sul lago omonimo, dove sicuramente il sudore appiccicava meno che sotto la camicia di Fernet. L’amico con la casa a Montorfano, che era sposato – dettaglio poco interessante, forse, ma fondamentale per la serenità del cuore di Fernet – non possedeva solo una casa sul lago e una casa in viale Romagna a Milano, nella quale abitava e dove aveva tenuto una festa di Carnevale proprio al principio di quell’anno – Lazzati per l’occasione si era vestito da conte Dracula – ma possedeva pure un appartamentino sfitto in via Rembrandt, al principio, verso piazza Velasquez e il centro francescano Rosetum.
Fernet sorseggiava un Branca Menta ignaro che, mentre la Corte Costituzionale emetteva una Sentenza, la 102, che liberalizzava la trasmissione radio in ambito locale, Doriana stava accettando la proposta di cambiar domicilio e trasferirsi a vivere, a un prezzo di grande favore, in via Rembrandt.
E mentre Dino Lazzati, con quelle abili dita che trasformavano i tasti di una Lettera 22 Olivetti in quelli di un pianoforte del giornalismo fatto poesia, raccoglieva i bisogni del suo omonimo felino, ignorava pure che quel 28 luglio avrebbe, con un ammirevole effetto farfalla, defibrillato la sua esistenza meno di due anni dopo.
Oggi il nome di Doriana Verner, giovane giornalista abbigliata sempre con tutti i colori possibili insieme, in via Rembrandt non si legge solamente sui citofoni o sulla casella delle lettere, ma pure sui menabò conservati dietro la portineria del suo palazzo. E su quei menabò, o calendari di trasmissione, si legge anche il nome Fernet, perché anche qui hanno cominciato a chiamarlo con l’appellativo degli amici, al Lazzati. Ormai da qualche settimana infatti, per amore mai celato ma pure mai dichiarato a Doriana – troppo più giovane, ritiene lui – Fernet ha accettato di viaggiare con la propria voce sulle Frequenze Medie di Radio Focolare, la radio libera fondata da Giano Roberti, il portinaio del condominio di Doriana, che ha sede nella stanza situata dietro la portineria. Infatti il Roberti, che funge da custode e sbriga pulizie e lavoretti nel palazzo, e a cui spetta per contratto un alloggio in loco, risulta pure scapolo nonostante abbia una relazione ormai da anni con una professoressa di Grammatica Italiana: con la zitella egli convive, e approfitta dunque delle stanze della portineria come sede per la sua grande passione, contratta durante la guerra quando stava imparando da marconista: la radio.
In un localino di tre metri per tre, che doveva fungere da cameretta da letto, il Roberti ha stipato mixer e microfoni, trasmettitori ed antenne, teche di dischi e cuffie, dando vita alla prima Radio Libera Condominiale, che si rivolge ai condomini e a tutti i vicini di casa, e anzi, osa giungere alle casse di chi ascolta in piazza De Angeli fin su, cavalcando fino a piazza Wagner e oltre, distraendo gli sceneggiatori di Tex e Zagor in via Buonarroti, e i giocatori di flipper in piazza Selinunte.
Giano, un omino con due baffi dritti e precisi su un viso simpatico e ordinato, i capelli spazzolati dal barbiere ogni venerdì, occhi vispi e una lingua senza requie, che anche quando sta zitto emette una specie di parlottio di fondo, in tale entusiasta progetto ha coinvolto la nuova ragazza del terzo piano. Fa la giornalista e indossa una bombetta rossa, un cappotto giallo e degli occhiali dalla montatura verde. Lei ha arruolato un amico, strano, un botolo con gli occhiali da sole, giornalista pure lui. Doriana conduce il Notiziario Dadaista, una rilettura delle notizie di cronaca da prospettive differenti, con testi, spesso, di D. Lazzati. Il Fernet, invece, che secondo Doriana deve piantarla di incarnare sempre il giornalista serio, di empatizzare con tutti quei brutti fatti che riporta nei suoi articoli, che pensare solo alle cose brutte porta sfortuna (è stata quest’ultima affermazione a convincere lo scaramantico Fernet), è stato orientato a rubriche d’utilità più ricreativa: l’insegnamento della lingua agli stranieri, e un programma di critica musicale al contrario.
Ora è il 16 marzo 1978, la Storia è sempre fatta di date, importanti secondo quanto lo sono per ciascuno, ma per Dino Lazzati adesso è importante soltanto che Doriana scenda di casa in portineria, non perché abbia qualcosa di urgente da dirle, ma soltanto perché il suo cuore avverte l’urgenza di vederla, così come il basilico agogna un bicchiere d’acqua per rinvigorire il proprio profumo, così come il nuotatore in apnea muove i piedi per riemergere all’aria.
“Buongiorno, signor Lazzati!”
Scende le scale sorridendo.
“Buongiorno, Doriana...” inspira Fernet, e lo segue a ruota Giano, da dentro la portineria: “Buongiorno, Doriana!”
“Oh, buongiorno Giano! Possiamo farci un caffè, mentre parliamo del notiziario?”
“Ma certo, cara! Il cucinotto è a tua disposizione!”
C’è di buono che, nonostante continui a dargli del lei, Doriana perlomeno ha smesso di chiamarlo Maestro, o dottor Lazzati. Nonostante fossero appellativi lusinghieri, Fernet si trova a maggiore agio con un umile signor. Sorseggia il caffè con dentro tre cucchiaini di zucchero, ma di fronte a Doriana gli pare ancora amaro: “E questo è quanto: hanno ammazzato il guardiano, un macaco e rapito l’elefante.”
“Elefantessa. Bombay è una elefantessa indiana. È arrivata in Italia appena prima della Guerra... nel 1939, mi pare. È un po’ il simbolo dello zoo...”
Fernet rimane sempre sbalordito dall’incredibile capacità di assimilazione e rielaborazione dati di Doriana. È la terza cosa che più lo sbigottisce di lei. La prima è che lei lo venera in qualità di giornalista; la seconda è quel sorriso vivo, allegro, intraprendente, che lo manda in corto circuito. La terza è quel cervello, appunto, infallibile.
“E cosa pensa la Polizia, signor Lazzati?”
“Mah, le solite cose, Doriana... una rapina finita male...”
“Ma che cosa si rapina a fare uno Zoo?”
“Non lo so, forse il traffico di animali...”
“Non mi convince, signor Lazzati. Intendo dire, il bracconaggio è diffuso in Africa e in Asia, dove è semplice pure corrompere le autorità, e mi pare molto più agevole procurarsi un elefante direttamente in India che prelevandolo da uno zoo in piena metropoli. Come avranno fatto, a portarlo via?”
“Avranno preso il tram, come i rapinatori di via Osoppo...” sbuffa Fernet. Doriana lo fissa come se stesse valutando seriamente quella possibilità.
“Secondo me hanno voluto lanciare un messaggio. Hanno rapito Bombay per significare qualcosa.”
In portineria rientra Giano, con la scopa di saggina con cui ha spazzato il marciapiedi antistante l’ingresso del palazzo: “Alùra, Fernet, sei pronto per andare in onda?”
“Quanto manca?”
“Dieci minuti. Cosa farai oggi?”
“La traduzione in simultanea de La Rita de l’Ortiga di Nanni Svampa. Ho già preparato il disco, di là.”
“Ottimo! Allora comincio a preparare la faccenda!”
“Arrivo...”
“Signor Lazzati...”
“Dimmi, Doriana!”
“Non è un’idea affidabilissima, perché sa come sono fatti quei ragazzi... però, tra le idee degli Indiani Metropolitani, ci sarebbe quella di liberare gli animali dagli zoo.”
Fernet sente una piccola scossa. Pensa alla Rita dell’Ortica, che allatta al seno il gattino trovato per strada, pensa all’elefantessa con gli occhiali, a quei ragazzi del movimento della felicità, all’eroina, pensa al macaco morto, al guardiano ucciso, e l’unica cosa che gli preme in questo momento è: “Doriana?”
“Sì?”
“Potresti darmi del tu?”