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996 Parole
10 CC «Hai un bell’aspetto Cooper», afferma lui mentre mi si siede di fronte. Siamo alla tavola calda e ho davanti l’insalata speciale estiva, ma ho qualche problema a mangiare. Anzi, continuo a ritrovarmi a fissare Gray, chiedendomi come esattamente sia potuto accadere tutto questo. «Non mi sono pulita, ho solo tolto la tuta». «E liberato i capelli dalla loro prigione». «I miei capelli non erano in prigione», gli dico, passandomi ostentatamente le dita tra i ricci. «È un crimine tenere quei capelli coperti, dolcezza». «Sta’ a sentire, Gray…». «Sono splendidi, come il colore di un fuoco che arde alla luce della luna. Mi ricordano i falò che facevamo a casa». Vorrei mettere in ridicolo le sue parole per essere troppo poetiche, invece le farfalle che ho nello stomaco si mettono a saltare di qua e di là. Quelle parole dovrebbero suonare del tutto false, come quelle di un uomo che si impegna un po’ troppo per entrare nelle mutande di una ragazza. Invece le fa sembrare sincere, come se ci credesse davvero. Di colpo, i mostruosi capelli fitti e ricci che ho sulla testa e le lentiggini non mi sembrano più un tasto dolente, ed è follia. Quasi riesco a sentirmi arrossire per il modo in cui mi sta fissando. Cazzo. Mi schiarisco la gola. Ho bisogno di riportare questa conversazione in parità. «Non dovevi parlarmi delle tue sorelle?». Vedo qualcosa sfrecciare sul suo viso mentre mi guarda per un attimo, poi si appoggia allo schienale imbottito del divanetto. «Cosa vuoi sapere?». «Anche loro hanno nomi di colori?». «Fiori». «Fiori?». «Già. Se vuoi sapere come la penso, hanno preso la carta migliore del mazzo». «Be’, non è detto. Saresti sembrato terribilmente stupido se ti fossi chiamato Iris». «Giusta osservazione. In ogni caso, ho tre sorelle. Tutte più piccole di me, tutte progettate per far impazzire noi fratelli, e tutte chiamate come un fiore». «Be’, far impazzire i fratelli è quello che si suppone che le sorelle facciano». «Tu lo fai con tuo fratello?». «Non ne ho, ma se ne avessi uno sarebbe di certo il mio obiettivo». «E sorelle? O…». «Nessuna, solo io». «Mi dispiace, dolcezza». Il suo dispiacere è sincero, e l’aria grave sul suo viso lo testimonia, ma mi fa sentire a disagio. Non mi conosce. Perché dovrebbe dispiacergli? Mi muovo sulla sedia, incerta su come reagire a quest’uomo. «È andata così. Quindi, come si chiamano le tue sorelle? Daisy, Rose e Iris?». «Parli come una donna che ovviamente non conosce mia madre», dice lui ridendo. «Va bene, ho quasi paura a chiederlo… ma allora come?». «Petal, Maggie e Mary. Mary è la più piccola: diciotto anni». «Be’, Petal è un po’ strano, ma in un certo senso è carino, mi piace. Non sono brutti nomi, non ci vedo neppure i fiori, anche se suppongo che Mary…». «È il diminutivo di Marigold». «Umm… va bene, non è orrendo. E Maggie?». «Magnolia». «Accidenti. Va bene, questo potrebbe essere un po’…». «Come l’albero sotto cui è stata concepita a un raduno per il libero amore». «Oddio». «Esatto». «Tua madre deve proprio essere un personaggio». «Lo è. Non intendi chiedermi di Petal?». «Mi pareva che si spiegasse da solo». «Lotus Petal Lucas». «Uh…». «Ecco, ecco lo sguardo». «Che sguardo?». «Lo sguardo che i miei fratelli e le mie sorelle vedono ogni volta che qualcuno ci chiede i nomi». «Perciò presumo che se mai avrai dei figli non ci saranno nomi di fiori o…». «Dubito che avrò mai dei figli, ma Green ne ha». «Non vuoi figli?». «Non voglio la moglie che li accompagna». «Non è necessario che li accompagni una moglie, non di questi tempi. Mia madre non è esattamente rimasta in giro». «Comunque sono lì da qualche parte, pronte a causare guai. Non ne vale la pena. E poi non ho il genere di vita che renda facile avere un figlio». «Perché dici così?». «Sono sempre per strada». «Sei un commesso viaggiatore?». Fa una strana espressione. «Qualcosa del genere. Comunque, non voglio davvero sistemarmi, e i figli ti portano decisamente a farlo». «Già, immagino di sì. Non so bene come sarebbe stata la mia vita senza Banger e questo paesino, perciò ti capisco». «Sei felice qui?». «Per lo più. Non mi lamento. E Claude potrà essere orribile, ma almeno non è il nome dell’albero sotto cui sono stata concepita. Anche se, conoscendo mia madre, probabilmente non sa quale sia l’albero, né chi fosse l’uomo che c’era sotto». «Banger non era il tuo vero padre?». «Lo era, in tutti i sensi che contano», gli dico, sfidandolo a contraddirmi. «È stato un bene per te che ci fosse». È l’eufemismo dell’anno, perciò riesco solo ad annuire. «Come si chiama tua madre?». «Ida Sue, anche se una volta se l’è cambiato legalmente in Lily». Rido. «Anche lei voleva chiamarsi come un fiore?». «Ora il suo nome completo è Peace Lily, perciò direi di sì». «Scommetto che i tuoi nonni sono interessanti». «Non li ho mai conosciuti, ma dicono che lo fossero. Di sicuro hanno cresciuto una donna fiera, indipendente e forte e, nonostante le sue attitudini in fatto di nomi, mia madre è un diavolo di donna. Anche se penso possa aver pianto il giorno che Black si è diplomato all’accademia di polizia». «Non le piace avere un poliziotto in famiglia?». «Sta imparando ad accettarlo. È diventato più facile quando il suo gemello, Blue, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno all’allevamento di bestiame. Dice che ha equilibrato il karma, qualunque cosa significhi». «Hai una famiglia folle». «Ebbene sì», ammette, dando un morso al suo pranzo. «Penso tu sia molto fortunato. È ovvio che ci tieni a loro». «Lo sono ed è vero, anche se a volte vorrei ucciderli. Mi sento molto fortunato, soprattutto perché hai accettato di venire a pranzo con me. Mi sto divertendo». «Anch’io», ammetto, sorpresa. Non so cosa mi aspettassi da lui, ma non posso mentire. Questo è stato il miglior appuntamento a pranzo che riesca a ricordare. «Mi fa piacere. Lo renderà più facile». «Cosa renderà più facile?». «Farti accettare di venire a cena con me stasera». Sorrido mio malgrado. Mangio un boccone di insalata e scuoto la testa, incredula. «Vedremo», gli dico, ma dentro di me so già che se me lo chiede accetterò. «Mi sta bene», dice. «E, giusto per renderlo più interessante, se accetti ti dirò tutto di come mia madre e mio padre si sono conosciuti». «Basta che lasci fuori le loro acrobazie sotto gli alberi di magnolia». «Oh, non temere, nessuno ha bisogno di sentire quella storia. Anche se è una delle preferite di mia madre». «Ora ho di nuovo paura». «Fai bene», scherza lui con una strizzata d’occhio prima di far cenno alla cameriera perché venga a riempirci i bicchieri. Mentre osservo il modo in cui Rachel guarda Gray e come lui sembri non accorgersene, guardando me invece, sento qualcosa dentro di me ridacchiare contento. Cazzo. Mi sa che sto cadendo sotto l’incantesimo di un commesso viaggiatore. Forse somiglio a mia madre più di quanto abbia mai sospettato.
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