IL PAESE DEGLI ANIMALI-1
IL PAESE DEGLI ANIMALI(Pubblicato su Ritorno a Dunwich 2 – Dunwich Ed.)
«Paula, torna a dormire.»
Era stato il temporale a svegliarli, un nubifragio d’agosto, violento e fragoroso.
Leo recuperò il cellulare: le tre del mattino. Sua moglie, in piedi, sbirciava attraverso le persiane socchiuse. Ogni tanto un bagliore proveniente da fuori ne illuminava il profilo scarmigliato.
«Paula?»
Ancora stanco per il viaggio, si alzò e la raggiunse.
La pioggia cadeva fitta, come una cascata, con rabbia. Lo scrosciare copriva persino il rombo dei tuoni; ogni tanto un fulmine illuminava l’esterno di una luce dura, fredda.
Le mise una mano sulla spalla. Lei pareva completamente ipnotizzata da quello spettacolo selvaggio.
«Paula, torno a letto. Dai, vieni anche tu.»
«Mpfh…»
La baciò piano, sulla nuca, poi si infilò sotto le lenzuola.
Prima di chiudere gli occhi la guardò di nuovo, il naso incollato alla finestra, avvinta dalla furia della pioggia. Un tuono più forte degli altri esplose chissà dove, facendo tremare la casa. Mezzo secondo più tardi il lampo illuminò il viso della moglie, rivolto adesso nella sua direzione.
Quando era piccolo – poco più che ragazzino – suo padre lo aveva portato a vedere una volpe che aveva contratto la rabbia. La carcassa era esposta come un trofeo nel cortile del contadino che l’aveva abbattuta. Anche da morta la volpe emanava il maligno sentore della malattia. Schiuma giallastra era condensata lungo i bordi digrignati delle fauci; nelle pupille scintillava l’ultimo barlume di una luce sgradevole e rabbiosa, che doveva aver tormentato la povera bestia fino alla fine.
Paula non schiumava dalla bocca, ma la luce che le baluginò negli occhi quando incrociò il suo sguardo gli ricordò immediatamente l’animale abbattuto. Un istante fuggevole, poi sua moglie tornò a fissare la pioggia e la danza furiosa delle folgori.
Leo rabbrividì, pensando che non avrebbe più preso sonno per il resto della notte.
Si sbagliava.
* * *
Si era svegliato poco dopo l’alba, di cattivo umore per la mala notte.
Paula dormiva ancora, dandogli le spalle. Colto da un presentimento, aveva pensato di scuoterla per chiederle se si sentisse bene, poi aveva rinunciato. Il disagio di poche ore prima ancora lo turbava.
Non c’era fretta: il funerale avrebbe avuto luogo solo fra due giorni.
«Ho ricevuto una chiamata», gli aveva detto sua moglie. «Mia zia è morta.»
Leo non conosceva nessuno della sua famiglia, anche se erano sposati da tre anni e si frequentavano da cinque. Tuttavia, era stato lui a insistere perché partecipassero alla cerimonia, a dover vincere la riluttanza di Paula all’idea di tornare a casa. Quando sua moglie era stata informata del decesso, aveva accolto la notizia quasi con indifferenza, nonostante la zia fosse stata una madre per lei dopo che i suoi genitori erano morti. Per quanto ne sapeva Leo, non aveva altri parenti in paese.
Anche se il viaggio era stato impegnativo per il traffico, quando avevano iniziato a risalire le pendici dolomitiche sopra Ora ed Egna, il fresco e la bellezza del paesaggio avevano ripagato entrambi; Paula aveva addirittura sorriso – un gesto che non aveva più fatto, dopo la telefonata – carezzandogli la mano che stringeva il cambio.
Erano giunti in paese mentre la luce del tramonto spazzava radente le coste erbose della montagna che culminava più in alto, al termine del Canyon Bletterbach, lungo la Dorsale degli Oclini, con i suoi due Corni, quello Bianco e quello Nero.
Il capo di un dio malamente sepolto, aveva pensato Leo, senza sapere da dove gli fosse venuta quell’immagine.
La signora Zove, il donnone che aveva affittato il maso per il fine settimana, aveva consegnato loro le chiavi senza dar segno di riconoscere in Paula una vecchia compaesana. Corpulenta, con piccoli occhi incastonati in un viso porcino, accomiatandosi aveva scrutato il cielo annusando l’aria, proprio come un cinghiale.
«Pioverà», li aveva avvisati, nonostante l’orizzonte fosse limpido. «Guardatevi dalla pioggia.»
Leo ne aveva riso, più tardi, dopo aver fatto l’amore con Paula, immerso nella pace notturna della montagna. Sua moglie però era rimasta seria. Aveva borbottato qualche parola che lui era certo di aver frainteso.
«È tempo che si rompano le acque.»
Verso le tre, nel cuore della notte, quando era scoppiato il nubifragio, Leo non era più stato sicuro nemmeno dei propri dubbi.
Ora, mentre Paula riposava al suo fianco, decise di fare un giro in paese. L’alba aveva portato di nuovo il sereno e a lui era sempre piaciuto passeggiare da solo in luoghi che non conosceva. Magari avrebbe comprato dolci o pane caldo, per fare colazione con sua moglie quando si fosse svegliata.
Le lasciò un biglietto sul tavolo e uscì.
Il profumo intenso di erba tenera e bagnata lo investì appena mise il naso fuori dalla porta, restituendogli d’incanto il buonumore.
* * *
Il borgo era piccolo e non impiegò molto a girarlo tutto.
Una volta resosi conto che vi era un unico forno e che il bar non era ancora aperto, Leo entrò per comprare dei dolci.
L’uomo dietro il bancone era ancora più robusto della Zove, il viso massiccio imperlato di sudore nonostante l’aria frizzante del mattino. Udendo lo scampanellio che segnalava un cliente, strinse le palpebre come se faticasse a mettere a fuoco il nuovo entrato.
«Tutto bene?» si sentì in dovere di chiedere Leo.
L’altro non rispose; rimase a fissarlo, passandosi più volte la lingua sulle labbra umide.
Leo decise di ignorarlo. A dispetto dello stato di salute dell’uomo, il profumo di pane fresco che aleggiava nella bottega era delizioso; sul bancone di legno erano assiepate piccole crostate di marmellata, ciambelle e brioche alla crema: proprio ciò che stava cercando. «Vorrei un paio di quelle», disse, indicando le paste.
Una goccia di sudore scivolò lungo il viso del fornaio, gettandosi in silenzio dal dirupo carnoso del mento. Mentre lo fissava, Leo ebbe l’impressione che i suoi lineamenti venissero poco a poco consumati da quel lento stillicidio. Quando stava per rinunciare e abbandonare il negozio, a disagio, l’uomo afferrò le due paste infilandole in un sacchetto di carta.
«Co-cosa le devo?»
Ancora una volta il fornaio non rispose, limitandosi ad allungare l’incarto verso Leo. Fu in quel momento che entrambi scorsero il topolino. Titubante, minuscolo, zampettò leggero lungo il bancone, inghiottendo veloce le briciole rimaste sul ripiano. Leo lo stava ancora guardando, cercando di vincere la resistenza del negoziante che non accennava a mollare il sacchetto, quando il tizio calò l’altra mano, enorme, sulla bestiola. Un tonfo sordo che lo fece sobbalzare per la sorpresa.
Il piccolo topo di campagna esplose letteralmente sotto le dita del panettiere.
Con estrema lentezza questi sollevò la mano, ammirando concentrato la carne massacrata e sanguinolenta, le ossa frantumate del piccolo roditore che biancheggiavano sul palmo fradicio.
Leo lo fissò inorridito, trattenendo a stento un conato.
Piano, mentre il fornaio avvicinava al viso spugnoso ciò che rimaneva della carcassa irriconoscibile, arretrò fino alla porta e uscì all’aperto, respirando a pieni polmoni.
Lo aveva davvero visto annusarsi la mano? Leccarsi il palmo?
Leo rigettò nell’erba verde e abbagliante, piegato in due, niente più che un bolo di saliva. Quel mattino, per fortuna, non aveva ancora mangiato nulla.
* * *
La chiesa era l’ultima costruzione del paese prima del maso in cui alloggiavano.
Si era diretto subito a casa, da Paula. Non le avrebbe raccontato nulla di quell’episodio raccapricciante, ma aveva bisogno di stringerla tra le braccia, respirare il suo profumo buono per mettere a posto le cose.
La pieve però gettava un’ombra piacevole sulla strada selciata e lui avvertiva il bisogno di essere… purificato, prima di riabbracciare la moglie. Con titubanza, perché era parecchio tempo che non entrava in un edificio religioso, Leo varcò la soglia.
La pietra era chiara; l’unica navata ampia, fresca, sorreggeva una volta notturna che attirò il suo interesse. Le stelle non erano ripetute secondo un ritmo decorativo, ma davano l’impressione di rappresentare vere costellazioni, anche se lui non ne riconosceva alcuna. Tuttavia, se si indugiava per qualche istante nello studio del disegno, ci si poteva accorgere che quelle più grandi e luminose risultavano allineate tra lo spigolo destro del soffitto e quello sinistro, da cui dipartiva l’abside.
Proprio l’abside catturò la sua attenzione.
Una rappresentazione complessa illustrava per intero la parete curva che abbracciava un primitivo altare di pietra. Leo si avvicinò per osservare meglio quello che pareva una sorta di ambiguo Giudizio Universale.
Nel cielo plumbeo, in tempesta, tra gruppi di nuvole livorose solcate da folgori, si stagliava una creatura tentacolata e gigantesca, che l’artista aveva bizzarramente rappresentato come un improbabile calamaro umanoide. La bestia, forse tratta da qualche antica rappresentazione dell’Apocalisse, contendeva una donna alla calca ai suoi piedi. O forse no, si rese conto Leo; forse alcuni tra i dannati – creature ululanti dai visi informi, animaleschi – offrivano la vergine al dio, che li artigliava senza pietà. Solo un uomo sembrava opporsi a quella follia, colpendo la marmaglia intorno a sé con una spada intrisa di sangue rosso vivo.
Leo deglutì rumorosamente. Se era redenzione quella che aveva cercato nella chiesa, il dipinto aveva spezzato ogni sua illusione.
Si voltò per andarsene, quando una delle figure in basso si mosse, strappandogli un grido che risuonò acuto nella chiesa.
La ragazza rise, un trillo argentino, senza remore, e Leo riprese a respirare, il frinire del cuore che lo assordava nelle orecchie.
«Ti ho spaventato», disse l’estranea. Pareva deliziata da quella prospettiva, puntando il pennello con cui stava ritoccando il Giudizio nella sua direzione. Doveva essere rimasta immobile mentre lui contemplava sgomento l’opera, tanto da confondersi con essa nella penombra dell’abside.
Era carina, notò e, mentre lo pensava, capì che la ragazza aveva intuito i suoi pensieri, perché la udì ridere di nuovo. Un verso più strano questa volta, da animale che imiti la voce umana. Tuttavia, Leo non riusciva a distogliere gli occhi da quel viso languido, goloso.
La ragazza, sostenendo il suo sguardo, allargò le gambe a cavalcioni dell’impalcatura su cui si trovava. Ritirandosi, la gonna mise in mostra cosce snelle e flessuose, ma ricoperte da una peluria incolta che lo imbarazzò più di quel che lasciava intravedere l’oscurità tra di esse.
«Evelina!»
Una figura alta e magra comparve nei pressi dell’altare, sbucando da una porta laterale che Leo immaginò dovesse condurre alla canonica. La ragazzina balzò giù, svelta proprio come un animaletto, e si rifugiò dietro il nuovo venuto, sbirciando corrucciata in direzione di Leo.
«La perdoni», disse l’uomo. «Sono padre Gustav, parroco di San Filippo. Evelina ha un grande dono per la pittura, ma il Signore deve averla toccata troppo forte alla nascita ed è rimasta una bambina, priva di inibizioni. Non si sa controllare troppo bene in mezzo alla gente, così le permetto di stare qui, dove non può creare imbarazzo e dare invece un contributo al patrimonio artistico della chiesa.»
«Ha dipinto lei il Giudizio?»
Padre Gustav scosse la testa, sorridendo attraverso le labbra carnose. «Oh, no. Si tratta di un’opera più antica, ma Evelina possiede abbastanza talento perché le sia permesso il restauro dell’originale. Un’opera notevole, non trova?»
«Notevole, sì», ammise Leo.
«Vede», disse il sacerdote, indicando l’uomo armato di spada, «questo è San Filippo Howard, cui la chiesa è dedicata. Il martire si batte con la Bestia.»
«Per la vergine?»
«La vergine?»
«La fanciulla che i dannati offrono alla Bestia.»
Padre Gustav aggrottò le sopracciglia. «La Sposa, intende? Il dipinto è allegorico: indica che la conoscenza richiede sempre un sacrificio, ma che spesso ciò che sacrifichiamo per ottenerla è l’innocenza. Un monito, insomma.»
«Non sapevo dell’esistenza di un San Filippo Harward.»
«Howard», lo corresse padre Gustav, indicandogli i cartigli dipinti alla base della monumentale decorazione. Erano entrambi in latino. «Questi motti sono attribuiti a lui: Ex Ignorantia Ad Sapientiam; Ex Luce Ad Tenebras», recitò. «Dall’ignoranza alla sapienza; dalla luce all’oscurità.» Poi, indicando il secondo: «Un piccolo sacrificio per la conoscenza.»
«Un po’ ambigui», disse Leo. «Cupi.»
«Lei crede?»
Il sorriso di padre Gustav balenò smagliante. Dietro di lui, Evelina si sfiorava il labbro superiore con la lingua, divertendosi a provocarlo. Leo ripensò con disgusto e vertigine alle gambe pelose della ragazza.
«La sapienza è spesso ambigua, la conoscenza abbaglia.»
Leo si sentì confuso, come se il sacerdote, nonostante l’apparente affabilità, lo stesse canzonando.
«Se è qui in vacanza le consiglio di visitare il Canyon Bletterbach, vi troverà una bellezza primordiale», aggiunse l’altro, cambiando discorso.
«Il funerale di domenica», chiarì Leo. «La defunta è… era la zia di mia moglie.»
«Capisco. Le mie condoglianze. Norma era un fulcro di questa comunità.»
Leo annuì. «Un’ultima domanda, se non le spiace. Come mai la Bestia è raffigurata come una creatura marina, nonostante l’ambiente montano? Per via dell’Apocalisse di Giovanni? La Bestia che viene dal mare?»
Questa volta il sorriso dell’altro si spalancò in una risata sottile, da donna. «Duecentocinquanta milioni di anni fa queste terre si trovavano all’equatore, in parte ricoperte da abissi tropicali. Chi può dire quali creature riposino sotto la montagna? Cosa sognino nella loro morte millenaria, in attesa di un risveglio?»
Leo fece un passo indietro. «Meglio che vada, adesso.»
«Certo. La funzione è alle tre, dopodomani. Celebreremo al camposanto.»
«La ringrazio.»
Uscì alla svelta, cercando di non correre. Non voleva dare al prete l’impressione di essere spaventato, ma lo era. Cominciava a capire perché Paula non fosse stata entusiasta di tornare a casa.