CAPITOLO I

1308 Parole
CAPITOLO I La signorina Polly Quella mattina di giugno la signorina Polly Harrington entrò con molta fretta in cucina. Di solito i suoi movimenti non erano mai precipitosi; anzi, il suo vanto maggiore era di conservare la calma in ogni occasione. Ma quel giorno, invece, la signorina Polly aveva davvero fretta. Nancy, che in quel momento stava rigovernando, la guardò sorpresa; anche se era al suo servizio soltanto da due mesi, aveva già capito che la signorina Polly non era solita agitarsi. «Nancy!» «Sì, signorina» rispose Nancy di buonumore, sempre continuando ad asciugare il piatto che aveva in mano. «Nancy» ripetè la signorina Polly con un tono di voce che si era fatto duro. «Quando ti rivolgo la parola desidero che tu smetta di fare quello che stai facendo e prestare attenzione a quanto ti dico.» Nancy arrossì, posò all’istante il piatto avvolto nello strofinaccio e per poco non gli cadde di mano, cosa che la imbarazzò ancora di più. «Sì, signora; ho capito, signora» farfugliò riprendendo in mano il piatto e girandosi in fretta. «Cercavo di sbrigarmi perché stamattina mi aveva detto di non metterci troppo tempo a riordinare la cucina.» La signorina Polly si fece ancora più severa. «Basta, Nancy. Non ti ho chiesto spiegazioni; voglio solo che tu stia ad ascoltarmi.» «Sì, signora.» Nancy represse un sospiro, chiedendosi se sarebbe mai riuscita ad accontentarla. Nancy non era mai stata a servizio, ma la malattia della madre, che era rimasta vedova con tre figli, oltre a lei, l’aveva obbligata a cercarsi un lavoro per dare un aiuto in casa. Era stata così contenta quando aveva trovato un posto nella cucina della grande casa sulla collina; Nancy veniva dalla contrada The Corners, a sei miglia da lì, e conosceva la signorina Polly Harrington soltanto come proprietaria della vecchia tenuta Harrington e come erede di una delle più ricche famiglie della zona. Era quanto sapeva due mesi prima. Adesso aveva capito che la signorina Polly era una donna severa, dallo sguardo duro, che si accigliava se una posata cadeva per terra o se una porta sbatteva, e che non sorrideva mai. «Quando hai finito il lavoro di questa mattina» le stava dicendo la signorina Polly «vai su, sgombra la stanzetta del sottotetto e prepara il letto. Naturalmente farai pulizia nella stanza, dopo averla liberata dei bauli e degli scatoloni.» «Sì, signorina. E dove devo mettere tutta la roba?» «Nel sottotetto che dà sul giardino.» Un attimo di esitazione, quindi la signorina Polly proseguì: «Tanto vale che te lo dica subito, Nancy. Mia nipote, Pollyanna Whittier, verrà a stare da me. Ha undici anni. Dormirà nella stanza che ti ho detto.» «Una bambina verrà qui, signorina Harrington? Che bello!» esclamò Nancy ricordando le sue sorelline e la ventata di aria fresca che portavano in casa. «Bello? Be’, non mi sembra proprio l’espressione più adatta» disse la signorina Polly asciutta. «In ogni modo, ho intenzione di fare il possibile perché tutto vada per il meglio. Sono una persona perbene, voglio sperare, e so quali sono i miei doveri.» Nancy arrossì violentemente. «Certo, signorina. Pensavo che una ragazzina in questa casa... avrebbe portato un po’ di allegria» farfugliò. «Grazie» disse la signorina Polly con durezza. «Non posso dire, però, che ne sentissi tanto bisogno.» «Ma» azzardò Nancy «naturalmente lei... lei sarà contenta di tenere con sé la bambina di sua sorella.» Vagamente sentiva di dover in qualche modo preparare a quella piccola sconosciuta un’atmosfera più accogliente. La signorina Polly s’irrigidì ancor più. «Veramente, Nancy, non vedo come il fatto di avere avuto una sorella tanto sciocca da finire per sposarsi e mettere al mondo altri bambini, quando già ce ne sono tanti al mondo, possa rendermi particolarmente felice di allevarne uno io stessa. A ogni modo, come ho detto, spero di conoscere il mio dovere. Mi raccomando di pulire bene negli angoli, Nancy» concluse poi bruscamente nel lasciare la stanza. «Sì, signorina» disse Nancy, tornando alla brocca che nel frattempo si era asciugata da sola. Rientrata in camera sua, la signorina Polly riprese in mano la lettera che aveva ricevuto due giorni prima da una lontana città dell’Ovest, e che era stata per lei una sorpresa estremamente sgradita. La lettera era indirizzata a “Signorina Polly Harrington, Beldingsville, Vermont”, e diceva: Gentile signorina, è con grande dolore di doverla informare della morte del reverendo John Whittier, avvenuta due settimane fa e che sua figlia, una ragazzina di undici anni, e a parte alcuni libri non ha lasciato altro, in quanto, come lei certamente saprà, era il pastore di questa piccola parrocchia e viveva di uno stipendio molto modesto. Se non sbaglio aveva sposato la sua defunta sorella, ma mi aveva fatto intendere che i rapporti fra le due famiglie non erano troppo cordiali. Egli riteneva, tuttavia, che per amore di sua sorella Lei avrebbe desiderato tenere la bambina presso di sé per crescerla nell’Est, ed è questo il motivo per cui le scrivo. Quando riceverà la mia lettera, la bambina sarà già pronta a trasferirsi e, se Lei accettasse di accoglierla, la prego di comunicarmelo subito, in modo che io possa farla partire immediatamente, dal momento che qui c’è una certa persona che tra breve si sposterà verso Est con la moglie. Prenderebbero con loro la bambina fino a Boston, dove la farebbero salire sul treno per Beldingsville. Naturalmente le verrà comunicato in quale giorno e su quale treno viaggerà la piccola Pollyanna. Con la speranza di avere presto una sua risposta affermativa, le porgo i miei rispettosi saluti, Jeremiah O. White Con la fronte sempre aggrottata, la signorina Polly ripiegò la lettera e la infilò di nuovo nella busta. Aveva già risposto il giorno prima, scrivendo che naturalmente avrebbe accolto la bambina. Per quanto le fosse poco gradito, sapeva bene quale fosse il suo dovere! Mentre se ne stava seduta con la lettera in mano, tornava con il pensiero a sua sorella Jennie, la madre di quella bambina, e al momento in cui Jennie, appena ventenne, malgrado l’opposizione della famiglia era riuscita a sposare il reverendo Whittier. Anche un altro uomo, estremamente benestante, l’aveva chiesta in moglie, e la famiglia l’avrebbe senz’altro preferito al pastore, ma non Jennie. Il primo aveva a suo favore qualche anno in più e molto denaro, mentre il ministro di Dio aveva soltanto la testa piena di ideali giovanili, tanto entusiasmo e un cuore pieno d’amore. Jennie aveva preferito queste ultime qualità, come forse era naturale, così aveva sposato il reverendo Whittier e se n’era andata con lui al Sud in qualità di moglie del pastore di una missione locale. Era stato allora che si era verificata la rottura. La signorina Polly se lo ricordava bene, anche se all’epoca aveva solo quindici anni, essendo la più giovane delle tre sorelle. La famiglia aveva via via diradato i contatti con la moglie del missionario. Jennie, in realtà, aveva continuato a scrivere per un certo tempo, e aveva anche informato di aver chiamato la sua ultima bimba Pollyanna, dal nome delle sue due sorelle, Polly e Anna; gli altri bambini, purtroppo, le erano tutti morti. Quella era stata l’ultima volta che Jennie aveva dato notizie di sé. Poi, qualche anno più tardi, si era saputo della sua morte, annunciata in una lettera breve e straziante che il reverendo Whittier stesso aveva inviato da un piccolo centro dell’Ovest. Nel frattempo la vita nella grande casa in cima alla collina non si era fermata. Fissando lo sguardo sulla valle, la signorina Polly ripensava ai cambiamenti che gli ultimi venticinque anni avevano portato: lei stessa aveva quarant’anni ormai, ed era sola al mondo. Papà, mamma e le sorelle erano morti, e da vari anni era l’unica padrona della casa e di quanto il padre aveva lasciato. C’era gente che l’aveva compatita per quella vita di solitudine, e che l’aveva esortata a trovare un’amica, o qualcuno che vivesse con lei per farle compagnia, ma lei non aveva gradito né la loro preoccupazione né i loro consigli. Non si sentiva sola, diceva. Le piaceva vivere così. Preferiva la tranquillità. Ma ora... La signorina Polly si alzò con un’espressione pensierosa e le labbra strette. Era contenta, naturalmente, di essere una persona perbene, che non soltanto conosceva il suo dovere, ma che era anche dotata di carattere sufficiente per dimostrarlo. Però... “Pollyanna” pensò, che nome ridicolo!
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